Mauro Biagini
La Venere in pellicciaIn gioventù doveva essere stata uno splendore, pensò Marco Frilli catturato dai suoi occhi che, alla luce del crepuscolo di fine dicembre, brillavano enigmatici, sospesi tra il giorno e la notte come il cielo.
Avrà avuto quarant’anni, o forse qualcuno di più, ed era ancora bellissima.
I fluenti capelli corvini, la pelle candida che ricordava le fanciulle della Belle Èpoque dipinte da Giovanni Boldini e le mani affusolate, impreziosite da un anello con una pietra blu al mignolo.
Indossava una pelliccia di volpe bianca così rétro da darle un’aria da diva hollywoodiana, adagiata con posa plastica e sensuale su una poltrona in vimini del dehors più alla moda di Porta Venezia in compagnia di tre amiche.
Era lei a tenere banco con la sua voce un po’ roca, da fumatrice, raddolcita da una melodiosa inflessione dell’Est, e tra le dita stringeva una sigaretta tutta bianca con tracce di rossetto sul filtro.
Pareva che le donne celebrassero qualcosa di speciale, a giudicare dall’atmosfera gaudente e dalla bottiglia di champagne nel secchiello, che il cameriere si premurava di versare ogni due minuti nei calici.
O forse celebravano semplicemente il loro dolce far niente.
L’editore si trovava a Milano per un impegno di lavoro e, come sempre, non aveva perso l’occasione per incontrare Delia, la vecchia magliaia con cui aveva stretto un legame schietto e sincero.
Era stata lei a proporgli di bere insieme un aperitivo in un posto speciale e quando lui si era limitato a ordinare un Crodino aveva storto il naso.
“Ma niente alcolici nemmeno con una bella ragazza come me?”, lo aveva provocato con un sorrisetto ironico, e Marco Frilli aveva risposto che preferiva mantenersi sobrio – sarebbe ritornato a Genova in automobile la sera stessa – e che erano soprattutto gli stuzzichini a fargli gola.
Poi, notata l’attenzione che lui continuava a rivolgere verso la venere in pelliccia, Delia commentò impertinente: “Ma le fa gola anche dell’altro, se non mi sbaglio. Stia attento, Marco, a non giocare con il fuoco…”.
“Non scherziamo nemmeno”, rispose lui rabbuiandosi in viso. “Io sono fedele alla mia Nora, la donna più bella del mondo”, e si accese una sigaretta, l’ennesima della giornata. “Però è innegabile che quella signora abbia il suo fascino. La conosce?”.
Delia annuì. Non c’era niente e nessuno nell’intero quartiere che potesse sfuggire al suo occhio vigile.
“Si chiama Monika, ma con la kappa come ha sempre tenuto a precisare, e ha un cognome lungo, straniero, troppo difficile da ricordare. È tornata da poco qui, a Porta Venezia, dopo molti anni”, e aggrottò la fronte per cercare di contare il tempo, “saranno almeno una ventina. Allora abitava in un monolocale di pochi metri quadrati, in una casa di ringhiera, e adesso vive in un lussuoso attico nel palazzo più elegante di piazza Oberdan. Faceva la ballerina in un night club di corso Buenos Aires. Quando camminava per la strada aveva gli occhi di tutti gli uomini addosso, anche del sacrestano della chiesetta di San Carlino”, e accennò un lieve sorriso al ricordo. “Poi, all’improvviso non si è più vista.”
“Dov’era andata a finire?”.
Un attimo di esitazione e Delia rispose.
“Era partita per una lunga tournée…”, bisbigliò sibillina con una strana smorfia.
Intanto al tavolo delle quattro donne, la signora in pelliccia continuava ad animare la conversazione.
Il signor Frilli avrebbe volentieri ascoltato che cosa stesse raccontando – c’era qualcosa in lei di misterioso che lo attirava, un sentore di torbido che non riusciva a spiegarsi – ma il frastuono del traffico e il vociare delle tante persone che affollavano il dehors rendevano difficile l’impresa.
Drizzò le orecchie e riuscì a cogliere solo qualche frase.
