LA SESTA SENTINELLAConobbi per la prima volta Rosalie “Sfortuna” Smith quando era una ragazzina magra e fragile, neanche vent’anni e già molto consapevole della solitudine del fondo di una bottiglia di whisky. Aveva i capelli rovinati da troppe tinte, rosso fuoco una settimana prima, neri come la notte quel giorno, viola e verdi per il Mardi Gras. Aveva un viso dai lineamenti minuti, vagamente ferino, gli occhi truccati di nero, le labbra rosse tese sui piccoli denti aguzzi. Se avessi potuto toccarla, avrei avvertito sotto le dita una pelle serica e secca, e capelli come un fremito di elettricità sul volto.
Ma non potevo toccarla, o almeno, non in un modo che la rendesse consapevole del contatto tra noi. Potevo passarle le dita sulla pelle del braccio, pallida come la carne di vitello e serrata sulle ossa minute come friabile polpa di pesce. Potevo anche serrarle la mano intorno alla sfera di liscia porcellana del polso. Ma il mio tocco era come aria, per lei. Al massimo, poteva avvertire un brivido gelido cristallizzato lungo la spina dorsale.
«Il tuo fegato ha la consistenza di un velluto caldo e umido», le dicevo, attraversando le costole per accarezzarle quell’organo torturato.
Lei si stringeva nelle spalle. «Ancora un anno qui in città, e sarà in salamoia».
Rosalie era giunta a New Orleans perché era il posto più a sud dove era riuscita ad arrivare, o almeno, così diceva lei. Stava scappando da un amante a cui si riferiva con indifferenza, soltanto con il nome di Joe Coffeespoon. Il ricordo di lui la faceva rabbrividire molto più delle mie dita ectoplasmiche, e allora cercava il bacio umido delle notti tropicali.
Si era stabilita in un appartamento di uno degli edifici più antichi del Quartiere francese, sopra uno “shoppe” che vendeva pozioni e filtri magici. All’inizio, mi ero chiesto se sarebbe stata contenta o meno di sapere che quel minimale e sacrificato alloggio era già abitato da un fantasma, ma quando notai che decorava le pareti con veli di pizzo nero e foto di musicisti dal viso androgino e scavato che sembravano più morti che vivi, capii che potevo mostrarmi a lei senza temere di essere sfrattato. È sempre una gran seccatura, quando qualcuno chiama l’esorcista. Il sacerdote in sé non è un problema, ma i demoni che immancabilmente lo seguono sono sempre grossi come gattacci e fastidiosi come zanzare. Sono loro, non le litanie e l’acqua santa, a scacciare gli spiriti innocenti.
Ma Rosalie si era limitata a fissarmi con uno sguardo freddo e calcolatore, poi si era presentata e mi aveva chiesto di presentarmi e raccontarle la mia storia. Riconobbe in effetti il nome, avendolo letto ovunque nelle pagine dei libri di storia e nelle insegne appese fuori da ambigue “case dell’assenzio” nel Quartiere Francese. Quanto alla mia storia... be’, ne avevo abbastanza per intrattenerla per più di mille e una notte (io, la Sheherazade di Barataria Bay!). Da quanto tempo avevo desiderato di poterle raccontare? Non avevo amici, né amanti, da più tempo di quanto potessi ricordare (la compagnia degli altri fantasmi locali non mi interessava: erano un mucchio di tipi tristi e morbosi, perlopiù senza testa o coperti di sangue, che si manifestavano ogni tanto solo per indicare con un dito scheletrico qualche pietra instabile del caminetto, prima di svanire nel nulla senza dire una parola. Non avevo incontrato nessuna personalità interessante, e comunque nessuno con una storia particolare e intrigante quanto la mia).
Dunque ero felice della compagnia di Rosalie. Poiché i vecchi edifici vengono sempre più spesso demoliti, devo continuamente spostarmi da un luogo all’altro della città, nel tentativo di trovare posti dove risiedevo in vita, e dove resta ancora uno scampolo della mia anima capace di ancorarmi a questo mondo. Ci sono ancora bayou coperti di vegetazione o remote insenature del Mississippi che visito spesso, ma dover rinunciare al folle carnevale di New Orleans, e abbandonare la compagnia dei vivi (che lo vogliano o meno) vorrebbe dire accettare del tutto che sono morto. Dopo quasi duecento anni, ancora non ci riesco.
