In mezzo alla sala figurava una tavola di pero annerito, coi piedi a spirale come colonne salomoniche, che i tarli avean bucati con migliaia di fori senza che nessuno li disturbasse nella loro silenziosa fatica. Un sottile strato grigio, su cui si poteva scrivere col dito, ne copriva la superficie, e dimostrava che non l’apparecchiavano spesso...
Due panadore o credenze del medesimo legno, ornate d’intagli e forse comperate con la tavola in un tempo piú felice, si accompagnavano una dirimpetto all’altra ai due lati della sala; ceramiche sboccate, cristallerie spaiate e due o tre terrecotte rustiche di Bernardo Palissy – anguille, pesci, granchi, conchiglie smaltate su un fondo di verde – guarnivano con la loro miseria le assicelle vuote.
Cinque o sei seggiole coperte di velluto che un tempo poteva anche esser stato incarnato, ma che per gli anni e l’uso era fatto rosso orina, lasciavano sfuggire la stoppa dagli strappi della stoffa e zoppicavano su piedi impari, come versi zoppi o come soldati azzoppati al ritorno dalla battaglia. Solo un fantasma avrebbe potuto osar di sedervisi; e certo quelle sedie servivano soltanto per i conciliaboli degli avi usciti dalle loro cornici, quando si sedevano alla tavola vuota e davanti a un pranzo immaginario parlavan tra loro della decadenza della famiglia, nelle lunghe notti invernali cosí propizie alle àgapi degli spettri.
Da questa sala si passava in un’altra un po’ meno ampia. Arazzi di Fiandre, di quelli che si chiamano “verdure”, ornavano le pareti. Ma la parola arazzi non vi faccia immaginare nessun lusso inopportuno. Erano consunti, laceri, stinti; i licci scuciti si fendevano tutti, e si reggevano a stento a qualche filo, piú che altro per forza d’abitudine. Gli alberi scoloriti erano gialli da un lato e azzurri dall’altro. L’airone ritto su una zampa fra le canne era stato mangiato in parte dalle tignole. La fattoria fiamminga dal pozzo a festoni di luppolo, non si discerneva quasi piú; e nel volto sbiadito del cacciatore di germani, la bocca rossa e l’occhio nero, certo coloriti con una tinta migliore delle altre, avevano serbato essi soli il colore di una volta, come in un cadavere cereo a cui si dia il rossetto alla bocca e il nero alle ciglia. L’aria scherzava tra il muro e il tessuto floscio, imprimendogli ondulazioni sospette. Se Amleto, principe di Danimarca, avesse recitato in questa camera, avrebbe sguainata la spada gridando: Un topo! Mille lievi rumori, sussurrii impercettibili della solitudine, che fanno piú sensibile il silenzio, inquietavan l’orecchio e lo spirito del visitatore che arditamente era giunto fin là. Sorci famelici rosicchiavano qualche filo di lana che pendeva giú, dietro gli orli. I tarli grattavano il legno dei travi con un rumorio di lima sorda, e l’orologio della morte batteva le ore sui pannelli del soffitto.
Talora un mobile scricchiolava improvviso, come se la solitudine annoiata si stirasse le giunture, e, tuo malgrado, ti faceva trasalire i nervi. Un letto a colonnine, chiuso da cortine di broccatello rotte in ogni piega, dai fogliami verdi e bianchi che si confondevano in una sola tinta giallognola, occupava un angolo della stanza; ma non avresti osato alzare i drappi, per paura di trovare nell’ombra un fantasma accoccolato o una forma rigida che sotto la bianchezza del lenzuolo disegnasse un naso appuntito, due zigomi ossuti, mani giunte, e piedi erti come quelli delle statue lunghe sulle tombe; tanto le cose fatte per l’uomo, ma da cui l’uomo è assente, fanno presto a prendere un aspetto sopra naturale! Potevi anche supporre che una reginotta incantata vi si posasse in un sonno secolare, come la Bella addormentata nel bosco; ma le pieghe rigide eran cosí sinistre e misteriose, che allontanavano ogni pensiero galante.
Una tavola d’ebano con incrostazioni di rame mezzo staccate, uno specchio torbo e losco da cui era colato lo stagno, stanco ormai di non riflettere un volto umano, una poltrona di ricamo a mezzo punto, lavoro paziente degli ozi d’un’ava, ma ridotto a non lasciar piú scorgere se non qualche filo d’argento fra le sete e le lane stinte, compivano il mobilio di questa camera, che soltanto un uomo non pauroso degli spiriti o degli spettri avrebbe potuto abitare.
