Capitolo 3La prima notte nella stanza da letto della baronessa, l’aveva trascorsa insonne. Le ombre dei mobili che si stagliavano minacciose contro le pareti la spaventavano a morte. La baronessa si era trasferita nella stanza attigua, solitamente occupata dal marito, così Anna era rimasta completamente sola per la prima volta nella sua vita. Sin da quando aveva memoria, aveva condiviso il letto con qualcuno. Quello immenso della padrona, morbido e profumato, non l’aiutava ad addormentarsi. Si tirò su, appoggiando le spalle al cuscino, così da poter vedere meglio il dipinto appeso a una parete. Il sole illuminava le acque quiete del mare, riflettendosi. Lo fissò a lungo, provando piacere. Immaginò fosse il bellissimo tramonto di una lunga giornata trascorsa sulle limpide spiagge della costa in un giorno afoso d’estate. Sorrise divertita da quei pensieri. Ma i pensieri l’avevano brutalmente riportata alla realtà costringendola a riandare alla giornata appena trascorsa. Rivide il medico che, in tarda serata, era passato a visitarla così come le aveva annunciato la baronessa. Era entrato protetto da una benda che gli copriva naso e bocca, carico di boccette di ogni sorta. La visita era stata attenta, meticolosa. Aveva iniziato con l’auscultarle attentamente le spalle per poi passare al petto. Si era accertato che non vi fossero emorragie nelle narici e nelle orecchie, che la pelle di braccia e gambe non presentasse petecchie. La baronessa, poco distante, aveva vigilato silenziosamente.
«Vi sembra peggiorata, dottore?»
L’uomo si girò dalla sua parte, mentre si accingeva a rimettere le coperte addosso ad Anna.
«La ragazza non presenta alcun sintomo della terribile epidemia. Ma vedete baronessa, non mi sento di escludere che la malattia possa infuriare da un momento all’altro ed è mio dovere avvisarla che insistere nel rimanerle accanto senza alcuna protezione può mettere a rischio la vostra già delicata salute.» Si alzò stancamente dal letto, afferrò lo stetofonendoscopio che aveva gettato sulla spalla. «Permettete?» La donna acconsentì con un cenno della testa. Le poggiò delicatamente la parte piatta dello strumento sul petto. «Faccia un bel respiro e trattenga!» Rimase qualche attimo in quella posizione. Il tocco lieve dello strumento le procurò un insolito turbamento. «Provi a tossire!»
Domenico Russo era il figlio minore di una coppia di piccoli artigiani che, dopo avere accasato l’ultima figlia femmina, avevano preferito spostarsi da Napoli a Catania. Sull’isola avevano avviato una modesta sartoria che, superate le iniziali difficoltà di ambientamento in un territorio sconosciuto, erano riusciti a far apprezzare alle famiglie più abbienti della città. Domenico, completati gli studi universitari, aveva raggiunto i genitori per iniziare la sua avventura di medico condotto. In realtà il suo operato egli lo intendeva più come una missione che un mestiere. Sin da piccolo aveva ben chiaro il suo scopo nella vita: aiutare il prossimo. La sua, più che una scelta, era stata una conseguenza naturale del bisogno di placare il desiderio costante di poter fare qualcosa per chi, dalla vita, non aveva avuto niente. Animo estremamente sensibile, scrupoloso, attento e soprattutto sempre disponibile: queste erano alcune delle sfaccettature caratteriali che avevano fatto del giovane dottor Russo un inestimabile membro della comunità. La sua fama lo precedeva mettendolo al centro delle attenzioni delle giovani donne in età da marito, che continuavano a interpellarlo per i sintomi più fantasiosi. Ma a Domenico la vita sociale risultava del tutto estranea, e così, a chi continuava a chiedergli: “Come mai un così bell’uomo non ha ancora pensato di prendere moglie”, rispondeva sempre con la stessa