Michela Bellini: Non c’è niente da ridere

1277 Words
Michela Bellini Non c’è niente da ridereLa risata risuonò sinistra nella notte. La vittima giaceva ai suoi piedi senza vita in una pozza fangosa. Neanche una goccia di sangue. Bellissimo nella morte, il suo viso bianco e pulito. Peccato, una vita sprecata così. Non avrà avuto neanche vent’anni il ragazzo. Doveva andarsene, qualcuno si era svegliato, luci si accendevano alle finestre. Prima però era necessario comporre il corpo, lo faceva sempre. Rapido lo dispose sulla schiena, con le mani giunte sul petto, le gambe rigorosamente parallele, gli ravviò i capelli con le dita. Fece un passo indietro per osservare la scena, attento a non uscire dal cono d’ombra inaccessibile alle telecamere dei negozi: poteva andare. Gli fece una foto per il suo archivio. A lui piacevano i lavori puliti, morte rapida e niente spargimento di sangue. Le iniezioni letali erano l’ideale. Rubava l’occorrente nell’infermeria del centro d’accoglienza dove lavorava: era facile. Rise ancora, forte! Nel silenzio delle prime ore del mattino, i suoi sghignazzi violenti e rauchi squarciavano il buio con fragore. Non poteva farci niente, erano irrefrenabili. Gli succedeva tutte le volte. Raccolse la siringa usata e affrettò il passo, stringendosi nel piumino. Aveva freddo. E fame. Arrivato a casa si lavò subito le mani con cura e mise gli abiti in lavatrice. Quando decideva di operare, indossava sempre una tuta sportiva scura, ma non nera, blu. Il nero non gli piaceva mentre il blu scuro era bellissimo, gli ricordava la notte. In pigiama si fece un panino con burro, acciuga e bevve un bicchiere di vino, poi filò a letto. Si sentiva stremato, gli succedeva ogni volta, chissà perché. Di lì a poco dormiva, soddisfatto. Il giorno dopo, come sempre, era al centro d’accoglienza della chiesa di Santa Marta, da anni riferimento per i poveri e gli immigrati, che al Giambellino non mancavano di certo. Molti si fermavano per poco e poi sparivano, spesso diretti in altri paesi più ricchi, altri trovavano una sistemazione di qualche tipo e rimanevano. Non tornavano spesso alla chiesa, quelli che si ripresentavano sempre erano i “minori non accompagnati”, che in Luigi trovavano un amico e una guida. Lui era il direttore, il lavoro gli piaceva, anche se provava una pena immensa per i ragazzini. Vederli così disorientati e soli gli faceva male, una sofferenza profonda, che si acuiva quando incontrava giovani benestanti, ordinati e puliti, con l’aria spavalda di chi si sente padrone del mondo e della propria vita. Ecco, gli arroganti, quelli proprio non li sopportava, lo facevano infuriare e non aveva nessuna pietà. Ragazzi fortunati che avevano tutto, ma sputavano su tutto. Gli ricordavano quei suoi compagni che lo avevano preso di mira da piccolo, che pensavano di essere migliori solo perché abitavano all’inizio di via Lorenteggio, nei palazzi belli. La situazione non era cambiata da allora, c’erano sempre i borghesi ben vestiti, che frequentavano i luoghi della movida e gli altri, quelli del Giambellino, quelli come lui. Era per questo che ogni tanto, sempre di venerdì, Luigi lasciava il suo quartiere diretto a quelli del divertimento: lì sceglieva le sue vittime. Quando le vedeva morire, gli piaceva guardarle negli occhi: in quel momento perdevano la loro aria sicura e sembravano ritornare bambini, innocenti. Ma era un attimo, poi il loro sguardo si spegneva per sempre. Dopo si sentiva meglio, sapeva di aver fatto qualcosa per rendere il mondo migliore, più giusto. Di solito lasciava passare più tempo possibile tra un’esecuzione e l’altra, ma adesso dall’ultima non era trascorso nemmeno un mese e l’impulso era già forte. Al centro era arrivato da poco Nabil, un ragazzo marocchino magro e solitario, con gli occhi pieni di paura. Luigi sapeva che non doveva affezionarsi a quei ragazzi, ma