Venne a sapere che a Natale – “finalmente”, aveva sottolineato lei con sussiego – sarebbe tornata a Cortina e che avrebbe alloggiato all’Hotel de Len, che era stato appena ristrutturato “come per un gioco del destino”, così disse.
Poi era passata a parlare di moda, affermando che Versace restava il suo marchio preferito, ma per gli accessori non poteva mai mancare qualcosa di Gucci, “che sulle borse non lo batte nessuno”.
Terminato il bicchiere di prosecco, Delia non riuscì a trattenere il proprio disappunto.
“Certo che se siamo venuti per ascoltare gli altri”, e lanciò un’occhiata pungente verso il tavolo delle quattro signore, “posso anche lasciarla solo, caro Marco”.
E l’editore, terminati tutti gli stuzzichini e già pronto a reclamarne altri, si scusò imbarazzato.
“Mi perdoni, Delia, ma sono come…”, cercò il termine più appropriato, “... come rapito, ecco, da quella donna in pelliccia”, e spense malamente la sigaretta nel posacenere di cristallo. “Già me la immagino come la perfetta dark lady di uno dei miei noir, ma non mi chieda il perché. È solo una mia sensazione”.
Intanto, davanti al dehors, si era fermata una fiammante Lamborghini Huracán di un eccentrico color verde pisello.
Due colpi di clacson e la donna in pelliccia si voltò, incrociando i suoi occhi di ghiaccio con quelli dell’uomo brizzolato al volante.
Poi si alzò in piedi – sembrava una dea pagana – e, sollevato il calice al cielo, propose alle amiche un ultimo brindisi prima di congedarsi.
“Questo è per lui, il mio Alvise, che con il suo amore mi ha regalato una nuova felicità”, pronunciò con l’enfasi di una grande attrice, per poi esplodere in una fragorosa risata – indecifrabile, come lo era tutto in lei – che risuonò sinistra per l’intera via Lecco.
Subito dopo, mandato giù un lungo sorso di champagne, tornò seria e scappò via senza nemmeno salutare.
Salì a bordo della Lamborghini e il bolide, con un rumore assordante, si dileguò in un baleno.
Frilli si grattò la testa sempre più confuso.
Quegli occhi di ghiaccio, quel brindisi all’amore, e poi quella risata così ambigua…
“Alvise è l’uomo che ha sposato?”, domandò a Delia, ed era chiaro che pensasse al distinto signore che era passato a prenderla.
Lei scosse il capo lentamente.
“No, Alvise era l’uomo che avrebbe ucciso”, sussurrò, per poi serrare le labbra come se non volesse dire altro.
L’editore cominciò a tossire, un cetriolino gli era andato per traverso.
“Si spieghi meglio”, la pregò con voce strozzata e la magliaia non se lo fece ripetere due volte.
“Lui era un noto industriale brianzolo. Sposato e con tre figli. Aveva perso la testa per Monika. Era pazzo di lei”, e fece un gran sospiro. “Il suo cadavere fu ritrovato nelle acque gelide del Naviglio, una mattina d’inverno. Subito si ipotizzò un suicidio, ma quando scoprirono che aveva stipulato una polizza vita da due miliardi di lire a favore della sua amata ballerina, lei fu la prima a essere indagata. Le hanno dato vent’anni come mandante dell’omicidio e li ha scontati tutti, fino all’ultimo giorno. Eppure non ha mai smesso di dichiararsi innocente. E quando è tornata in libertà è riuscita a ottenere, grazie a un bravo avvocato, la revisione del processo”.
“C’è già stata la sentenza?”.
“Assolta, per insufficienza di prove. Così ha intascato il premio della polizza, buon per lei”.
“E di quel signore in Lamborghini che cosa sa dirmi?”, domandò incuriosito l’editore.
“Lui non lo conosco, sicuramente non abita qui a Porta Venezia”, sbottò Delia. “Ma a giudicare dall’automobile immagino che non gli manchino i soldi”. E dopo l’ultimo sorso di prosecco aggiunse beffarda: “Adesso però non mi chieda se abbia già stipulato una polizza vita…”, e fece spallucce. “Questo ce lo dirà solo il tempo.”