Così, in pochi attimi mi ritrovai immerso nel tessuto spugnoso del suo cervello, a setacciare i suoi ricordi d’infanzia come se fossero monete d’oro appena recuperate da un galeone spagnolo. Mi sembrava di sentire l’odore del whisky che le annebbiava i sogni, come una nebbia pungente.
La trovai più in fretta di quanto mi aspettassi. Le avevo ricordato la sua paura, e adesso, poiché lei non permetteva alla coscienza di ricordarla, l’inconscio la stava sognando. Per un attimo indugiai sull’orlo della consapevolezza: riuscivo ancora ad avvertire vagamente la presenza della stanza intorno a me, con la sua pesante mobilia e le pareti nere e cariche di oggetti. Poi tutto svanì, mentre piombavo a capofitto nel sogno d’infanzia di Rosalie.
Un villaggio del sud della Louisiana, costruito presso la foce di mille ruscelli e fiumiciattoli. Strade fatte di terra e gusci d’ostriche triturati, case edificate su palafitte di legno per evitare che l’acqua arrivi a bagnare le verande linde e dipinte a colori vivaci. Reti per gamberi irrigidite dal sale, appoggiate sulle ringhiere di qualche casa; nasse per granchi accatastate fino ai tetti di altre. Un tipico insediamento cajun.
(Rosalie Sfortuna è una ragazza cajun, dunque? Lei che giura di non aver mai messo piede prima d’ora in Louisiana? Mon petit chou! “Smith”, come no!)
Su una veranda, una ragazzina con una t-shirt e una gonna fatta in casa di tela di cotone se ne sta appollaiata in cima a una cassa di bottiglie vuote di birra. I seni non ancora schiusi premono contro il tessuto sottile della maglietta. Un medaglione le scintilla nell’incavo della gola, un minuscolo santo sbalzato in argento. Avrà al massimo dodici anni. Accanto a lei c’è quella che deve essere sua madre, una donna alta e robusta, dal viso regale, con una corona di capelli neri soffici e cotonati. Sta pulendo delle aragoste. Ne getta le teste in un barattolo di caffè e lancia gli scarti a un gruppetto di galline maculate che razzolano nell’unico punto del cortile non invaso dall’acqua, più alta di quanto la mamma non l’abbia mai vista prima. La ragazzina ha una lattina di Coca Cola in mano, ma non ne ha bevuta molta. Sembra preoccupata per qualcosa: lo si vede chiaramente dalla postura delle spalle, dal modo in cui dondola le gambe snelle sotto la gonna di cotone. Più di una volta, gli occhi le si fanno lucidi di lacrime che riesce a controllare a stento. Quando alza gli occhi, si capisce che è più grande di quanto non sembrasse all’inizio, forse tredici o quattordici anni. Un’aria di ingenuità, una vaga goffaggine nei movimenti la fa sembrare più giovane. Si agita lievemente, a disagio, e infine mormora: «Mamma?»
«Sì, Rosie?». La voce della madre sembra un po’ troppo lenta; le si ferma in gola, per poi trascinarsi, riluttante, oltre le labbra.
«Mamma... Theophile è ancora sottoterra?»
(C’è uno stacco nel sogno, a questo punto, o meglio, nella mia consapevolezza del sogno. Non so chi sia questo Theophile, forse un amico d’infanzia. O forse un fratello; in una famiglia cajun non esistono figli unici. La questione mi disturba, e sento Rosalie sfuggirmi per un attimo. Poi il sogno continua, inesorabile, e io vengo di nuovo risucchiato al suo interno.)
La madre cerca di restare calma. Abbassa le spalle, e il seno pesante si affloscia contro il ventre. L’espressione stoica che ha sul viso vacilla almeno un po’. «No, Rosie», risponde infine. «La tomba di Theophile è vuota. Lui è andato in cielo».
«Quindi se andassi a guardare, non sarebbe lì?»
(Di colpo, mi sembra di riconoscere la mia Rosalie, nel viso di questa fanciulla adolescente. Gli occhi scuri e intelligenti, la mente sveglia e non rallentata dal whisky o dal tempo.)
La madre resta in silenzio, alla ricerca di una risposta che possa soddisfarla e confortarla insieme. Ma un temporale si è avvicinato, scatenandosi all’improvviso, come succede spesso nel bayou: i tuoni scuotono il cielo, l’aria si carica di colpo di scintille invisibili. Poi arriva la pioggia, violenta e torrenziale. Le galline maculate si rifugiano sotto la veranda, protestando. Pochi secondi dopo, il cortile davanti alla casa è ridotto a un lago di fango. Piove così ogni giorno da un mese. È la primavera più piovosa che chiunque ricordi da quelle parti del bayou.
