II. IL CARRO DI TESPI-3

2040 Words
Scapino, vedendo Leandro immerso in quella contemplazione, aveva ricominciata astutamente la contesa; e il bellimbusto infuriato si offerse di andar a cercare nel suo bagaglio un cofanetto zeppo di biglietti amorosi, odorosi di muschio e di belzoino, rivolti a lui da un mucchio di dame di qualità, contesse, marchese, baronesse, tutte pazze d’amore; e non era una semplice vanteria, perché questo vezzo di cader su istrioni e ballerini era assai diffuso in tempi di morale indulgente. Serafina diceva che se fosse una di quelle dame, farebbe staffilare Leandro in compenso della sua impertinenza e della sua indiscrezione; e Isabella giurava per gioco che se non diveniva piú modesto essa non lo sposava piú alla fine della commedia. Sigognac, benché la vergogna gli seccasse la gola, da cui uscivano a pena poche frasi sconnesse, ammirava assai l’Isabella, e gli occhi parlavano per lui. La ragazza s’era accorta dell’effetto ch’ella faceva sul giovin Barone, e gli restituiva qualche languida occhiata, con gran dispiacere dello Spaccamonti, segretamente innamorato di quella beltà, ma senza speranza, dato il suo ruolo grottesco. Un altro, piú destro e piú audace di Sigognac, si sarebbe fatto avanti; ma il nostro povero Barone aveva apprese le belle maniere di corte nel suo castello in rovina, e benché non privo di lettere e di spirito, in quel momento pareva uno sciocco. Le dieci bottiglie eran state vuotate con religione, e il Pedante rovesciò l’ultima, sgocciolandola sull’unghia come un rubino; il Matamoro capí il gesto, e scese giú a cercar altre bottiglie nella carretta. Il Barone, benché già un po’ brillo, non poté dispensarsi dal bere alla salute delle principesse un bicchiere colmo che lo finí. Il Pedante e il Tiranno bevevano da ubriaconi emeriti: di quelli che, se non son mai sani, non son mai ubriachi del tutto; lo Spaccamonti era sobrio come uno spagnolo, simile nel vitto a quegli idalghi che pranzano con tre olive maturate in tasca e cenano con un’aria di mandolino. C’era una ragione per questa frugalità: mangiando e bevendo troppo, egli temeva di perdere quella magrezza fantastica che era il suo miglior pregio in commedia. Se ingrassava, il suo valore diminuiva; anzi non sussisteva se non a patto di morir di fame: ond’egli viveva in ansia continua, e guardava ogni momento la fibbia del cinturone, per star nel sicuro di non essersi mai ingrassato dal giorno prima. Tantalo volontario, comico astemio, martire della magrezza, scheletro notomizzato da se stesso, appena toccava i cibi con la punta dei denti; e se avesse rivolti i suoi digiuni a fine di religione, sarebbe salito in paradiso come Antonio e Macario. La madre nobile ingurgitava liquidi e solidi formidabilmente, e le guance flaccide e la pappagorgia tremolavano alle scosse di una mandibola ben fornita. Quanto alla Serafina e all’Isabella, non avendo lí il ventaglio, facevano a chi sbadigliava di piú, al diafano riparo delle dita vezzose. Sigognac, benché un poco stordito dai fumi del vino, se ne accorse, e disse: «Madamigelle, benché l’educazione vi faccia combatter col sonno, io vedo che morite dalla voglia di dormire. Vorrei sí potervi dare una camera per ognuna, con parati e gabinetti; ma il mio povero castello cade in rovina, come la mia razza, di cui io sono il superstite... Vi cedo la mia camera, la sola quasi dove non piove; vi accomoderete tutte e due con madama: il letto è ampio, e una notte fa presto a passare. Questi signori resteranno qui, e s’accomoderanno sulle poltrone e sulle panche... Mi raccomando, non abbiate paura delle onde delle stoffe alle pareti, né dei gemiti del vento nel camino, né delle sarabande dei topi; posso assicurarvi che quantunque il luogo abbia del lugubre, non ci càpitano i fantasmi.» «Io recito da Bradamante e non ho paura. Farò coraggio io alla timida Isabella» disse la Serafina ridendo. «Quanto alla madre nobile, è una mezza strega, e se il diavolo verrà, troverà con chi parlare.» Sigognac prese un lume, e condusse le dame nella camera, che in realtà parve loro d’aspetto fantastico, perché la lampada tremolando agitata dal vento faceva vacillare ombre bizzarre sui travi del soffitto, e forme mostruose