Capitolo 1Le onde alte del mare s’infrangevano rumorose sugli scogli. Il vento della bufera appena passata aveva lasciato l’aria pregna di umidità e salsedine. Guardò i suoi piedi immersi nell’acqua spumosa e fredda. Sfilò lentamente i guanti e scrutò a lungo la punta delle dita diventarle bluastra. Alzò gli occhi al cielo, lasciando che la brezza del mare le infiammasse il volto. Sospirò. Rimase immobile, rapita dall’ondeggiare dell’imbarcazione che si allontanava dalla piccola baia. Un lieve sorriso le increspò le labbra. Indietreggiò di qualche passo, ritrovandosi con la schiena contro una sporgenza rocciosa. Vi si appoggiò con una mano, mentre alzava un piede per ripulirlo dalle alghe che vi si erano incollate. Indossò la calza e poi la scarpa. Dedicò la stessa attenzione all’altro piede. Stirò le pieghe del vestito, ravviò i capelli. Respirò profondamente ancora una volta prima d’indossare i guanti. Era il momento di rientrare. Il sentiero si era trasformato in un gigantesco pantano e provare ad attraversarlo per raggiungere l’abitazione era impensabile. Alzò l’orlo del vestito fin sopra le ginocchia, nel tentativo di proteggerlo dal fango, ma non riusciva a capire dove stesse mettendo i piedi. Le buche piene d’acqua erano diventate delle vere e proprie trappole. Provò ad aggirare le più grandi, ma il buio non era d’aiuto, in pochi attimi si ritrovò zuppa dalla vita in giù. Il vestito era da buttare così come le scarpe. I capelli bagnati le si erano attaccati al viso, che era una maschera scura.
La casa era silenziosa, segno che tutti dormivano. Aprì lentamente la porta, cercando di fare meno rumore possibile. Si guardò intorno, trattenendo il respiro. Il vestito cominciò a gocciolare creando una piccola pozzanghera intorno ai piedi. Chiuse gli occhi per un istante e, nascosta dal buio, cominciò a spogliarsi.
L’odore di muffa e di vestiti bagnati aveva impregnato l’angusto sottotetto che condividevano. Due scomodissime brande di legno ne occupavano quasi completamente lo spazio, rendendo impossibile muoversi senza che una infastidisse l’altra. In un angolo, poco distante dai miseri giacigli, un catino di rame traboccava d’urina raccolta durante la notte. Fuori, lentamente, una timida alba annunciava il nuovo giorno.
«Anna, svegliati!» La scosse energicamente. «Dobbiamo prepararci.»
La ragazza aprì gli occhi poco per volta, scostò la coperta logorata dagli anni, e mise i piedi sul pavimento freddo. Un brivido la percorse facendole accapponare la pelle. Starnutì diverse volte, mentre si trascinava nell’angolo più appartato della stanza.
«Piove?» Guardò Carmela intenta a chiudere i bottoni della divisa.
«No.» Le rivolse uno sguardo duro e interrogativo. «Dove sei andata in piena notte?»
Anna tolse la camicia ripiegandola con cura, una tosse stizzosa le impediva di respirare.
«Non riuscivo a prendere sonno e così, per non svegliarti, sono andata fuori …» Prese la brocca dell’acqua per versarne un po’ nella bacinella. Non riusciva a sostenere lo sguardo dell’altra.
«Sì certo, con la tempesta!» La smorfia sul suo volto non lasciava dubbi sulla sua incredulità. Anna si lavò, trovando nell’acqua gelida un insolito conforto. Sentiva il volto in fiamme e le tempie pulsare violentemente.
Carmela le si avvicinò per metterle una mano sulla fronte.
«Ma tu scotti!»
Anna indietreggiò spaventata. «Che dici, non è vero!»
Carmela scosse la testa sconsolata. «Conviene che non ti fai vedere in questo stato dall’arpia, ti manderebbe di filato in sanatorio.» La ragazza si fece velocemente il segno di croce, nell’intento di scongiurare l’inevitabile.
«Ti prego di non parlarne con nessuno …» Anna giunse le mani sul petto in segno di preghiera. «Mi hanno raccontato delle cose terribili che succedono in quei posti.»
Carmela prese un lembo sgualcito di un lenzuolo e dopo averlo inzuppato nell’acqua lo pose davanti alla bocca della ragazza. «Non so quale sia il suo utilizzo, ma ho visto che le infermiere lo indossano mentre girano tra i malati.» Strappò un’altra striscia e la passò sul bendaggio per annodarla dietro la nuca. «Così puoi muoverti senza il rischio che ti scivoli via.» Sorrise allegramente, soddisfatta del lavoro.
«Grazie.»
«Aspetta a ringraziarmi. Il difficile arriva adesso. Devi stare lontana dai padroni. Nessuno si deve accorgere delle tue condizioni.» Passò una mano tra i capelli disordinati. Il crespo dei ricci rossi le donava un aspetto selvaggio. «So come fare! Ci scambiamo i turni. Tu ti occuperai delle pulizie delle stanze e io aiuterò a servire i pasti. Certo, il problema sarà spiegare alla governante il cambio non autorizzato. La megera diventa matta quando le disubbidiamo!»
«Mi farò perdonare!»
