II. IL CARRO DI TESPI-4

2025 Words
Questo baccano aveva fatto comparir sulla soglia l’Isabella, la Serafina e la madre nobile. Le due giovani, benché un po’ stanche e pallide, eran graziose anche alla luce del giorno. Parvero a Sigognac le piú luminose del mondo, benché un osservatore meticoloso avesse potuto criticare la loro eleganza un po’ gualcita; ma che sono alcuni nastri stinti, alcuni pezzi di stoffa ragnata e lucida, alcune miserie e incongruenze dell’abbigliamento, quando coloro che lo portano sono giovani e belle? E poi, gli occhi del Barone, assuefatti alla vista delle cose vetuste, polverose, scolorite e logore, non eran fatti per discernere tali bazzecole. La Serafina e l’Isabella gli parevano abbigliate meravigliosamente, in mezzo a quel castello sinistro ove tutto cadeva per la vecchiaia; e quei volti graziosi gli davan l’impressione di un sogno. Quanto alla madre nobile, essa godeva, grazie all’età, il privilegio di un’immutabile bruttezza; e nulla poteva alterare il suo volto di bosso intagliato in cui gli occhi di civetta lucevano: sole o candele, per lei era lo stesso. La fiamma che brillò nel focolare, lambendo una lastra con le armi dei Sigognac poco avvezza a simili carezze, riuní in cerchio tutta la banda dei comici ch’essa illuminò coi suoi vivi bagliori. Un fuoco chiaro e fiammante è sempre piacevole dopo una notte, se non bianca, almeno grigia; e il disagio che si leggeva in tutti i volti con ismorfie e lividi piú o meno visibili, svaní del tutto, in grazia di quel benefico influsso. Isabella tendeva verso il camino le palme delle mani delicate, tinte di rosei riflessi; e cosí arrossata da quel belletto leggero, non mostrava piú il pallore. Donna Serafina, piú alta e piú robusta, stava in piedi dietro di lei, come una sorella maggiore che, meno stanca, lascia sedere la piccola. Lo Spaccamonti, appollaiato su una delle sue gambe da airone, sognava mezzo sveglio come un uccello acquatico sul margine d’una palude, col becco sul gozzo e un piede piegato sotto il ventre. Blazio, il Pedante, leccandosi le labbra alzava le bottiglie una dopo l’altra, per vedere se ci restasse qualche goccia di liquore. Il giovane Barone aveva chiamato Pietro in disparte, per sapere se c’era mezzo di trovare nel villaggio qualche dozzina di uova per dar da colazione ai comici, o anche qualche pollastro a cui tirare il collo; e il vecchio servo s’era eclissato per fare al piú presto la commissione, perché la compagnia aveva manifestato l’intenzione di partire di buon’ora, per fare una tappa lunga senza giunger troppo tardi all’alloggio, «Temo che farete una cattiva colazione» disse ai suoi ospiti Sigognac «e vi converrà contentarvi di una dieta pitagorica; ma è sempre meglio mangiar male che non mangiare affatto; e a sei leghe intorno non si trova né un’osteria né un boccone. Lo stato del mio castello vi dice che non sono ricco; ma poiché la mia povertà deriva soltanto dalle spese che i miei antenati hanno fatto per le guerre in difesa del re, io non ho da arrossire.» «No certo, signore» rispose l’Erode con il vocione da basso «e molti che si vantano dei loro beni, sarebbero impacciati a rivelarne l’origine. Quando gli appaltatori si veston di tela d’oro, i nobili hanno i buchi nel mantello; ma da quei buchi si vede l’onore. «Piuttosto mi meraviglio» soggiunse Blazio «che un compiuto gentiluomo, come sembra essere il signore, lasci consumar cosí la sua giovinezza nel fondo di una solitudine dove la Fortuna non può venirlo a trovare, anche se ne avesse voglia: se le avvenisse di passare davanti a questo castello la cui architettura poteva esser molto bella duecento anni fa, essa tirerebbe di lungo, credendolo disabitato. Bisognerebbe che il signor Barone andasse a Parigi, occhio e ombelico del mondo, ritrovo dei belli spiriti e dei valorosi, Eldorado e Canaan degli Spagnoli francesi e degli Ebrei cristiani, terra benedetta illuminata dai raggi del sole della Corte. Là sarebbe certamente notato secondo il suo merito e farebbe carriera, sia al sèguito di qualche grande, sia compiendo qualche azione luminosa, di cui non mancherebbe mai l’occasione.» Le parole del brav’uomo, malgrado la tiritera