Prefazione
Théophile Gautier , nato a Tarbes il 31 agosto 1811, morto il 23 ottobre 1872, era venuto alla poesia dalla pittura, ed era ben presto entrato nel cenacolo romantico, di cui doveva poi scrivere squisitamente la cronaca nelle pagine sempre vive della Histoire du romantisme : raccolta di articoli in cui i maggiori e minori personaggi della gesta romantica sono figurati in schizzi e ritratti di straordinaria bravura. I suoi inizi furono in sommo grado stravaganti ed eccentrici, non solo per la retorica splendente del suo romanticismo, ma anche per certi atteggiamenti personali che sono rimasti famosi. Sembra di vederlo, la sera del 25 febbraio 1830, alla prima di Ernani , col panciotto rosso, i capelli svolazzanti, capo fierissimo della nuova giovinezza che nel nome di Hugo combatteva contro le “perruques” la grande battaglia del rinnovamento letterario di Francia. In Italia, sarà bene notarlo, Alessandro Manzoni aveva fatto di meglio e di piú, con oltre dieci anni di anticipo, e senza tanto fragore.
Ma Gautier, come i suoi compagni di battaglia, era sincero; e nel ciclo del romanticismo riuscí ad essere, con Hugo, Lamartine, De Musset, De Vigny, uno degli astri maggiori, dalla luce meno abbagliante ma piú nitida, meno ampia ma piú ferma. Non vi sono in lui quelle grandi illuminazioni improvvise che lampeggiano cosí spesso in Lamartine o in Hugo e scoprono d’un tratto un ampio paese in tempesta; i suoi paesi, per cosí dire, sono precisi, definiti, ristretti, come quadri, in una cornice che li limita inesorabile: ma la luce che vi si diffonde è chiara, uguale, senza troppa cupezza di ombre e contrasti di chiaroscuri violenti. Ciò gli venne anche dallo studio che, giovanissimo, egli aveva fatto della lingua e degli scrittori del Cinquecento e dei primi anni del Seicento, talché a poco a poco, quando i bollori romantici cominciarono a svanire e la vista del Partenone lo fece riconciliare con l’antichità, egli finí col divenire apertamente quello che insomma era sempre stato, un umanista innamorato delle parole, raffinato nel verso e nel periodo, incline volontieri al prezioso e difficile. Cosí la ricchezza della sua lingua è straordinaria, abbondante com’è di vocaboli rari e poco usati, che talvolta dànno odor di lucerna, ma che piú spesso appaiono plastici ed immaginosi, e, comunque, sono croce e delizia di chi si accinge a tradurli.
Il pittore e l’umanista si armonizzano nell’opera di Gautier e ne definiscono il carattere. Le storie letterarie riferiscono a questo proposito due affermazioni di lui, che val la pena di riprodurre. Diceva egli stesso di essere “un homme pour qui le monde extérieur existe”; e chiamava le sue poesie (ma il metodo rimaneva lo stesso anche nei periodi delle prose) “des transpositions d’art”, rivaleggiando cosí con le arti plastiche, come un tempo, e con diverso intento, il nostro Marino nella Galleria . Ciò appare soprattutto evidente dalle quartine degli Émaux et Camées ; ma anche nelle pagine del Capitan Fracassa , che noi abbiamo tradotte, il lettore avrà potuto notare una vera orgia di pitture: paesi, castelli piú o meno in rovina, villaggi, osterie, taverne, tuguri, teatri, le lande, il Ponte Nuovo, l’inverno gelato e la terra in fiore... Ma sopra tutto abbondano le figure umane, ognuna delle quali ha in questi periodi sapienti e suntuosi il proprio ritratto, condotto con il gusto minuto di un fiammingo e rilevato con tocchi ricchi di colore, ma senza contrasti violenti. Di ognuno egli ci descrive minuziosamente ogni particolare dell’abito, della foggia, dei capelli, del volto, cosí da formare una galleria che un pittore del pennello potrebbe con assoluta fedeltà trasportare sulla tela. Meno incisivo egli ci appare nel carattere, perché la sua vista è acuta ma non penetrante. Resta sempre in lui qualche cosa di quello che i Francesi stessi chiamano “livresque”. L’esteriorità lo attrae assai piú dell’intima essenza delle cose; la sua psicologia è esatta ma primitiva; il gusto del romanzesco, la varietà, la ricchezza della fantasia, l’interesse del racconto sostituiscono in lui lo studio delle anime. I suoi personaggi, piacevolissimi a vederli muovere e parlare, sono tipi piuttosto che caratteri, tali da ricordarci molto da vicino le maschere della commedia dell’arte. Non per nulla, tutto il romanzo è la storia di una compagnia di comici vaganti e di un gentiluomo povero che il caso e l’amore hanno accompagnato con loro.
