I. IL CASTELLO DELLA MISERIA
Di là da una di quelle colline calve e gobbe sparse per le Lande, tra Dax e Mont-de-Marsan, si ergeva, regnando Luigi XIII, una di quelle case di campagna che son cosí comuni in Guascogna e che i villani chiamano pomposamente castelli.
Due torri rotonde, incappucciate da tetti a smoccolatoio, fiancheggiavano gli angoli di un fabbricato, sulla cui facciata due solchi profondi rivelavano un antico ponte levatoio reso ozioso dall’interro del fossato; e davano al maniero un’aria quasi feudale, con le vedette a pepaiuola e le banderuole a coda di rondine. Un tappeto di edera che fasciava a metà una delle torri, spiccava bellamente col suo verde cupo sul tono grigio della pietra, già vecchia a quei tempi.
Il viaggiatore, scorgendo da lungi il castello, col disegno dei suoi comignoli a punta sul cielo, sopra le ginestre e le scope, poteva crederlo una dimora adatta a un barbagianni di provincia; ma, avvicinandosi, avrebbe mutato parere. Il viale che conduceva dalla strada alla casa, invaso dai muschi e dalle erbacce, era ridotto a un sentieruolo bianco, da paragonarsi a un passamano scolorito sopra un mantello spelato. Due rotaie piene d’acqua piovana, dove abitavan le rane, testimoniavano che in antico tempo delle carrozze v’eran passate, ma quei batraci eran cosí sicuri, che dimostravano un possesso ormai lungo e la certezza di non esser noiati. Sulla striscia aperta fra le erbacce, e inzuppata da un acquazzone recente, non si scorgeva orma di piede umano; e i ramoscelli di macchia, carichi di goccioline brillanti, sembravan fermi e immobili là da un pezzo.
Larghe macchie di lebbra gialla chiazzavano le tegole scure e disordinate dei tetti, i cui correnti marci avean ceduto qua e là; le banderuole non giravan causa la ruggine, talché indicavano ognuna un vento diverso; gli abbaini eran chiusi con imposte di legno contorto e fenduto. Il pietrame riempiva i barbacani delle torri; delle dodici finestre della facciata, otto erano sbarrate da assi, mentre le altre mostravano dei vetri verdognoli, che tremavano, a ogni menoma brezza, nella lor rete di piombo. Tra le finestre l’intonaco, caduto a scaglie come le squame d’una pelle inferma, scopriva mattoni sconnessi, pietre sfinite dai perniciosi influssi lunari; la porta, incorniciata da un architrave di pietra in cui certe rugosità uguali indicavano un antico ornato smussato dal tempo e dall’incuria, era sormontata da un blasone cosí consunto, che non lo avrebbe decifrato l’araldico piú solenne, con certi fregi dai contorni stravaganti non senza numerose rotture. I battenti del portone lasciavano ancora vedere in alto qualche avanzo di color sangue di bue, come se arrossissero della loro rovina; ma dei chiodi con la capocchia a diamante reggevano le loro assi screpolate, con simmetria qua e là interrotta. Un solo battente si apriva, e bastava a lasciar passare gli ospiti certo poco numerosi del castello, mentre contro lo stipite della porta si appoggiava una ruota sfasciata, con i raggi a mucchi, ultimo avanzo di una carrozza defunta sotto il regno del predecessore. Nidi di rondini coprivano i comignoli e gli angoli delle finestre; e se non era un filo di fumo che usciva da una canna di mattoni e si attorcigliava roteando, come nei disegni di case che i ragazzi scarabocchiano sui margini dei loro quaderni, la dimora poteva sembrare deserta: magra doveva esser la cucina preparata a quel fuoco, perché un vecchio soldato avrebbe gettato con la pipa fiocchi piú densi. Era quello il solo indizio di vita nella casa, come in quei moribondi in cui la vita si rivela soltanto col vapore del fiato.
Spingendo l’imposta mobile della porta, che cedeva non senza proteste e girava con chiaro malumore sui cardini rugginosi e stridenti, si entrava sotto una specie di volta ogivale piú antica del resto del fabbricato, e divisa da quattro costoloni di granito azzurrognolo, che nel loro punto d’intersezione terminavano in una pietra sporgente dove si rivedevano, meno consunti, gli stemmi scolpiti di fuori: tre cicogne d’oro in campo azzurro, o qualche cosa del genere, perché l’ombra della volta non li lasciava discernere bene. Nel muro erano infissi spegnitoi di latta anneriti dalle torce, e anelli di ferro a cui si attaccavano un tempo i cavalli dei visitatori: cosa assai rara oggi, a giudicar dalla polvere che li insudiciava.