Queste due stanze davano sulle due finestre non condannate della facciata. Una luce pallida verdognola discendeva attraverso i vetri appannati, ripuliti l’ultima volta cent’anni prima, che sembravan stagnati di fuori. Ampi tendaggi, logori nelle pieghe, pronti a stracciarsi se li facevi scorrere sulle verghe consunte dalla ruggine, attenuavano ancora quel lume crepuscolare e crescevano la malinconia del luogo.
Se aprivi la porta in fondo a quest’ultima camera, cadevi nella tenebra, affrontavi il vuoto, l’oscuro, l’ignoto. A poco a poco l’occhio s’avvezzava tuttavia a quest’ombra interrotta da sprazzi lividi filtrati dalle connessure delle assi che serravano le finestre, e scopriva confusamente una fuga di camere in rovina, dai pavimenti sconnessi e sparsi di vetri rotti, dalle pareti nude o mezzo coperte da lembi di arazzi sfilacciati, dai soffitti che lasciavan vedere i correnti e passare l’acqua del cielo, disposti a meraviglia per il sinedrio dei sordi e per il parlamento dei pipistrelli. In qualche punto era malsicuro il passo, perché il pavimento ondeggiava e cedeva sotto i piedi; ma nessuno mai si arrischiava in quella Tebaide d’ombra, di polvere e di ragnateli. Già sulla soglia un odor di tanfo, un puzzo di muffa e di abbandono, quel freddo umido e nero dei luoghi oscuri, ti saliva alle narici, come quando, levata la pietra di un avello, ci curviamo sulla sua oscurità glaciale. Era veramente il cadavere del passato, che s’inceneriva a poco a poco in quelle sale dove il presente non entrava; erano gli anni addormentati che si cullavano, come in un’amaca, ai ragnateli grigi delle cantonate.
Di sopra, nelle soffitte, dimoravano di giorno i gufi, le civette e i barbagianni dalle orecchie piumate, le teste di gatto, e le tonde pupille fosforescenti. Il tetto sfondato in venti punti diversi lasciava entrare e uscire liberamente quegli amabili uccelli, cosí a posto là come nelle rovine di Montlhéry o del castello Gaillard. Ogni sera, lo stormo polveroso volava via schiamazzando e lanciando gridi da commuovere la gente superstiziosa, per andar lontano in cerca di cibo che certo non avrebbe trovato in quella torre della fame.
Le stanze a terreno non contenevano altro che una mezza dozzina di fasci di paglia, di raspe da frumentone, e pochi arnesi da giardino. In una si vedeva un saccone gonfio di foglie secche di granturco, con una coperta di lana bigia: il letto dell’unico servo di quella bicocca.
Poiché il lettore deve essere stufo di questa passeggiata attraverso la solitudine, la miseria e l’abbandono, bisognerà condurlo nel solo locale un po’ vivo del castello deserto, nella cucina, da cui saliva al cielo quella nuvoletta biancastra ricordata nella descrizione esterna del castello.
Un focherello magro lambiva con le sue lingue gialle la lastra del camino, e di tanto in tanto arrivava al fondo di un paiolo di rame appeso alla catena; il suo fioco riverbero segnava nell’ombra un orlo rossastro attorno a due o tre casseruole attaccate al muro. La luce, cadendo dall’ampio tubo che giungeva al tetto senza un gomito, si spegneva sulle ceneri in toni azzurrognoli e faceva sembrare piú pallido il fuoco: talché in quel focolare freddo perfino la fiamma sembrava di gelo. Se non ci fosse stato il coperchio, sarebbe piovuto nella marmitta, e il temporale avrebbe allungato la broda.
L’acqua a poco a poco scaldata cominciava già a brontolare, e il paiolo rantolava nel silenzio come un asmatico; alcune foglie di carota, traboccando con la schiuma, mostrarono come la parte coltivata del giardino avesse donato il suo contributo per quel brodetto piú che spartano.
Un vecchio gatto nero, magro, spelacchiato come un manicotto smesso, dal pelame che lasciava scorger qua e là la pelle azzurrastra, stava vicino al fuoco quanto bastava per non strinarsi i baffi, e fissava sulla marmitta le iridi verdi attraversate da una pupilla ad i maiuscola, sorvegliandola con interesse. Con le orecchie tagliate al livello della testa, e la coda recisa netta alla schiena, aveva l’aspetto di quelle chimere giapponesi che si vedono nei salotti fra altre cose curiose, o anche di quegli animali fantastici a cui le streghe, prima di andare al sabba, lascian la cura di schiumare la pentola in cui bollono i filtri.
Quel gatto solitario in quella cucina pareva si cuocesse la zuppa per sé; e certo aveva apparecchiato lui sulla tavola di quercia una scodella a fioretti verdi e rossi, una tazza di stagno sicuramente forbita coi suoi artigli tanto era corrosa, e una brocca di creta che recava disegnati grossolanamente in azzurro gli stemmi del portico, della chiave di volta e dei ritratti.
