Quando arrivo a Milano è quasi mezzogiorno, ho fatto una levataccia per arrivare prima possibile, considerando che dovrò andarmene domani mattina.
Ogni volta tornare qui è sempre un po' meno strano, ed è come se mese dopo mese ritornando mi sentissi sempre più a casa.
«Elisa! Pensavamo non arrivassi più»
Mio padre si avvicina sorridendo e si precipita a togliermi il peso del borsone da viaggio, portandolo in casa subito dopo avermi dato un abbraccio.
Come sempre socchiudo gli occhi godendomi quel contatto che mi è mancato per tanto tempo, fiera di come sto riuscendo ad eliminare il rancore nei suoi confronti.
Credo che dargli una seconda possibilità sia una delle scelte migliori che ho fatto in questi anni, forse l'unica buona.
«Non farlo per lui, fallo per te stessa»
Chissà se sarei qui, altrimenti.
Mi riscuoto immediatamente da quei pensieri che non portano a niente di buono, e seguo mio padre dentro casa dove anche mamma mi attende sulla soglia.
«Quanto ci sei mancata amore!»
«Anche voi mamma»
Rispondo, sincera, restando un po' rigida sotto il suo abbraccio affettuoso a causa delle mie difficoltà ad avere approcci fisici con le persone.
Ultimamente ho bisogno di lasciare Roma un po' più spesso, ci sono tante cose che mi fanno male in quel posto.
Dopo aver svuotato le poche cose di cui ho riempito il mio borsone vado in cucina, dove la tavola è apparecchiata e mamma sta servendo una lasagna fumante.
Mi torturo le mani mentre me ne serve un piatto, non sapendo come affrontare il mio stomaco che si sta proprio ribellando.
Il pranzo comincia e per i dieci minuti iniziali nessuno fa attenzione al fatto che non ho toccato cibo, perché partecipo attivamente alla conversazione facendoli concentrare su altro.
Poi però, mentre papà mi chiede della vita in accademia, con la coda dell'occhio vedo lo sguardo di mia madre cadere sul mio piatto pieno e sulla forchetta intonsa, con le labbra increspate in una smorfia di preoccupazione.
Resta in silenzio finché mio padre non si alza per andare a mettere la partita in salotto, probabilmente perché sa che non ho ancora completa confidenza con lui per parlargli di cose così personali.
«Quanto peso hai perso?»
La sua voce non ha tono giudicatorio, è seria e vuole sapere concretamente quanto è grave la mia situazione.
«Non molto, mamma»
«La verità, Elisa.»
«6...7 kili forse, non lo so»
La donna sospira, venendo a sedersi accanto a me, per poi poggiare i gomiti sulle ginocchia e sporgersi in avanti.
«Che succede, bambina?»
«Non è niente, sono solo stressata per gli esami»
«Tu non sei una persona ansiosa. Sono tua madre, nessuno ti conosce meglio di me.»
Gioco nervosamente con il braccialetto d'argento che ho attorno al polso, volendo solo scappare da questa conversazione scomoda.
«È tutto sotto controllo mamma, tranquilla»
«Beh non mi...»
«Elisa, Margherita! Venite qui»
Ci richiama mio padre con voce allegra, interrompendo mia madre.
Tiro un sospiro di sollievo e mi alzo dalla sedia su cui sono seduta dirigendomi verso il salone, ma mia madre mi prende per un polso appena prima che possa raggiungerlo.
Mi giro a guardarla, interrogativa, e mi si spezza il cuore quando la vedo guardarmi con occhi pieni di preoccupazione.
«Non lascerò che ti autodistrugga»
Tentenno un secondo, per poi limitarmi a rivolgerle un sorriso.
Neanch'io voglio autodistruggermi, mamma, aiutami.
Entrambe riacquisiamo il sorriso e raggiungiamo papà seduto sul divano, che ci indica tutto contento il televisore.
«Eli ma quello non è il ragazzo che ci avevi portato qualche anno fa?»
Dice l'uomo, esterrefatto, e io come una stupida mi giro anche a guardare lo schermo.
Sposto immediatamente lo sguardo, scottata.
«Oddio, sì, sembra proprio lui»
Concorda mia mamma, sorridendo da parte a parte, e io sento le punte delle dita formicolare.
«No. Non so chi sia questo ragazzo»
E infondo è vero, chi è quello?
I miei genitori mi guardano confusi ma io non gli do tempo di fare domande, tant'è che appena sento la sua voce cominciare a rispondere alle domande della giornalista, strappo il telecomando dalle mani di mio papà e spengo il televisore.
«Quella trasmissione fa schifo. Ora vado a farmi una doccia»
Li informo, mostrando un grande sorriso, e loro due annuiscono un po' turbati guardandomi come se fossi pazza.
Non ci faccio caso e salgo le scale saltellando, fino a raggiungere la mia cameretta.
Apro la porta e per un secondo, solo uno, mi sembra di non essere da sola.
Poi mi accorgo che è solo il peso dei ricordi.
Guardo il mio letto, la scrivania, il letto degli ospiti alla fine mai utilizzato, e devo stringere forte le palpebre per impedire al dolore di entrare.
«Cancella»
Sussurro a me stessa, per poi riscuotermi e prendere un cambio dall'armadio in cui ho appena messo le cose che ho portato.
Apro l'acqua della vasca e lascio che si riempia di calore, per poi spogliarmi ed immergermi in essa trovando subito sollievo dal freddo gelido che fa fuori.
La schiuma fuoriesce da tutte le parti e io ne sono completamente immersa, tant'è che quando il mio cellulare poggiato al bordo comincia a squillare è davvero difficile rispondere con le mani bagnate.
Menomale che è waterproof.
Ma che vuole Clarissa adesso?
«Pronto?»
«Ciao amore come stai?»
Sembra tesa, posso immaginarla forzare un sorriso dall'altro capo del telefono per illudermi di non avere niente.
«Bene e tu?»
«Tutto okay. Hai mangiato?»
«Sì. Qui fa ancora più freddo che a Roma.»
«mhmh»
Borbotta, soprappensiero, e io mi chiedo cosa le passi per quella testolina bionda.
«Devo proprio andare a comprarmi delle...»
«Eli devo dirti una cosa»
Mi interrompe, come se avesse appena trovato il coraggio e non potesse farselo sfuggire.
«Che ansia, dimmi su»
C'è qualche secondo di attesa, anzi forse qualche minuto, in cui decido di non insistere per darle il tempo che le serve.
Poi, dopo aver sospirato, parla.
«È tornato»
«Chi?»
«Lui, Elisa, è tornato»
Buio.
Panico.
Caos.
Inspiro ed espiro una volta sola, ma non basta.
Lo faccio ancora, ancora e ancora ma il mio respiro diventa affannato, e allora capisco che devo smetterla.
«Quando?»
Sussurro, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al bordo della vasca.
«Questa mattina, li ho visti fuori dal bar»
«Okay, grazie»
«Stai bene?»
«Certo Clarissa, è acqua passata, non me ne frega niente»
«Ti voglio bene»
«Te ne voglio anch'io»
Sussurro, prima di riattaccare.
In un attacco di irrazionalità lancio il telefono per terra, che grazie al cielo atterra sul tappeto e quindi non si rompe.
Passo le mani tra i capelli e porto le ginocchia al petto, rannicchiandomi, con un senso di nausea che mi impedisce anche di pensare.
Com'è possibile che siano già qui?
Forse, su una cosa aveva ragione.
Due anni non sono poi così tanto tempo.