«Non puoi andare da nessuna parte, con questa pioggia», commenta la madre. Si avverte un chiaro sollievo, nella sua voce. Fa rientrare la ragazzina e corre intorno alla casa per portare dentro i panni stesi, anche se i vestiti di cotone sbiadito e i jeans rattoppati sono già zuppi.
All’interno della piccola casa tiepida, Rosalie si siede alla finestra della cucina, osservando la pioggia che si rovescia a fiumi sul bayou, persa nei suoi pensieri.
Il temporale dura per tutta la notte. Nel suo letto, Rosalie ascolta la pioggia picchiare sul tetto; sente rami che cigolano e scuotersi al vento. Ma è abituata alle tempeste e non si preoccupa di questa. Sta pensando a un capanno in un angolo del cortile, dove suo padre teneva le vecchie nasse per i granchi e gli attrezzi. Sa che c’è anche una pala, lì dentro. E sa dov’è la chiave.
Il temporale si placa un’ora prima dell’alba, e lei è pronta.
Ha paura della propria morte, ovviamente, non di quella di Theophile (chiunque lui sia). Ha l’età in cui la curiosità per la debolezza della carne ne supera il timore. Pensa a lui sottoterra e deve scoprire se è lì per davvero. È in cielo, o è ancora a marcire nella tomba? Qualunque cosa troverà, non può essere peggiore di ciò che ha immaginato.
(O almeno, è quello che mi viene da pensare al momento.)
Rosalie non si sente del tutto normale, mentre esce dalla casa avvolta nel silenzio recupera la pala del padre e attraversa il villaggio buio fino al cimitero. Le piace camminare scalza, e ha piante abbastanza callose da permetterle di calpestare i frammenti lucidi e bagnati dei gusci d’ostrica, tuttavia sa che dopo un temporale è bene mettersi le scarpe, perché i vermi potrebbero entrarti nei piedi. Quindi avanza in mezzo al fango con le scarpe da ginnastica inzuppate, cercando di non pensare a quello che sta per fare.
È ancora buio, ma Rosalie conosce a memoria le strade del villaggio. Ben presto, trova con le mani il cancello di ferro arrugginito del cimitero, che si apre cigolando sotto la sua spinta. Fa una smorfia, a quel rumore fastidioso che spezza il silenzio prima dell’alba, ma non c’è nessuno, lì intorno, a sentirlo.
O almeno, nessuno che sia in grado di farlo.
Le sagome nette delle lapidi si sollevano contro un cielo d’inchiostro. Poche famiglie nel villaggio si possono permettere una pietra tombale; di solito legano insieme due pezzi di legno a forma di croce, oppure si costruiscono da sole la loro lapide con un pezzo di granito, se riescono a procurarselo. Rosalie procede a tentoni in mezzo a una selva di frastagliate e irregolari commemorazioni di defunti. Lei sa che alcune sono soltanto pezzi di legno di quercia incisi a mano e piantati nel terreno. Le ombre alla base di ogni lapide sono umide e lucide. I piedi le affondano nel fango maleodorante. Si ripete che è solo l’odore dell’acqua stagnante. In alcuni punti, il terreno sembra viscido e pieno di bitorzoli; non riesce a vedere su cosa sta camminando.
Ma quando si avvicina alla lapide che stava cercando riesce subito a riconoscerla, perché è la più bella di tutto il cimitero, di un marmo pallido come la luna che sembra attirare ogni traccia di luce nelle sue lattiginose profondità. La sua famiglia l’ha fatta fare a New Orleans, spendendo probabilmente tutti i risparmi di una vita. Le lettere incise sono nette come tagli di rasoio. Rosalie non riesce a vederle, ma ne conosce ogni cavità e ombra. C’è solo il suo nome, severo e freddo; niente date, né iscrizioni, come se il dolore della famiglia fosse troppo grande per permettere loro di dire qualcosa su di lui. Hanno scritto il suo nome, e l’hanno lasciato lì.
Il tratto di terreno alla base della lapide non si vede, ma Rosalie lo conosce fin troppo bene: un rettangolo brullo e fangoso. L’erba non ha avuto ancora il tempo di crescerci sopra; è stato sepolto appena due settimane fa, e i pochi germogli che avevano tentato di spuntare sono stati schiacciati dalla pioggia. Ma lui può essere davvero lì sotto, chiuso in una bara, con il corpo esile gonfio e livido, col viso avvenente e le mani delicate che iniziano a decomporsi?