Chi doveva dunque sedersi a quel modesto coperto apparecchiato in quel maniero vuoto di abitanti? Forse lo spirito familiare della casa, il genius loci, il coboldo fedele al luogo prescelto; e il gatto nero dai profondi occhi misteriosi aspettava che arrivasse, per servirlo col tovagliolo sulla zampa.
La marmitta seguitava a bollire, e il gatto rimaneva immobile al suo posto, come una sentinella dimenticata. Finalmente un passo si sentí, un passo lento e pesante di persona anziana; risonò come annuncio una tosserella, il saliscendi cigolò, e un vecchietto tra il contadino e il domestico entrò nella cucina.
Com’egli apparve, il gatto nero, che doveva essergli amico da un pezzo, lasciò le ceneri del focolare e venne a strusciarsi contro le gambe di lui, inarcando il dorso, aprendo e chiudendo gli unghielli, con quel murmure roco che è il piú alto segno della contentezza nella razza felina.
«Bene, bene, Belzebú» disse il vecchio chinandosi a carezzar due o tre volte con la mano callosa il dorso pelato del gatto, per non sembrar meno gentile di un animale «io so che tu mi ami, e noi siamo già abbastanza soli qui, il mio padrone ed io, per non essere insensibili alle carezze di una bestia priva d’anima ma che pure sembra che ci capisca.»
Terminato lo scambio delle cortesie, il gatto si mise a camminare davanti all’uomo guidandolo verso il camino, come per cedergli la direzione della marmitta ch’esso continuava a guardare con la piú commovente ansia famelica del mondo, perché Belzebú cominciava a invecchiare, aveva l’orecchio meno pronto, l’occhio meno acuto, le zampe meno leste di un tempo, e i proventi già offerti dalla caccia agli uccelli ed ai sorci calavano assai: e cosí non lasciava con l’occhio quell’intingolo di cui sperava la sua porzione e che gli faceva leccare in anticipo i baffi.
Pietro, cosí si chiamava il vecchio servo, prese un pugno di stipe, le gettò sul fuoco mezzo spento; i fuscelli scoppiettarono e si torsero, e ben presto la fiamma, con un’onda di fumo, si sprigionò viva e chiara in mezzo a un giocondo crepitare di scintille. Avresti detto che le salamandre facevan lor giochi e ballavan la sarabanda in mezzo alle fiamme. Un povero grillo tisico, tutto felice di quel calore e di quella luce, cercò perfino di battere il tempo col suo tamburino; ma non ci riuscí, e diede fuori appena un suono roco.
Pietro si sedette sotto la cappa del camino, orlata da un vecchio fregio di rascia verde tagliato ad angoli acuti e tutto ingiallito dal fumo; e stette assiso su uno sgabello di legno, con Belzebú al proprio fianco.
I riflessi della fiamma illuminavano il suo volto, che gli anni, il sole, l’aria aperta e le intemperie avevano, per cosí dire, affumicato e fatto piú scuro di quello di un Caraibo; alcune ciocche di capelli bianchi, sfuggite dal berretto azzurro e incollate alle tempie, facevan risaltare di piú il color mattone della pelle arsiccia; i sopraccigli neri contrastavano coi capelli di neve. Come tutti i baschi, aveva la faccia lunga, e il naso aquilino. Grandi rughe perpendicolari simili a sciabolate gli solcavan dall’alto al basso le gote.
Una specie di livrea dai galloni stinti, d’un colore che neppure un pittore avrebbe saputo definire, copriva a metà il panciotto di pelle lucido e annerito qua e là dallo sfregar della corazza; e sul fondo giallo si formavan cosí chiazze simili a quelle che verdeggiano sul ventre di una pernice infrollita: perché Pietro era stato soldato, e gli avanzi della divisa militare gli servivano ora per il suo abbigliamento borghese. Le brache un po’ larghe lasciavano intravvedere la trama e l’ordito di una stoffa rada come una tela da ricamo; e certo era impossibile dire se il loro panno fosse stato di rascia o di rovescio. Il pelo era sparito da un pezzo da quei calzoni pelati; mento d’eunuco non fu mai cosí liscio. Rammendi ben visibili, e fatti da una mano avvezza a tener meno l’ago che la spada, rinforzavano i punti deboli, e testimoniavan la cura del padrone del vestito per spingerlo fino agli estremi limiti della vecchiaia. Simili a Nestore, quelle brache secolari avean conosciuto tre generazioni di uomini. È molto probabile che un tempo fossero rosse; ma questo particolare importante non è affatto provato.