«Ovvio che lo farai, sei in debito con me, ragazza!»
Anna fece per abbracciarla ma Carmela si tirò indietro.
«Stammi lontana piccola untorella.» Sorrise, facendole l’occhiolino.
La casa si risvegliava lentamente. Il fruscio veloce di vesti che strisciavano sul pavimento sembrava il sibilo di pericolosi serpenti nascosti tra le fessure delle porte chiuse. Anna trasportava il secchio dell’acqua con entrambe le mani. Sentiva un’enorme spossatezza e la voglia costante di chiudere gli occhi. Inoltre, il bendaggio ben stretto che le aveva fatto Carmela, le impediva di respirare correttamente, aggravando il suo malessere. Prese la spugna e inginocchiata nell’angolo più buio del lungo corridoio cominciò a strofinare una per una le mattonelle giallastre. Un vociare sommesso la distolse dai pensieri. Raddrizzò la schiena che le faceva malissimo, in allerta. Qualche attimo dopo dei passi frettolosi sopraggiunsero alle sue spalle. Non aveva bisogno di voltarsi. Sapeva che donna Fortunata, la megera, era in arrivo. Con un gesto rapido tolse il bendaggio nascondendolo tra le pieghe della divisa.
«Anna!» La donna la sovrastava. Si alzò lentamente, reprimendo un colpo di tosse che fece morire in gola.
«Comandi» Anna teneva lo sguardo fisso sul pavimento, atteggiamento che la donna interpretò come rassegnata sottomissione ma che in verità serviva a nascondere l’orrendo aspetto.
«Chi vi ha autorizzate a cambiare i turni di lavoro? Tu e quell’altra testa di carota mi farete ammattire! Cosa devo fare con voi!» La donna cominciò a girarle intorno, sbuffando a ogni passo. Anna sentiva lo stomaco torcersi per i crampi e la testa schiacciata in una morsa dolorosa, oltretutto il movimento insensato della donna le stava provocando le vertigini.
«Non capisco perché si incaponiscono nel tenervi a servizio!»
«Fortunata, la smetta di tormentare quella povera ragazza!»
La donna, mortificata dal richiamo, si spostò di lato lasciando libero il passo al barone.
«Continua ciò che stavi facendo, Anna!»
«Sì, vossignoria.»
Il barone Loffredo Giuseppe Maria, unico erede della famiglia Partinico, si era visto costretto a contrarre matrimonio con la giovane nobildonna Caterina Aurelia Nicosia, per far fronte al dissesto finanziario in cui il padre aveva trascinato la famiglia per certi insensati investimenti in cui si era lasciato coinvolgere. Unione che, negli anni, aveva trasformato uno sterile sentimento in un groviglio di emozioni avverse. Rabbia e malessere erano le costanti della loro infelice unione, e nella sua mente scatenavano una progressiva avversione per tutto quello che riguardava la moglie. Così, se per taluni gli occhi perennemente arrossati, il viso smunto e un corpo eccessivamente esile potevano risultare graziosamente femminili, per il barone erano un frustrante freno alla passione. La odiava, ma odiava soprattutto se stesso per aver accettato di vendersi pur di salvare le apparenze. Era tale il risentimento che non riusciva ad accostarsi a quel corpo, che considerava un mucchietto d’ossa, senza un’esplicita repulsione. Così, già dalla prima notte di nozze, assolti i doveri coniugali, si era fatto accompagnare in città per allontanarsi il più possibile da ciò che riteneva causa di tutti i suoi malesseri: sua moglie. In quindici anni di matrimonio molte donne avevano rinfrancato l’animo distrutto del barone. Donne compiacenti, disponibili e soprattutto carnali, ben lontane dal pezzo di marmo freddo che si ritrovava a letto. Se fosse dipeso dalla sua volontà, Loffredo avrebbe relegato la moglie in qualche angolo recondito della sua vita. Una sorta di mobilio che arreda la casa e di cui nessuno ha effettivamente bisogno. Ma le famiglie di entrambi reclamavano un successore. Un piccolo Partinico Nicosia che avrebbe ereditato l’immensa fortuna della famiglia materna e tramandato il prestigioso cognome dei baroni. Solo per questo motivo si obbligava a condividere il talamo nuziale con la baronessa. Una volta a settimana, venerdì sera, come una via crucis che durava da quindici anni, si stendeva sul corpo di lei mentre la fantasia lo portava lontano, tra altri corpi, tra altri odori.
L’uomo fece per proseguire ma si arrestò tornando sui suoi passi. Anna strofinava con tutta la forza che aveva in corpo mentre Fortunata, che conosceva gli scatti d’ira del barone, teneva gli occhi bassi sul pavimento.
«Dica alla baronessa che l’attendo nel mio studio!»
«Come comanda, signor barone.»
La donna si spostò lateralmente e dopo qualche passo e un ossequioso cenno del capo, si diresse spedita verso le camere da letto.
Anna continuava il suo lavoro, inginocchiata vicino al secchio dell’acqua ormai nera. Il barone sorrise mentre si lisciava i lunghi baffi neri. Sospirò, infilò nel mani nel taschino del panciotto e ne tirò fuori l’orologio a cipolla. Doveva sbrigarsi, affari urgenti attendevano d’essere risolti.