E pure il Fracassa è, nei suoi limiti, un capolavoro, destinato a resistere agli assalti del tempo e al mutar delle scuole. È libero, gioioso, generoso. C’è il fascino sentimentale e imperituro del “romanzo di un giovane povero”, e c’è in piú la potenza stilistica e l’arte narrativa di un grande scrittore, o, meglio ancora, di un meraviglioso letterato che conosce a perfezione tutti i segreti del suo mestiere. Alessandro Dumas aveva già fatto trionfare il romanzo d’avventure e d’intreccio; ma occorre notare che se il Fracassa venne in luce soltanto nel 1863, Gautier lo aveva cominciato a meditare e a scrivere quasi trent’anni prima; e i Tre Moschettieri sono del 1844. Si aggiunga nel Nostro quel sapor picaresco, e quella finissima ironia che sa nobilitare anche le pagine piú comuni. Il Fracassa è, nel suo genere, un romanzo che si allarga ad epopea. Fatte le debite proporzioni, si può dire che v’è in esso qualche cosa di ariostesco, non tanto per le prodezze duellistiche del sire di Sigognac, quanto per quella signorilità tranquilla ed ironica del narratore, per quel gusto del racconto fine a se stesso, per l’amore – e nel caso del Gautier noi ci riferiamo a una sua teoria ben nota – dell’arte per l’arte.
E un altro riscontro mi piace di fare, a proposito di autori nostri. Non vi pare che il ratto d’Isabella non ricordi molto da vicino quello di Lucia? Ma come differente la conclusione; nel Manzoni, una crisi spirituale delle piú profonde che ingegno umano abbia concepite mai; nel Nostro, il gioco del caso e un intervento opportuno.
Le prime poesie di Théophile Gautier comparvero già nel 1830; del 1832 è la sua prima opera notevole, Albertus ; meglio ancora, la Comédie de la Mort , che è di poco posteriore. Nel 1833 esordisce nel romanzo, con la Jeune France ; ma da un altro romanzo, Mademoiselle de Maupin (1835), doveva venirgli, con lo scandalo, anche la fama letteraria e la celebrità. Seguirono Fortunio (1838), e, tralasciando opere narrative meno importanti, il Roman de la momie (1856), e finalmente, nel 1863, come sappiamo, il Capitan Fracassa . Frattanto, egli aveva creato il proprio capolavoro poetico nella raccolta degli Émaux et Camées , pubblicati la prima volta nel 1852, e ristampati piú volte con aggiunte, fin quasi alla morte del poeta.
Gautier fu anche un grande giornalista; qualcuno, anzi, ha deplorato che il giornalismo gli abbia impedito di creare altri capolavori. Critico d’arte, e di teatro, egli fu alla Presse dal 1836 al 1854, e poi passò al Moniteur . Fece anche lunghi viaggi; e mirabili sono le pagine che li descrivono: Voyage en Espagne (1845), Constantinople (1854), Voyage en Russie (1866). Qui trionfa il pittore, e con lui l’uomo per cui il mondo e la vita sono tutto ciò che si vede.
Le opere di Théophile Gautier sono ora raccolte in 34 volumi dello Charpentier.
Giuseppe Lipparini