Maria Bellucci
Esci dall’uscioOgni mattina Astolfo si guardava nello specchio del vecchio armadio e vedeva la sua figura gracile, un metro e settanta di ossa che si muovevano in maniera disorganizzata e una montagna di capelli rossi e ricci che non riusciva a controllare in nessun modo.
E ogni mattina sentiva la voce di sua madre incalzarlo: “Esci dall’uscio! È tardi, arriverai di nuovo in ritardo al lavoro: prima o poi ti cacceranno!”.
Era sempre così: le urla della madre e lui che si trascinava con quell’aria indolente verso l’officina dove si occupava degli ingranaggi per gli orologi da campanile.
Era stanco della solita routine: vivere a Uscio, lavorare e sognare il mare; quella sera aveva deciso di fare un giro a Genova. Aveva voglia di fare qualcosa di esaltante.
Dopo il turno avrebbe passato la notte in città, in giro tra i caruggi e il porto; gli piaceva l’aria che vi si respirava, gli odori della gente e le voci che provenivano da ogni dove, mescolando bestemmie a grasse risate dietro le puttane che cercavano di fare giornata.
Il turno sembrava non finire e mentre fresava gli ingranaggi e limava le piccole sbavature pregustava il dopo.
Si era portato dietro il suo coltello, non si sa mai cosa può capitarti quando giri da solo di notte. La sera era calata senza far troppo rumore e Astolfo, dopo aver mangiato di fretta in un’osteria, si era incamminato verso i moli; respirava foschia e buio e non vedeva l’ora d’incontrare una donna, aveva voglia di fare sesso.
Se la immaginava dai lunghi capelli neri, gli occhi tondi e una bocca grande che incuteva timore perché poteva inghiottirti in un sol colpo; una sorta di puledra pronta a essere domata.
E, all’improvviso, gli comparve davanti… non credeva ai suoi occhi, esattamente come l’aveva desiderata: un corpetto stretto dal quale si intravedevano i seni, le labbra turgide disegnate con un rossetto color sangue e la gonna lunga tirata su da un lato a lasciar intuire la giarrettiera e le calze a rete.
Mentre si dirigeva verso la preda le sue mani si agitavano nelle tasche; in una i soldi per pagare il “servizio”, nell’altra il coltello.
“Buonasera bellezza, quanto vuoi?”.
“Due lire”, alzando ancora di più la gonna.
Il giovane la guardò sorridendo e si avvicinò cercando di cavar fuori il denaro dalla saccoccia, ma inciampò e cadde rovinosamente sulla ragazza; il coltello, strappata la tasca, si infilò profondamente, spinto dal peso di Astolfo, nel petto della puttana lasciandola a terra nel suo sangue.
“E adesso?”.
Non aveva immaginato quell’epilogo – voleva tutt’altro – ma mentre si allontanava si rese conto che ne era compiaciuto.
Ritornò verso il centro nel silenzio della notte: non c’erano più trasporti a quell’ora, quindi decise di trovare una stanza e tornare direttamente in officina la mattina dopo; a casa sua madre non si sarebbe dispiaciuta della sua mancanza.
Il giorno successivo si sentiva ancora eccitato, il giornale che parlava del ritrovamento di una ragazza uccisa su un molo e delle vane ricerche da parte della polizia gli provocò un piacere sottile. Così, mentre preparava gli ingranaggi per la prossima consegna, si ripeteva sottovoce che da quel momento avrebbe fatto sul serio.
Comunicò alla madre che aveva trovato lavoro a Genova come cameriere: voleva andare via di casa e lasciare l’officina. Agnese aveva borbottato qualcosa, ma in fondo era contenta di togliersi di torno quel figlio ingombrante e così maldestro.
Astolfo non conosceva Genova; aveva sentito parlare dell’Acquasola, un parco che sorgeva su mura cinquecentesche. Si diresse là per dare un buon inizio alla sua nuova vita.
Camminava fischiettando, e mentre l’umidità che iniziava a calare gli faceva capitolare i ricci, giocava con il coltello facendolo saltare in alto, da una mano all’altra.
Non si era accorto dell’anziano signore che, venendo verso di lui aiutandosi con un bastone, imprecava verso il cielo contro una serie di santi che a suo dire lo avevano preso di mira; lo vide solo all’ultimo momento, cercò di riprendere al volo il coltello che volteggiava in aria e si tagliò il palmo destro, mentre il vecchio gli passava accanto sghignazzando e scuotendo la testa in segno di disapprovazione.
Si accasciò a terra con la mano insanguinata maledicendo la sua goffaggine e l’occasione persa. Eppure non doveva essere complicato; che ci voleva a colpire? Lo aveva fatto tante volte quando sua madre gli chiedeva di ammazzare un pollo per cena.
La prossima volta sarebbe stata quella giusta, se lo sentiva; intanto continuava a seguire sul “Secolo XIX” le vicende della polizia che non riusciva a trovare nessun indizio per l’assassino della ragazza al molo; avevano trovato solo un po’ di limatura di ferro accanto al corpo, ma non avevano nessuna idea da dove provenisse e perché fosse stata lasciata lì.
Astolfo si ricordò tutte le volte che sua madre si era lamentata del fatto che non si preoccupava neanche di pulirsi bene prima di uscire dal lavoro: riportava sempre a casa quella maledetta polvere che non riusciva a togliere, specialmente dalle tasche.
Continuò cercando di trovare altri posti dove potersi muovere senza essere scoperto, ma alla fine era ritornato al porto perché più di ogni altro luogo che aveva percorso in quei giorni era giusto per trovare le sue vittime.
Pioveva quella sera e Astolfo, chiuso nella sua mantella nera, si muoveva lentamente lungo la darsena; non aveva voglia di nulla se non di far parte di quell’oscurità, di quell’aria così pesante; teneva il coltello in mano più per difendersi che per cercare sangue.
Era scoraggiato; le braccia lunghe e quelle leve che avevano sempre un passo in più rispetto al suo lo avevano fatto miseramente fallire. L’ultima vittima era stata il cane di un barbone; mentre alzava il braccio per colpire l’uomo al petto le sue gambe avevano inciampato in una panchina di ferro e, facendogli perdere l’equilibrio, trafiggere l’animale al posto del clochard.
Poi lo vide, da lontano: un ragazzo appena sbarcato da una nave, non avrà avuto più di sedici anni, la zazzera bionda e il passo affrettato di chi vuole godersi i pochi giorni di riposo prima di salpare di nuovo.
Non doveva sbagliare stavolta; si avvicinò tenendo ben saldo nella mano destra il coltello e, giunto alla giusta distanza, sferrò un fendente… nello stesso istante il ragazzo, richiamato da una voce, si girò: il colpo finì diritto nel suo fagotto di indumenti legati alla bell’e meglio, perdendosi tra quei quattro stracci.
Astolfo si accasciò a terra iniziando a inveire contro la sua mala sorte, senza rendersi conto che nel frattempo un gruppo di marinai accorsi in aiuto del mozzo lo aveva circondato.
Non fece in tempo a rialzarsi che venne investito da pugni e calci che lo lasciarono senza il fiato che gli sarebbe stato necessario quando, tra gli insulti e le risate di quegli uomini, si perse nel freddo delle acque scure.
Ultime notizie: “Ripescato il corpo di un uomo di fronte alla darsena. Omicidio passionale o regolamento di conti?”.