sembravano accovacciarsi negli angoli bui. «Sarebbe un ottimo scenario per il quinto atto di una tragedia» disse la Serafina girando gli occhi attorno, mentre Isabella non riusciva a trattenere un brivido, metà di freddo, metà di paura, nel sentirsi avvolta da quell’atmosfera umida e tenebrosa. Le tre donnette si infilarono sotto la coperta senza spogliarsi. Isabella si mise tra la Serafina e la madre nobile, perché se qualche zampa vellosa di fantasma o d’incubo saltasse di sotto il letto, s’incontrasse prima in una delle compagne. Le due coraggiose si addormentaron senz’altro; ma la timida fanciulla restò un pezzo cogli occhi aperti e fermi sulla porta chiusa, come presentendo di là mondi di fantasmi e di spaventi notturni. Ma la porta non si spalancò, e nessuno spettro ne sbucò col sudario e con le catene scosse, benché strani rumori si sentissero a tratti negli appartamenti vuoti; poi il sonno finí col gettar la sua polvere d’oro sulle palpebre della timida Isabella, e il suo respiro eguale si uní ben presto a quello piú forte delle compagne. Il Pedante dormiva a pugni chiusi, col naso sulla tavola, in faccia al Tiranno che russava come una canna d’organo, e biascicava in sogno mozziconi di alessandrini. Il Matamoro, col capo poggiato sulla sponda di una poltrona e i piedi allungati sugli alari, s’era arrotolato nella cappa grigia e somigliava un’aringa incartata. Per non scompigliare la pettinatura, Leandro stava a testa dritta e dormiva tutto d’un pezzo. Sigognac s’era adagiato in una poltrona rimasta libera; ma gli avvenimenti della serata l’avevan cosí agitato che non poteva dormire. Due donne giovani non entran cosí di colpo nella vita di un giovane senza turbarla, soprattutto se questo giovane è vissuto finora triste, casto, solo, privato di tutte le gioie della sua età dalla dura matrigna che si chiama miseria. Si dirà essere inverosimile, che un ragazzo di vent’anni sia vissuto senza qualche amoretto; ma Sigognac era orgoglioso, e poiché non poteva presentarsi con l’equipaggio degno del grado e del nome, preferiva starsene a casa. I suoi parenti, quelli a cui avrebbe potuto chiedere aiuto senza vergogna, erano morti. Ogni giorno piú egli si sprofondava nella solitudine e nell’oblio. Qualche volta, nelle sue passeggiate solitarie, aveva incontrato Iolanda di Foix, che sulla bianca chinea cacciava il cervo accompagnata dal padre e da giovini signori. Quella visione sfolgorante gli passava spesso nei sogni; ma che cosa poteva mai esserci fra la bella e ricca castellana e lui, povero barbagianni rovinato e mal messo? Anziché cercare di esser notato, in quegli incontri egli s’era nascosto il piú possibile, non volendosi far deridere per il feltro ammaccato e miserabile, la piuma mangiata dai topi, gli abiti fuori di moda e troppo larghi, il vecchio ronzino pacifico, piú adatto per un curato di campagna che per un gentiluomo; poiché nulla è piú triste, a un cuore ben fatto, di sembrar ridicolo all’oggetto amato: ed egli, per soffocare sul principio la passione, aveva fatto con se stesso tutti i freddi ragionamenti ispirati dalla povertà. C’era riuscito? Non sapremmo dire. Ma egli lo credeva, e aveva respinto quest’idea come una chimera; era già abbastanza infelice, senza dover aggiungere ai suoi dolori i tormenti d’un impossibile amore. La notte passò senz’altro incidente che uno spavento dell’Isabella, causato da Belzebú che s’era rannicchiato sul suo letto, e non voleva andarsene, perché il cuscino era troppo dolce. Quanto a Sigognac, non poté chiudere occhio, sia perché non era avvezzo a dormir fuori del suo letto, sia perché la vicinanza delle belle donne gli faceva girare il cervello. Ma forse un disegno ancor vago cominciava a formarsi nel suo spirito e lo teneva sveglio e perplesso. L’arrivo dei comici gli sembrava un colpo di fortuna e come un’ambasciata del Caso per invitarlo ad uscire da quella topaia feudale in cui la sua giovinezza ammuffiva nell’ombra e s’intristiva senza profitto. Cominciava a nascere il giorno, e già bagliori azzurrognoli filtravano per le vetriate dando alla luce delle lampade prossime a spegnersi un color giallo livido e malato. I volti dei dormienti s’illuminavano in modo bizzarro sotto