frase: “Non vorrei scontentare nessuno”, accompagnata da un dolce sorriso e da una strizzatina d’occhio. In realtà quell’insistenza ossessiva, ora di questa ora di quella comare, che a tutti i costi dovevano presentargli colei che sarebbe stata la sua compagna per la vita, cominciava a stancarlo. Certo, sulla soglia dei trent’anni, qualche volta l’idea di una famiglia tutta sua balenava nel suo stanco e occupato cervello. Ogni tanto, rientrando a notte fonda, dopo l’ennesima lotta contro quel male tremendo che si stava portando via decine e decine di vite anche in giovanissima età, il bisogno di trovare qualcuno a casa che lo attendesse, con cui poter condividere il dolore della morsa che sentiva sul cuore, gli si presentava in maniera prepotente. Erano attimi di smarrimento, momenti di scoramento transitori, bastava l’ennesima chiamata nel cuore della notte per dargli conferma che la scelta fatta era l’unica compatibile col suo lavoro. L’eco della passione che metteva nella cura dei pazienti aveva raggiunto le famiglie nobili che, incuriosite dall’approccio innovativo che aveva con le malattie del corpo in relazione con i frastorni della mente, non disdegnavano di consultarlo.
«Baronessa, potrebbe scoprire leggermente le braccia?»
L’uomo attese pazientemente che Caterina slacciasse i polsini del vestito. Scrutò attentamente la superficie epiteliale che con enorme sollievo trovò pulita. Aprì la borsa che aveva con sé e ne estrasse un foglio scritto a mano.
«Perdoni la mia insistenza, ma ho bisogno che mi rassicuri sul fatto che presterà la giusta attenzione alle regole che troverete qui elencate.»
Le aveva sfiorato la mano e per un secondo i loro sguardi si erano incontrati.
«Non voglio allarmarla, ma creda alla mie parole, questa terribile influenza sta uccidendo migliaia di persone. Voi siete fortunata, chiusa in quest’angolo di paradiso, siete all’oscuro delle atrocità che si stanno verificando.» Spostò lentamente lo sguardo sulla finestra. «Non si riesce più nemmeno a contarli.» Dall’incrinatura della sua voce si capiva il malessere che portava dentro. «Intere famiglie sterminate … generazioni cancellate. Stanno allestendo delle tende per far fronte al bisogno del crescente numero di contagiati.» Ripose gli strumenti nella borsa sospirando rassegnato. «Molti vengono deposti in fosse comuni e di loro nessuno avrà più memoria …»
Anna, che fino ad allora aveva fatto finta di dormire, strabuzzò gli occhi terrorizzata dalle parole dell’uomo. Non aveva dato particolare peso ai racconti che aveva sentito, alla fine si era sempre convinta fossero solo delle esagerazioni, ma le cose che raccontava il medico non potevano che essere vere e solo in quel momento, improvvisamente, stava realizzando che la sua vita era realmente in pericolo e le blande precauzioni di Carmela forse erano servite a evitare d’infettare chiunque fosse stato a contatto con lei. Forse perché, a sentire il dottore, quel male misterioso poteva esplodere in qualsiasi momento. Cosa avrebbe fatto se la baronessa si fosse ammalata per colpa sua? Sicuramente l’avrebbero punita, picchiata e chissà, magari messa in prigione. Mille pensieri le frullavano in testa quasi a soffocarla. Una grossa lacrima le era scesa velocemente sul viso, e poi un’altra e un’altra ancora finché il flusso non si era trasformato in un pianto silenzioso.
«Se notate qualsiasi cambiamento sul vostro corpo o su quello della ragazza, vi prego di mandarmi a chiamare immediatamente. Occorre celerità per strappare una vita a morte certa …»
Fece un lieve inchino in segno di ossequioso saluto e si congedò. La baronessa rimase immobile al centro della stanza per qualche attimo, poi come attirata da una forza invisibile, si ritirò nella sua stanza.