e le frasi burlesche, ricordi involontari della sua parte di Pedante, non eran vuote di senso. Sigognac sentiva ch’erano giuste; e spesse volte, nelle sue lunghe passeggiate attraverso le lande, s’era detto piano quello che Blazio gli diceva ora ad alta voce. Ma il danaro gli mancava per intraprendere un sí lungo viaggio; e come trovarlo? Benché coraggioso, era anche orgoglioso, e aveva piú paura di un sorriso che di una spada. Pur non conoscendo le mode, capiva d’esser ridicolo coi suoi abiti sdrusciti, e già vecchi sotto il regno passato. Come accade alla gente fatta timida dalle ristrettezze, non contava affatto i suoi numeri, e vedeva la propria condizione soltanto dal lato cattivo. Forse avrebbe potuto aver soccorso da alcuni antichi amici di suo padre, se li avesse coltivati un poco; ma era una cosa piú forte di lui: e piuttosto sarebbe morto seduto sul suo forziere, masticando uno stecchino come un idalgo spagnolo, accanto al suo blasone, anziché fare una domanda qualsiasi di aiuto o di prestito. Era di quelli che a stomaco vuoto davanti a un bel desinare, rifiutano l’invito e fingono di aver già mangiato, per paura d’esser creduti affamati. «Ci ho pensato alle volte, ma non ho amici a Parigi, e i discendenti di coloro che poteron conoscere la mia famiglia quand’era ricca e aveva uffici a corte, non si cureranno molto di un Sigognac magro e sparuto, arrivato col becco e le unghie dall’alto della sua torre in rovina, per aver la sua parte della preda comune. E poi, non arrossisco a dirlo, non ho equipaggio, e non potrei comparire in modo degno del mio nome; non so neppure se, sommando tutti i miei mezzi e quelli di Pietro, potrei arrivare fino a Parigi.» «Ma voi» replicò Blazio «non siete mica obbligato ad entrar trionfalmente nella grande città, come un Cesare romano su un carro tirato da una quadriga di bianchi cavalli. Se il nostro umile carro tirato dai buoi non offende l’orgoglio della Vostra Signoria, venite a Parigi con noi che ci andiamo. Tale vi splende ora, che vi entrò pedestremente, col fardello alla spada e con le scarpe in mano per non consumarle.» Sigognac un poco arrossí, di vergogna insieme e di piacere. Se da un lato l’orgoglio della razza si ribellava all’idea di dover qualche cosa a un povero saltimbanco, d’altra parte la sua innata bontà si commoveva di un’offerta fatta cosí francamente e secondo il suo desiderio secreto. Temeva inoltre, rifiutando, di ferire l’amor proprio del commediante e, forse, di lasciarsi sfuggire un’occasione che non si presenterebbe piú. Senza dubbio il pensiero di un discendente dei Sigognac mescolato nel carro di Tespi con istrioni nomadi, era spiacevole, e tale da far nitrire i liocorni e ruggire i leoni delle armi gentilizie; ma, insomma, il giovin Barone si era già rinchiuso abbastanza dietro le sue mura feudali. Ondeggiava incerto fra il sí e il no, pesando i due monosillabi fatali sulla bilancia della riflessione, quando Isabella, facendosi avanti con piglio grazioso, e ponendosi davanti al Barone e a Blazio, pronunciò un discorsetto che calmò l’incertezza del giovane: «Il nostro poeta ha fatto un’eredità, e ci ha lasciati. Ora, il signor Barone potrebbe sostituirlo, perché io, senza volerlo, nell’aprire un Ronsard sulla sua tavola, ho trovato un sonetto pieno di cancellature, che deve essere composto da lui. Potrebbe adattare le parti, fare i tagli e le aggiunte necessarie, e, all’occorrenza, scrivere un lavoro secondo un tema da assegnargli. Ho proprio uno scenario italiano con una bella parte per me, solo che qualcuno volesse aggiustarmelo a modo.» Cosí dicendo, l’Isabella lanciava al Barone uno sguardo cosí dolce e profondo, che Sigognac fu vinto. Arrivò Pietro, portando una bella frittata col lardo e una grossa pera di prosciutto, e i discorsi si interruppero. Tutta la compagnia si sedette a tavola, e cominciò a mangiare con appetito. Ma Sigognac toccò appena, per pura cortesia, il mangiare; la sua sobrietà consueta mal sopportava pasti cosí vicini e, d’altra parte, il suo spirito era preso da vari pensieri. Terminata la colazione, mentre il bovaro girava le correggie del giogo attorno alle corna dei buoi, Isabella e Serafina ebbero