«Jean», mi chiamava, mentre la sera calava come una leggera e lenta sciarpa color porpora sul Quartiere Francese, e le luci dorate dei lampioni si accendevano, «ti piacciono queste mutandine con il bustino argentato, Jean?» (lo pronunciava bene, il mio nome, alla maniera francese, come John, ma con la J dolce). Cinque sere a settimana, Rosalie lavorava come spogliarellista in un nightclub su Bourbon Street. Sceglieva le sue mise da un enorme armadio pieno zeppo di vestiti microscopici e trasparenti che chiamava “costumi”, alcuni dei quali erano forse appena più reali della mia carne ectoplasmica. Quando mi aveva parlato per la prima volta del suo lavoro, pensando che ne sarei rimasto sconvolto, in realtà ero scoppiato a ridere. «Ho visto cose peggiori, ai miei tempi», le avevo assicurato, pensando alle deliziose e spudorate fanciulle mulatte che avevo conosciuto, e a famosi “spettacoli privati” che includevano serpenti spediti da Haiti e lucidi falli di pietra di supposti idoli voodoo.
Andai a vedere gli spettacoli di Rosalie due o tre volte. Il locale si trovava in un vecchio edificio che un tempo ospitava un bordello ben impresso nella mia memoria. Ai miei tempi, il luogo era tappezzato di seta scarlatta e velluto porpora, dando l’effetto di enormi labbra carnose che ti si chiudevano addosso quando entravi, attirandoti nei loro più profondi recessi. Smisi di andare a vedere Rosalie quando mi disse che la innervosiva notare di colpo la mia presenza nelle centinaia di specchi che tappezzavano il locale, cento Rosalie coperte di lustrini e cento Jean traslucidi e mille patetici ometti dagli occhi avidi che si riflettevano all’infinito nelle pareti. Gli specchi, in generale, la rendevano nervosa, ma credevo che non le piacesse neanche che guardassi le altre ballerine, sebbene lei fosse la più carina di quel gruppo di ragazze dai fianchi larghi e dai visi insipidi.
Durante il giorno, Rosalie si vestiva di nero: pizzi e merletti, cuoio e seta, i vestiti pacchiani e tristi delle “deather”. Le avevo chiesto di spiegarmi cosa fossero. Si trattava di ragazze che raramente avevano più di diciotto anni, che si dipingevano il viso di bianco, si truccavano gli occhi con pesanti linee di kajal e le labbra di nero o rosso sangue. Facevano sesso nei cimiteri e saccheggiavano le vecchie tombe in cerca di crocifissi da indossare come gioielli. Ascoltavano musica ricca e soffocante come un mazzo di rose a un funerale, e buia come le quattro del mattino, composta in una malinconia suicida da quegli androgini musicisti che decoravano le pareti dell’appartamento di Rosalie. Volendo, sulla morte avrei saputo dire più di qualcosa a quelle ragazze. Se avessero provato a vagare per un centinaio d’anni senza un corpo materiale, per esempio, senza piedi con cui toccare il suolo o una lingua per gustare il vino e baciare, forse avrebbero capito che era giusto celebrare la vita, finché la si aveva. Ma Rosalie non mi ascoltava mai, quando cercavo di affrontare l’argomento, né mi presentò mai a qualcuna delle sue amiche deather.
Sempre che ne avesse. Avevo visto altre ragazze simili andarsene in giro per il Quartiere Francese dopo il tramonto, ma mai in compagnia di Rosalie. Molto spesso, lei se ne restava nella sua stanza a bere whisky, nelle sue serate libere, versando dita di ambrato fuoco liquido su cubetti di ghiaccio scricchiolante, e inghiottendo ancora, ancora e poi ancora. Non aveva mai avuto un amante, da quel che ne sapevo, a parte il temuto Coffeespoon, che per gli standard di Rosalie doveva essere piuttosto ricco. I suoi ammiratori del locale le avrebbero offerto somme incredibili in cambio di una sola notte di piacere più esotico di quanto le loro menti da rospo potessero arrivare a immaginare. Alcuni di loro sarebbero davvero arrivati a pagarla una fortuna, ma Rosalie ignorava sempre le loro morbose richieste. Non sembrava opporsi all’idea del sesso in cambio di denaro, tuttavia, quanto non essere interessata affatto al sesso.
Quando mi raccontò delle proposte che riceveva, pensai a tutti i tesori che avevo sepolto sottoterra, ai tempi in cui ero ancora vivo. Monete d’oro e gioielli, e tutte le ricchezze ottenute dalle rapine che erano il mio pane quotidiano, e dagli omicidi che erano il sale della mia vita. C’erano ancora scrigni e bauli che nessuno aveva trovato e che nessuno avrebbe trovato mai. E tutti valevano dieci volte di più rispetto alle offerte di quegli uomini.