quei due riflessi, e si tagliavano in due fette di color differente, come certe vesti del medioevo. Il Leandro assumeva toni di torcia ingiallita, simile a quei San Giovanni di cera dalla parrucca di seta, il cui belletto è caduto malgrado la campana di vetro. Lo Spaccamonti, con gli occhi chiusi precisi, gli zigomi sporgenti, i muscoli delle mascelle stirati, il naso affilato, come già stretto dalle magre dita della morte, aveva l’aspetto del suo proprio cadavere. Rossori violenti e chiazze apoplettiche disegnavano il grugno del Pedante; i rubini del suo naso s’eran mutati in ametiste, e sulle grosse labbra si spandeva il fiore azzurro del vino. Alcune gocce di sudore, scorrendo fra i burroni e le scarpate della fronte, s’erano fermate tra i cespugli delle sopracciglia brizzolate; pendevano le gote molli flosciamente. Lo stupore del sonno pesante rendeva odiosa questa faccia che, sveglia e ravvivata dall’arguzia, sembrava gioviale. Cosí inclinato sull’orlo della tavola, il Pedante dava l’idea di un vecchio egipane morto fradicio sul margine del fosso dietro il baccanale. Il Tiranno si conservava assai bene, con il volto pallido e la barba di crine nero, ché la sua testa d’Ercole bonario e di burbero benefico non si poteva mutare. La Servetta pure tollerava discretamente la vista indiscreta del giorno, per nulla abbattuta; soltanto gli occhi cerchiati un po’ piú di bruno e le guance picchiate da qualche segno violaceo, lasciavano scorgere la fatica del sonno incomodo. Un lubrico raggio di sole, strisciando attraverso le bottiglie vuote, i bicchieri mezzo pieni e gli avanzi dei piatti, giungeva con la sua carezza al mento e alla bocca della giovane, come un fauno che stuzzica una ninfa dormente. Le caste antenate degli arazzi color della bile cercavano di arrossire sotto la vernice, al vedere la loro solitudine violata da questo accampamento di zingari, e la sala del banchetto offriva un aspetto insieme sinistro e grottesco. La Servetta si svegliò per la prima sotto il bacio del mattino; si alzò in piedi, scosse la gonna come un uccello le piume, passò le mani sui capelli per lustrarli un poco, e vedendo che il barone di Sigognac era assiso in poltrona con l’occhio spalancato come un basilisco, si volse a lui, e lo salutò con una vezzosa riverenza da commedia. «Mi duole» disse Sigognac restituendo il saluto «che questa dimora in rovina, fatta piú per ricoverare fantasmi che esseri viventi, non mi abbia concesso di ricevervi meglio; avrei voluto farvi riposare in lenzuoli di tela d’Olanda, sotto un baldacchino di damasco delle Indie, anziché lasciarvi intirizzire su questo seggiolone tarlato.» «Non vi dolete di nulla, signore» rispose la Servetta «senza di voi, avremmo passata la notte in un carretto impantanato, a battere i denti sotto la pioggia fitta, e il mattino ci avrebbe trovati mal ridotti; e poi, questa dimora che voi sdegnate, è magnifica in confronto delle capanne aperte a tutti i venti in cui spesso ci tocca di dormire su mucchi di paglia, tiranni e vittime, principi e principesse, Leandri e Servette, nella nostra vita errante di comici che vanno per borghi e città.» Mentre il Barone e la Servetta si scambiavano queste cortesie, il Pedante rotolò in terra con un fracasso di assi troncate. La sua poltrona, stanca di sopportarlo, s’era spezzata; e l’omaccione, steso a gambe levate, si dimenava come una tartaruga capovolta, gettando suoni chiocci senza senso. Cadendo, s’era abbrancato d’istinto alla tovaglia, causando cosí una cascata di bicchieri le cui onde rimbalzavan su lui. Questo fracasso destò di soprassalto tutta la compagnia. Il Tiranno, stirate le braccia e strofinatisi gli occhi, tese una mano soccorrevole al vecchio comico e lo rimise in piedi. «Un caso simile non capiterebbe al Matamoro» disse l’Erode con una specie di grugnito cavernoso che era il suo riso «cadrebbe, senza romperla, in una tela di ragno.» «Verissimo» rispose l’attore interpellato, snodando le lunghe membra articolate come zampe di ragno «non tutti hanno la fortuna di essere un Polifemo, un Caco, una montagna di carne e d’ossa come te, né un otre di vino o una botte con due gambe come Blazio.»
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