quello era diverso e lui non poteva farci niente. Gentile e disponibile, sempre ordinato e vestito al meglio, anche con gli abiti usati che gli davano. Un giorno l’aveva sorpreso a fissare una felpa in una vetrina così intensamente che gliel’aveva regalata. Era stato bello vederlo felice per un istante! Il ragazzo gli aveva raccontato la sua storia, uguale a quella di tanti altri che erano passati di lì, ma Nabil aveva una dignità – anche nel descrivere gli episodi peggiori – sorprendente in una persona così giovane. Le sue sofferenze lo avevano colpito al cuore. L’avrebbe vendicato, era giusto così, era necessario. Aveva deciso per il venerdì successivo. Come al solito sarebbe andato nei quartieri alla moda, che pullulavano di ragazzi benestanti convinti di avere il mondo ai piedi e, di nuovo, ne avrebbe condannato uno. Questa volta voleva cambiare zona, l’episodio precedente era troppo vicino e Luigi temeva che qualcuno li collegasse. In qualche modo il mercoledì e il giovedì passarono, mentre l’urgenza di entrare in azione gli rovinava le giornate e anche i momenti con Nabil. Temeva di tradirsi, era un fascio di nervi. Arrivata la sera stabilita si cambiò, indossò la rituale tuta blu scuro, il piumino e si diresse verso Porta Venezia. Quella che anni fa chiamavano la Casbah, dietro piazza Oberdan, passando per via Tadino e via Lecco, ora era piena di locali dove impazzava la movida milanese. Gli immigrati in realtà c’erano ancora e non erano neanche pochi, ma si mescolavano ai ragazzi che andavano lì a divertirsi. Era la prima volta che cacciava in quella zona, che pure conosceva benissimo. Si guardò intorno soddisfatto: i vicoli pieni di gente erano il luogo ideale per passare inosservati. Girò un po’, poi si fermò vicino a un portone e si appoggiò al muro. Osservava la gente, in cerca del tipo adatto. Il momento della scelta era il più eccitante. Individuò un giovane a un tavolo: aveva l’aria da figlio di papà, abbronzato e sicuro di sé. Spiccava in mezzo agli altri per il giaccone di marca di un insolito color senape. Il candidato ideale: decise che andava bene. In quel momento il ragazzo si alzò ed entrò nel locale. Luigi, seccato, si dispose a cercare un’altra preda. Ma, dopo qualche minuto, con la coda dell’occhio notò il senape del giaccone: il giovane era uscito dal bar e si dirigeva a passo svelto verso via Lecco. D’impulso lo seguì. Quello si passò una mano tra i riccioli scuri e affrettò il passo. Improvvisamente si sentì gente che urlava. “È lui, è lui!”, e ancora: “Prendiamolo!”. Il ragazzo s’infilò in un vicoletto buio e stretto. E Luigi dietro. La preda se ne accorse e cominciò a correre. Continuò senza voltarsi. Luigi perdeva terreno, si girò rapido e vide che non c’era nessuno. Avrebbe fatto meglio a desistere, le voci si avvicinavano, ma detestava mollare un lavoro a metà. Era eccitato, non poteva lasciar perdere ora! Accelerò, cercando di raggiungere la sua vittima, ma l’altro era veloce. Sentì ancora le voci: “È andato di lì, no a destra!”. Luigi era quasi senza fiato. In quel momento il ragazzo inciampò e rovinò a terra. Subito Luigi gli fu sopra e gli conficcò la siringa nel collo. Finalmente! Il giovane si afflosciò come un sacco vuoto. Luigi lo rigirò per cogliere nei suoi occhi l’attimo della morte, ma sbiancò e cadde sulle ginocchia mentre scopriva lo sguardo già vuoto di Nabil! Paralizzato, fissava il suo bel viso ambrato che spiccava sul giaccone elegante. Maledisse la sua passione per i bei vestiti. D’impulso lo scosse, ma sapeva che era inutile. Disperato, si rialzò e compose il corpo nella posa rituale. Stava per scattare la solita foto, quando sentì di nuovo gente urlare in lontananza: “Ladro! Il mio giaccone! Ridammi il giaccone!”. Si girò e si allontanò in silenzio. Stavolta non c’era proprio niente da ridere.
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