Cornetto

1171 Words
«Non fraintenderci amore, non volevamo mandarti via» Ripete mia mamma per la centesima volta, e io alzo gli occhi al cielo sorridendole per tranquillizzarla. Dovevo partire tre giorni fa e invece ho deciso di rimandare con la scusa che non vedevo i miei da un po', e a loro è subito sembrato strano visto che non ho mai saltato una lezione. «Non ti preoccupare, sarei tornata comunque» La rassicuro, cercando di chiudere a fatica il borsone che è ancora più pieno dell'andata. Ho dovuto comprare qualche vestito perché avevo portato il cambio per un solo giorno, e ne ho approfittato per prendere qualche paio di jeans della mia taglia, visto che quelli che ho a casa sono tutti larghi. Quando riesco nell'impresa mio padre prende in spalla il borsone e scende per andarlo a caricare in macchina. Io faccio per seguirlo, ma vengo fermata dalla voce di mia mamma. «Cosa succede nella tua vita, Elisa?» Mi volto verso di lei sorridendo e guardandola con fare interrogativo, fingendo di non capire a cosa si riferisce. «Che intendi?» «Cos'è che ti ha ridotto così?» «Sono così male?» Rido, cercando in tutti i modi di spostare il centro della conversazione su altro. «Sei bellissima amore, ma non sembri la stessa da tanto tempo» Guardo il vuoto e cerco di mantenere il sorriso forzato sul viso, non capace di trovare una scusa per andarmene e chiudere questo discorso. Poi sospiro, rassegnata, e appoggio la schiena al muro incrociando le braccia al petto. «Qualcuno mi ha fatto tanto male, ma è passato molto tempo e l'ho superata, mamma» «Non sembri averla superata» Mi mordicchio l'unghia ricostruita e sposto lo sguardo evitando di guardarla negli occhi. «È inevitabile che certe cose ti cambino, no?» Le dico, retorica, accennando un sorriso triste che non sembra darle alcun sollievo. Lei si avvicina a me e mi poggia una mano sulla spalla, guardandomi con un affetto che soltanto una madre può provare per una figlia. «Nessuno dovrebbe avere tanto potere su di te da farti cambiare» Annuisco, mordendomi l'interno della guancia per non cedere alla mia sensibilità repressa. Decidendo che per oggi è abbastanza, la donna mi supera e mi fa cenno di scendere, e pochi minuti dopo sono già ripartita. Fare il viaggio in macchina è molto più stancante, ma arrivo più in fretta e non devo prendere taxi o far scomodare Clarissa per venirmi a prendere in stazione. Più mi avvicino a Roma più sento la gola secca, e nonostante il freddo continuo a sudare come se fossimo in pieno Agosto. Stai lavorando per questo da anni, Elisa, mantieni la calma. Quando arrivo nella via del bar in cui lavora Clarissa comincio a picchiettare nervosamente le dita sul volante, è appena l'ora di cena quindi non dovrebbe esserci nessuno dato che è un locale notturno, ma non riesco a convincere di questo il mio cuore strapazzato che non mi dà pace. Devo passare da lei a prendere le chiavi, visto che ho lasciato le mie a casa, sarà questione di pochi minuti e sarò di nuovo nascosta al sicuro. Faccio un respiro profondo e scendo dall'auto, facendo attenzione a non inciampare sui tacchi alti che ormai metto quasi di routine, ultimamente fatico a convivere col mio essere bassa. Cammino fino al locale ed entro stupendomi di quanto sia effettivamente vuoto, c'è qualche famiglia che sta cenando ma per il resto al bar non c'è nessuno. Individuo subito Clarissa al bancone, che scuote a destra e a sinistra la sua chioma bionda mentre chiacchiera amichevolmente con un suo collega. Menomale che non è tanto presa dai clienti, così potrà darmi subito le chiavi e io sarò libera di andare. «Amore! Sei tornata finalmente!» Mi chiama, alzando la voce e sventolando la mano in aria per salutarmi mentre mi avvicino. «Ho avuto delle cose da fare» Mi giustifico, e in tutta risposta lei mi abbraccia forte, senza aggiungere niente sull'argomento. «Mi dai le chiavi per piacere?» «oh, sì vado a prenderle nel retro. Un minuto e torno» Mi sorride, prima di allontanarsi dopo aver avvisato il suo collega. Mi appoggio al bancone e mi guardo intorno con circospezione, per poi restare stupita quando sento il mio stomaco brontolare per un leggero languorino. «Mi dai un cappuccino e una brioche?» Domando al barista, e sembro io stessa confusa sulla mia richiesta, ma per una volta che il mio corpo mi chiede cibo è giusto che lo ascolti. Non appena vengo servita però la fame mi passa, e mi limito a dare un paio di morsi al cornetto e a bere un sorso di cappuccino. Sto quasi per decidermi ad andare a controllare dov'è finita Clarissa, quando la porta del locale si apre e delle voci smorzano il silenzio in cui versava. Le mie ossa si irrigidiscono tutte in un colpo, e il tempo sembra cominciare ad andare al rallentatore. Immediatamente la gola mi si secca, e col petto che esplode volto lentamente il capo verso l'ingresso. E lui è lì. Mi si spezza il fiato e vengo presa da una sensazione di panico che non mi permette di ragionare lucidamente. Con le gambe che tremano mi allontano a passo svelto dal bancone prima di poter essere vista, e mi nascondo dietro un muro non molto distante che porta al bagno. Non riuscendo più a fare neanche un passo appoggio la schiena al cemento freddo, e respiro profondamente più e più volte cercando di ritrovare la calma. Mi piego, poggiando i palmi delle mani alle ginocchia e cercando disperatamente ossigeno, mentre il mio cuore palpita e continuo a sudare nonostante il freddo invernale. Sento un forte dolore al petto, ed è un male così fisico che per un momento temo davvero che mi stia per vedere un infarto. «Un caffè amaro» Il dolore aumenta. Mi batte così forte il cuore che temo possano sentirmi anche loro che sono lontani, e non riuscendo a resistere mi sporgo leggermente. Ha il viso truccato con una matita nera sbavata, e chiacchiera con gli altri a voce fin troppo alta. I suoi capelli sono diversi, rasati ai lati e più lunghi al centro, gli danno un'aria quasi selvaggia. Mi viene la nausea e capisco che non ce la faccio a guardarlo per un secondo di più, quindi faccio per spostarmi di nuovo verso l'interno, quando noto un dettaglio che mi fa bloccare a metà del movimento. Mentre gli altri continuano a discutere su qualcosa che non riesco a sentire, gli occhi del moro cadono sulla brioche e sul cappuccino che ho avanzato. Si sofferma su di essi per qualche secondo, inespressivo, estraniandosi completamente dalla conversazione. Le persone normali il cornetto lo mangiano a colazione, sei strana lo sai? Il cuore mi batte in maniera straziante, quando Damiano alza lo sguardo dalla mia brioche per farlo volare per l'intero locale, alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. Quando sta per arrivare al muro dietro cui sono nascosta, rientro completamente fuggendo dalla sua vista, e se non vomito ora decisamente non vomiterò mai più. Devo andarmene da qui.
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