Rosalie fa un passo avanti, la mano che si allunga a sfiorare le lettere del suo nome: THEOPHILE THIBODEAUX. Mentre pensa – o sogna – quel nome, le dita che ne tracciano i contorni sul marmo, un’immagine le riempie la testa, insieme a un coacervo di sensazioni intense ed erotiche. Un ragazzo più grande di Rosalie, forse diciassettenne: un viso pallido e affilato, troppo magro per definirlo bello, ma di certo affascinante; un sipario di lunghi capelli neri e lisci che nascondono in parte due occhi di un azzurro intenso e vulcanico. Theophile!
(Di colpo, è come se la coscienza di Rosalie si unisse alla mia, senza soluzione di continuità. Sento il cuore sobbalzare per l’amore adolescenziale di una ragazzina per questo focoso ragazzo cajun. Sono vagamente consapevole del suo corpo ventenne sbronzo e addormentato sul letto, il basso ventre che freme al ricordo di lui. Oh, come la toccava... oh, come la assaggiava!)
Sapeva che agli occhi di Dio quelle cose erano sbagliate. Sua madre le aveva dato un’educazione da brava ragazza. Ma le sere che aveva passato con Theophile, dopo balli e riunioni della chiesa, seduta su un molo vuoto con il suo braccio intorno alle spalle, appoggiata all’incavo caldo della sua spalla, non potevano essere sbagliate. Dopo una settimana che si conoscevano, lui aveva iniziato a farle leggere quello che scriveva con la sua vecchia macchina da scrivere Olympia, malandata e macchiata d’inchiostro: poesie e racconti, canzoni della palude. E tutto questo non poteva essere sbagliato.
E la notte che erano usciti di nascosto per incontrarsi, la notte trascorsa nella rimessa vuota delle barche vicino alla casa di Theophile, neanche quella poteva essere sbagliata. Avevano cominciato con dei semplici baci, ma quei baci si erano fatti troppo intensi, troppo esigenti, e Rosalie si era sentita ribollire il sangue nelle vene. Theophile aveva risposto a quel calore con il proprio. L’aveva sentito sollevarle l’orlo della gonna e – con cautela, quasi con reverenza – sfilarle le mutandine di cotone. E a quel punto si era messo ad accarezzarle la peluria scura tra le gambe, stimolandola con la punta delle dita, strofinando sempre più velocemente e in profondità, fin quando si era sentita come un bocciolo in procinto di far esplodere all’esterno il suo dolce nettare. Poi le aveva schiuso di più le gambe per baciarla proprio lì, con la stessa tenerezza con cui l’aveva baciata sulla bocca. La sua lingua era morbida e ruvida al contempo, come una salvietta umida e insaponata, e Rosalie era arrivata a pensare che sarebbe morta di piacere. Poi, lentamente, Theophile le era entrato dentro, e sì, era lì che lei lo voleva, e sì, gli si era aggrappata con le dita alla schiena, attirandolo ancora di più a sé, rifiutandosi di considerare il dolore della prima penetrazione. Lui si era fermato lì, dentro di lei, senza quasi muoversi; si era chinato a baciarle i capezzoli ancora non sbocciati, duri e dolenti, e Rosalie aveva sentito la forza della femminilità attraversarla e scuoterla. Non poteva esserci niente di sbagliato, in questo.
Con quei ricordi intensi in mente, avanza di un altro passo verso la lapide. Il terriccio si disfa sotto i suoi piedi, e Rosalie piomba a capofitto nella tomba del suo innamorato.
La pala la colpisce alla schiena. L’odore di marcio la assale, pesante, forte: carne putrefatta, grasso rancido, un fetore rivoltante e dolciastro. La caduta la stordisce. Si ritrova a dibattersi nel fango, a sputarne una boccata.
Poi la prima pallida luce del giorno si allunga nel cielo, e Rosalie si ritrova a fissare il volto disfatto di Theophile.
(Ora i suoi ricordi mi assalgono come un’ondata di marea. Un po’ di tempo dopo che lei e Theophile avevano iniziato a incontrarsi nella rimessa delle barche, aveva cominciato ad avere la nausea, e il caldo la lasciava priva di forze. Il ciclo mensile, che le era venuto solo da un anno, si era interrotto. Sua madre l’aveva portata da un medico nella città più vicina, e lui le aveva confermato quello che Rosalie già temeva: portava in grembo il figlio di Theophile.)