Premessa
PremessaUn rivolo caldo le attraversò le gambe finendole sulle caviglie. Fitte lancinanti le squarciarono il ventre. Respirava affannosamente, nel vano tentativo di dominare quel dolore feroce che la stava uccidendo. Mani aride e curiose s’impossessavano della sua intimità, rovistandola dentro convulsamente. Chiuse gli occhi al sopraggiungere di un’altra fitta. Sarebbe morta, ne era certa, nulla di ciò che aveva immaginato era lontanamente paragonabile a quel dolore assurdo che le stava spezzando, una a una, le ossa. Sentiva il mormorio ovattato di donne cupe in un’atmosfera surreale. Le ronzavano le orecchie e la nausea la tormentava.
«Non spingere!»
Il tono asettico della donna l’obbligò a concentrarsi su ciò che stava succedendo al suo corpo. Sentiva una massa opprimerle il basso ventre e un impellente bisogno di spingerla fuori.
«Respira lentamente!»
Più la donna le urlava ordini più aumentava l’ansia di non riuscire a reggere tutto quel dolore.
«Non posso! Non ce la faccio più … vi prego aiutatemi!»
Le suore si scambiarono uno sguardo silenzioso. Sentì se stessa emettere un urlo straziante al contatto con la punta incandescente di una lama che si faceva strada velocemente in direzione dell’ano.
«Adesso, spingi con tutta la tua forza!»
Era stanca e spaventata ma provò ad assecondare quel movimento scioccante del proprio corpo. Sentì il ventre svuotarsi e le parve che le ossa si frantumassero al passaggio di quel corpicino sconosciuto.
Si poggiò sui gomiti per osservare la madre superiora mentre afferrava il neonato per poi sparire rapidamente nella stanza accanto. Le sembrò di sentire un sussulto, un pianto sommesso e poi il silenzio.
«Come sta il mio bambino?»
Le parve d’aver urlato quel disperato bisogno di sapere, di tranquillizzarsi, ma nessuno le stava prestando attenzione.
«Vi prego, madre, ho bisogno di sapere se il bambino sta bene!»
Una delle suore più anziane, che sorvegliava l’operato delle altre consorelle restandosene in disparte, le si avvicinò.
«Risparmia le forze, benedetta ragazza!»
«Come sta il bambino?»
La donna sospirò rumorosamente, evidentemente spazientita.
«Dio dà e Dio toglie … prega figliola, perché ne avrai tanto bisogno!» Si voltò dirigendosi verso l’uscita. «Siamo tutti peccatori! Rimettiamoci alla clemenza del Padre Celeste, affinché possiamo meritarci il suo perdono …»
Quella frase le si era impressa nella mente come una sentenza inappellabile. Chiuse gli occhi, lasciando incustodito il proprio corpo divenuto mercé di mani sconosciute.
«Fai un ultimo sforzo. Devi far uscire la placenta!»
Di cosa le stava parlando? Perché doveva continuare a spingere se il bambino era già nato? Perché l’avevano allontanato senza darle la possibilità di vederlo?
«La prego, mi dica come sta il mio bambino!»
L’aveva afferrata per il lungo velo che le scendeva fin sotto le spalle.
«Mi dispiace, abbiamo fatto l’impossibile …»
Il suono sinistro di quelle parole le pesava come dei macigni schiacciandole il petto.
«Dov’è mio figlio? Vi prego, fatemelo abbracciare almeno una volta …»
La donna riaggiustò il copricapo con il dorso della mano ancora sporca di sangue.
«Figliola, risparmiati questa sofferenza! Pensa a lui come un angelo ritornato prematuramente nella casa del Padre …» Gli occhi della donna si erano velati di lacrime.
«Ho bisogno di stringerlo almeno una volta … vi prego madre, portatemi il bambino!»
«Dio dà e Dio toglie … fatti coraggio, sei ancora giovane, ti sposerai con un brav’uomo e avrai altri figli da lui, con la grazia di nostro Signore!»
«Non voglio altri figli da nessun uomo!» Le lacrime cominciarono a scenderle copiose inondandole il viso. «Non voglio altri figli!» Aveva urlato con tutte le forze che le erano rimaste.
Il tavolo, su cui l’avevano distesa, si era impregnato del sangue che continuava a scivolarle velocemente tra le cosce.
«Santo Cielo, richiudetela subito! Non vedete che si sta dissanguando?»
La voce della donna le giungeva da lontano e diventava sempre più debole. Provò a riaprire gli occhi, ma una spirale nera l’avvolse sprofondandola nel nulla.