Da questo portico, in cui s’aprivan due porte, che conducevano una agli appartamenti del piano terreno, l’altra a una sala che un tempo poteva essere stata un corpo di guardia, si entrava in un cortile triste, nudo, e freddo, circondato da alti muri rigati di lunghi fili neri dalle piogge invernali. Negli angoli, fra le macerie cadute dai cornicioni sgretolati, vegetavan le ortiche, le avene selvagge, e la cicuta; e le lastre erano incorniciate di erba verde.
In fondo, una scalea fiancheggiata da un parapetto di pietra con globi a punte sovrapposte, conduceva a un giardino situato dirimpetto al cortile, ma in alto. I gradini rotti e sconnessi mancavano sotto i piedi, o restavano fermi ai fili dei muschi e delle parietarie; sulla sponda della terrazza eran cresciuti semprevivi, violacciocche e carciofi selvaggi.
Il giardino poi se ne tornava a poco a poco allo stato di macchia o di foresta vergine. Eccettuata un’aiuola dove si arrotondavano alcuni cavoli dalle foglie venate e verdastre, fra girasoli gialli e neri che lasciavano intravvedere una specie di coltivazione, la natura tornava a prendere i suoi diritti su quello spazio deserto, e vi cancellava le tracce del lavoro umano, ch’essa mostra di far scomparir volentieri.
Gli alberi non potati gettavano da ogni parte i rami ingordi. I bossi, messi là per segnare le linee dei contorni e dei viali, erano divenuti alberelli che non conoscevan piú le cesoie da anni. Semi recati dal vento eran germinati a caso, e si sviluppavano con la robustezza vivace, propria delle erbacce, nel posto occupato dai fiori leggiadri e dalle piante rare. I rovi dagli sproni spinosi s’incrociavano da un lato all’altro dei sentieri, e ti afferravano al passo, per impedirti di andare avanti e per celarti quel mistero di tristezza e di desolazione. La solitudine non vuole esser sorpresa ignuda e si difende con ogni sorta d’ostacoli.
Pure, se uno, senza aver paura dei graffi dei cespugli e delle percosse dei rami, si fosse ostinato a percorrere sino in fondo l’antico viale divenuto piú chiuso e fitto d’un sentiero di bosco, sarebbe giunto a una specie di nicchia rocciosa che figurava un antro rustico. Alle piante un dí seminate fra gl’interstizi delle rocce, come i giaggioli, i gladíoli, l’edera nera, altre se n’erano accompagnate, persicarie, scolopendre, lambrusche selvatiche, che pendevan come barbe, e velavano a mezzo una divinità mitologica, Flora o Pomona, che al suo bel tempo era certo stata galante assai e avea fatto onore all’artista, ma che ormai, col suo naso rotto, era camusa come la Morte. La povera iddia recava nel canestro funghi marci e velenosi all’aspetto; e sembrava avvelenata anch’essa, perché chiazze brune di musco maculavano il suo corpo prima sí candido. Stagnava ai suoi piedi, sotto un verde strato di lenti palustri in una conca di pietra, una pozza bruna, avanzo di pioggia; sí, perché la maschera di leone che, a volere, si poteva discernere ancora, non gettava piú acqua, e non ne riceveva piú dai canali ostruiti o rotti.
Quel ridotto grottesco, come lo chiamavano allora, testimoniava, cosí in rovina com’era, un certo agio scomparso e il gusto artistico degli antichi padroni del castello; scrostata e restaurata a dovere, la statua avrebbe mostrato lo stile fiorentino del Rinascimento, secondo la maniera degli scultori italiani venuti in Francia dietro il Rosso o il Primaticcio, forse ai tempi in cui splendeva la famiglia decaduta ormai.
La grotta poggiava contro un muro verdastro e nitroso, in cui s’intrecciavano ancora avanzi di graticci a pezzi, che certamente dovevano mascherare la parete, quando fu fatta, sotto un sipario di piante rampicanti dalle molte foglie. La muraglia, che a stento si scorgeva attraverso le chiome scapigliate degli alberi cresciuti oltre misura, chiudeva da quel lato il giardino; di là si stendeva la landa dall’orizzonte triste e piatto, chiazzato di stipe.
Tornando verso il castello, si scorgeva la facciata posteriore, piú rovinata e devastata dell’altra descritta; gli ultimi signori avevano cercato di salvare almen l’apparenza, concentrando perciò sul davanti i loro miseri mezzi.