voglia di scendere nel giardino che si scorgeva dalla corte. «Temo» disse Sigognac offrendo loro la mano per scendere i gradini smossi e muscosi «che non lasciate qualche brano delle vesti tra le grinfie dei rovi; perché, se si suol dire che non v’è rosa senza spine, vi sono, in compenso, spine senza rose.» Il giovine Barone lo disse con quel tono melanconico ed ironico che gli era solito quando alludeva alla sua povertà; ma, come se il giardino calunniato avesse voluto mostrare il suo amor proprio, due roselline selvatiche, aprendo a metà i cinque petali attorno ai pistilli gialli, brillarono d’improvviso su un ramo traverso che serrava la via alle giovinette. Sigognac le raccolse, e le offerse galantemente all’Isabella e alla Serafina, dicendo: «Non credevo cosí fiorito il mio giardino; non vi nascon che erbacce e non vi si colgon che mazzetti d’ortica e di cicuta; voi, voi avete fatto sbocciare questi fiorellini, come un sorriso sulla desolazione, come una poesia fra le rovine.» Isabella mise delicatamente la rosellina nel busto, volgendo al giovane un lungo sguardo, per ringraziarlo e per mostrargli in qual conto essa teneva quel povero dono. Serafina, masticando il gambo del fiore, lo accostava alla bocca, quasi per vincere il rosa pallido con l’incarnato delle labbra. Andarono cosí fino alla statua mitologica il cui fantasma si delineava in fondo al viale, mentre Sigognac scostava le fronde che avrebbero potuto sferzare il volto delle visitatrici. La giovane ingenua guardava con tenera premura quel giardino incolto cosí bene armonizzato col castello in rovina. Pensava alle ore tristi che Sigognac aveva dovuto numerare in quel soggiorno della noia, della miseria e della solitudine, con la fronte ai vetri, gli occhi fissi nella via deserta, senz’altra compagnia che un cane bianco e un gatto nero. I tratti piú duri di Serafina esprimevan soltanto un freddo disdegno velato di cortesia; per lei quel gentiluomo era troppo straccione, non ostante il suo rispetto per i titolati. «Qui finiscono i miei dominii» disse il Barone, come fu giunto davanti alla nicchia di ciottoli in cui Pomona marciva. «Una volta tutto quello che si vede dall’alto di quelle torricelle screpolate, monte e piano, campo e brughiera, era dei miei antenati; ma ora mi resta proprio quel tanto per attender l’ora in cui l’ultimo dei Sigognac raggiungerà gli antenati nella tomba di famiglia, unico loro possedimento ormai.» «Ma sapete che siete funebre, cosí di mattina!» rispose Isabella, sorpresa di aver fatto anch’essa il medesimo pensiero, e dandosi un’aria gaia, per dissipare la nube di tristezza che velava la fronte di Sigognac; «la Fortuna è donna, e benché la dicano cieca, dall’alto della ruota essa discerne tra la folla un cavaliere nobile e virtuoso; l’importante si è trovarsi al suo passaggio. Via, decidetevi, venite con noi; tra qualche anno, le torri di Sigognac, coperte di ardesie nuove, restaurate e rimbiancate, faranno una figura cosí fiera quanto è povera quella d’oggi; e poi, veramente, mi spiacerebbe di lasciarvi in questo castello da gufi...» soggiunse a bassa voce, perché Serafina non sentisse. Il dolce lume che splendeva negli occhi d’Isabella trionfò sulla repugnanza del Barone. L’attrattiva di una avventura galante mascherava ai suoi occhi quello che v’era di umiliante in un simile viaggio. Seguire un’attrice per amore e aggiogarsi come vagheggino al carro dei comici, non era abbassarsi; i piú fini cavalieri non vi avrebbero pensato neppure. Il dio faretrato forza volentieri Dei ed eroi a mille azioni e travestimenti bizzarri: Giove si trasformò in toro per sedurre Europa; Ercole filò la conocchia ai piedi d’Onfale; Aristotile, il filosofissimo, camminava a quattro zampe portando sul dorso la sua amante che voleva andare a... filosofo (curioso modo di andare a... cavallo): tutte cose contrarie alla dignità divina ed umana. Ma Sigognac era proprio innamorato d’Isabella? Egli non cercò d’approfondire, ma sentí che ormai un’orribile tristezza lo vincerebbe a restare in quel castello, avvivato un istante dalla presenza di una giovane e graziosa creatura.
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