Spesso tentai di rivelare a Rosalie dove fossero nascosti quei tesori, ma, al contrario di altre ragazze come lei, riteneva che ciò che era sepolto doveva restare tale. Diceva che il pensiero di un tesoro nascosto sotto al fango, alle pietre o ai mattoni, con la gente che ci camminava vicino o addirittura sopra ogni giorno, la divertiva più dell’idea di recuperarlo e spenderlo.
Non le credevo. Non mi guardava mai negli occhi, quando parlava così. Le tremava la voce, quando parlava delle deather che saccheggiavano le tombe per divertimento («Hanno spostato una lastra di granito che pesava venti chili», mi raccontò una volta, incredula. «Come hanno potuto pensare di farlo, al buio e senza sapere cosa sarebbe potuto uscirne fuori?»). C’era uno scheletro dentro a una bara dal coperchio di vetro, al pianterreno, nello shoppe voodoo, e a Rosalie non piaceva entrarvi a causa di quella presenza. L’avevo vista sbirciarlo con la coda dell’occhio, come se quelle povere vecchie ossa la affascinassero e disgustassero allo stesso tempo.
Aveva alcune paure ossessive, me ne resi presto conto. Evitava in tutti i modi di parlare di cose morte, sepolte, di cose che andavano scavate fuori dalla terra. Quando le raccontai le mie storie, mi costrinse a saltare le parti che parlavano di tesori o corpi sepolti; non mi lasciò descrivere il fetore della palude di notte, le luci sinistre dei fuochi fatui, il risucchio umido prodotto dal fango quando una pala vi si conficcava dentro. Non mi faceva raccontare di sepolture in mare né di tombe poco profonde nel bayou. Si coprì le orecchie quando le raccontai di un furfante il cui cadavere avevo appeso al ramo nodoso e scuro di una quercia secolare. Era stato qualcosa di notevole, tra l’altro: quando ero tornato in quel luogo sperduto, un anno dopo, il suo scheletro intero e perfettamente conservato era ancora appeso lì, tenuto insieme da fili grigi di muschio spagnolo. Si intrecciava intorno alle ossa lunghe e sgorgava dalle orbite vuote, tenendogli la bocca spalancata e pendendogli dal mento come una lunga barba grigia. Ma Rosalie non voleva sentire queste storie.
Quando la mettevo davanti alle sue paure, si rifiutava di riconoscerle. «Chi l’ha detto che i cimiteri sono romantici?», domandava. «Chi l’ha detto che dovrei andare a dissotterrare delle ossa solo perché mi piace Venal St. Claire?» (Venal St. Claire era un musicista, una di quelle bellezze macilente e malinconiche che adornavano le pareti della sua stanza. Ma non mi sembrava che le piacesse davvero, come non le piaceva nessun altro). «Mi vesto di nero soltanto perché così posso abbinare senza problemi tutto quello che ho nell’armadio», mi disse una volta, in tono solenne, come se si aspettasse che le credessi. «Così non mi tocca pensare a quello che devo indossare quando mi alzo di mattina».
«Ma tu non ti alzi mai di mattina».
«Di sera, allora. Insomma, sai cosa intendo». A quel punto, rovesciò indietro la testa e scolò l’ultima goccia di whisky nel bicchiere. Era la cosa più e*****a che le avessi mai visto fare. Le passai un dito tra le curve lisce dell’intestino. Un vago senso di disagio le sfiorò per un attimo il viso, come per un improvviso attacco di mal di pancia, di certo attribuibile a quel torcibudella che beveva. Ma non aggiunse altro.
La guardai bere fino a perdere i sensi, i capelli ruvidi sparsi sul cuscino, un filo di saliva che le colava dall’angolo delle labbra sul copriletto di seta nera. Poi mi avventurai nella sua testa. Non era una cosa che facevo spesso: certe volte avevo notato che poi la mattina dopo mi guardava con diffidenza, come se ricordasse di avermi visto nei sogni e si domandasse come ci ero finito dentro. Se fossi riuscito a convincerla a dissotterrare uno dei miei scrigni – uno solo – i nostri guai sarebbero finiti. Non avrebbe più dovuto lavorare e io avrei potuto averla con me per sempre. Ma prima dovevo capire la sua paura. Se non fossi riuscito a scoprirla e a superarla in qualche modo, i miei tesori se ne sarebbero rimasti per sempre sepolti nel fango del bayou.