Nelle scuderie, dove venti cavalli potevano entrar comodamente, un ronzino magro, dalla groppa piena di gobbe ossute, tirava da una rastrelliera vuota pochi fuscelli di paglia con la cima dei denti gialli e scalzati, e a tratti volgeva verso la porta un occhio incassato in un’orbita in fondo alla quale i topi di Montefalcone non avrebbero trovato neppure un atomo di grasso. Sulla soglia del canile, un cane solitario, sperduto in una pelle cosí larga che i muscoli tesi vi si disegnavano sotto a linee flosce, sonnecchiava col muso appoggiato sul magro origliere delle zampe; e pareva cosí assuefatto a quella solitudine, che non si curava piú di fare la guardia, e non faceva piú come gli altri cani, che, anche assopiti, si scuotono ad ogni leggero rumore.
Se poi volevi entrar nell’abitazione, incontravi un grande scalone dalle balaustrate di legno scolpito, con due pianerottoli soli, perché i piani erano soltanto due; di pietra fino al primo, di mattoni e di legno fino in cima. Sul muro, avanzi di pitture monocrome mangiate dall’umido mostravano di aver finto un tempo di rilievo di un’architettura ricca e ornata, a base di chiaroscuro e di prospettiva. S’intravvedeva ancora una serie di Ercoli, con mensole poste a reggere un cornicione a mutuli, da cui si arrotondava una pergola di fogliami a pampini: e vi si scorgeva attraverso, un cielo smorto e cosparso dalle acque piovane di isole sconosciute. Tra gli Ercoli, dentro a nicchie dipinte, si pavoneggiavano busti d’imperatori romani e d’altri personaggi storici illustri; ma tutto cosí vago, cosí sbiadito, cosí attenuato, cosí distrutto, che pareva non già una pittura ma lo spettro di una pittura: per parlarne, ci vorrebbero ombre di parole, perché i vocaboli comuni sarebbero troppo sostanziosi. Gli echi di quella gabbia vuota sembravan stupiti a ripetere il rumore di un passo.
Una porta verde, dalla stoffa ingiallita e trattenuta a pena da pochi chiodi un tempo indorati, dava accesso a una stanza che forse aveva servito da sala da pranzo nei tempi favolosi in cui v’era chi mangiava in quella casa deserta. Una grossa trave divideva il palco in due scomparti segnati da finti travicelli i cui interstizi una volta eran rivestiti di uno strato azzurro cancellato dalla polvere e dai ragnateli che la scopa non arrivava a disturbare lassú. Sopra il camino antico si allargava un trofeo di cervo dalle corna ramose, e lungo le pareti ti guardavan male dalle tele annerite ritratti affumicati che rappresentavano capitani in corazza con l’elmo accanto o retto da un paggio, con gli occhi fissi e neri e profondi, sola cosa viva nei loro volti morti; oppure, signori in zimarra di velluto, col capo poggiato sui rigidi colli insaldati, come altrettante teste di san Giovanni Battista sul bacino d’argento; e anche avole vestite all’antica, spaventose di livore, le quali, col decomporsi dei colori, prendevan l’aspetto di strigi, di lamie e di streghe. Queste pitture, pennellate da un imbrattatele di provincia, ricevevano dalla stessa barbarie del loro lavoro un aspetto eteroclito e pauroso. Talune erano senza cornice; altre avevano orli d’oro scolorito e rossastro. Portavan tutte in basso il blasone, e l’età del soggetto; ma, alta o bassa che la cifra fosse, non vi erano differenze notevoli fra quelle teste dai lumi gialli, dalle ombre bruciate, affumicate dalle vernici e cosparse di polvere; due o tre tele, umide e coperte di muffa, mostravan tonalità di cadavere in decomposizione, e dimostravano che l’ultimo discendente di quegli uomini di cappa e di spada non si curava minimamente delle effigi dei nobili avi. La sera, questa galleria muta e immobile si trasformava, agli incerti riflessi delle lampade, in una fila di fantasmi paurosi e ridicoli insieme. Non v’è niuna cosa piú triste di tali ritratti dimenticati nelle camere deserte: immagini, esse pure mezzo scomparse, di forme da lungo tempo decomposte sotterra. Comunque, quei fantasmi dipinti erano ospiti bene adatti alla solitudine desolata della dimora. Uomini veri e propri sarebbero sembrati troppo vivi per quella casa di morti.