Capitolo 1 - La testimone

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Capitolo 1 - La testimone«Ho visto gli assassini di via di Sabbiuno. Glielo giuro, signor maresciallo. Che possa diventare cieca all’istante se non ho visto con i miei occhi quei due delinquenti». Il tenente colonnello Francesco Morini, comandante del Reparto operativo del Comando provinciale di Bologna, non riusciva a credere alle proprie orecchie. Erano tre mesi che lui e i suoi uomini facevano salti mortali e turni massacranti per trovare almeno un indizio che potesse portare alla soluzione del caso. E ora, come per miracolo, avevano trovato una testimone. Comparsa dal nulla, dopo cento giorni, una donna era pronta a raccontare tutto quello che aveva visto quell’11 marzo. Era un pomeriggio quasi primaverile quando Salvatore Totaro, detto Totò, venne ucciso con un colpo di calibro 9 alla nuca. Secondo il medico legale erano le cinque quando l’uomo era stato freddato in una stradina tanto panoramica quanto isolata da cui ammirare sia le Due Torri che il santuario di San Luca. C’era dunque ancora luce quando i sicari avevano premuto il grilletto contro l’imprenditore edile, titolare di un’azienda con tante commesse e proprietaria di numerosi palazzi tra il capoluogo emiliano e la provincia. Ma in quel posto, a quell’ora, non c’era nessuno che avrebbe potuto vederli. E loro evidentemente lo sapevano, anche se non avevano fatto i conti con quella donna. Una vedova di settant’anni, fumatrice incallita nonostante fosse costretta a sottoporsi a ossigenoterapia. Madre di due figli, viveva in un appartamento finemente ristrutturato al quinto piano di uno stabile alla periferia di Bologna. Nella sua vita apparentemente normale c’era una sola crepa: non si dava pace per la scomparsa del figlio diciassettenne Gianni. «Cosa ha visto quella mattina di tre mesi fa in via di Sabbiuno?» le chiese il tenente Michele Marra, il vice del colonnello, con una domanda a trabocchetto. «Intanto, per essere precisi, non era mattina bensì pomeriggio, e come vi ho già detto ho visto due persone che uccidevano quell’uomo di cui hanno tanto parlato i giornali e la televisione» spiegò la donna, superando il primo superficiale test di attendibilità al quale era stata sottoposta. «Si riferisce forse all’imprenditore Salvatore Totaro?». «Sì, proprio lui. Hanno messo tante volte la sua foto sui giornali» disse gesticolando. Continuava a parlare roteando le mani in direzione di chi la stava interrogando, come se in tal modo riuscisse ad accreditare meglio la propria tesi o potesse esprimersi con più scioltezza di quanta non ne dimostrasse già. «Signora, mi scusi l’insistenza, ma lei è davvero sicura di quello che sta raccontando? Comprende l’importanza che potrebbe avere la sua testimonianza per riuscire a trovare quei delinquenti?» le disse il maresciallo Vittorio Mastro, il responsabile della sezione omicidi del Reparto, con quel suo modo di fare quasi ecumenico. «Giovanotto, lei non mi crede, vero? Magari pensa pure che io sia pazza. Ma io le dico che ho visto i due assassini che ammazzavano quell’uomo» insistette la signora Maria Bruni. «Sarebbe in grado di riconoscere i sicari se li vedesse?» le domandò il tenente colonnello Morini. «Certamente. Mi dia qui l’album delle foto» gli disse sicura l’anziana, staccando la schiena dalla spalliera della sedia e appoggiando i gomiti sulla scrivania in attesa delle foto segnaletiche. «Quale album?». «Non avete il libro con tutte le faccine poco raccomandabili come quelli che si vedono nei film polizieschi?» domandò ancora la Bruni. Pareva quasi divertita dall’essere in quel posto. Ma, con quel suo modo di fare, dava agli interlocutori la spiacevole sensazione di trovarsi lì perché non aveva davvero nient’altro da fare. Solitamente molti suoi coetanei amavano trascorrere il tanto tempo libero chiacchierando nell’anticamera di uno studio medico. Lei, al contrario, dava l’impressione di aver voluto fare un salto di qualità provando un’ebbrezza diversa. «Adesso provvediamo» la rassicurarono i militari, dai cui sguardi emergeva tutta l’incredulità che questa sconosciuta inevitabilmente portava con sé. «Bene, aspetto. Però, mi raccomando, fate in fretta; devo andare via presto, altrimenti mi perdo la mia telenovela preferita». Gli investigatori continuavano a guardarsi in silenzio, come se stessero cercando una risposta ai numerosi interrogativi che quella presenza tanto inaspettata quanto misteriosa stava generando. Non sapevano se credere o meno al racconto di quella donna che in un’afosa giornata di giugno si era presentata negli uffici di viale Panzacchi, avvolti da una calura senza pari per via dell’aria condizionata rotta. Il tecnico non si sarebbe fatto vedere prima della settimana successiva e intanto il caldo li aveva colti di sorpresa, proprio come la simpatica vecchina che aveva messo su uno show al quale avevano poca voglia di assistere. E pareva non smuoverli neppure la sicumera con la quale la pensionata ribadiva di aver visto in azione i killer quel venerdì pomeriggio, mentre la città si svuotava nel primo weekend soleggiato dopo il rigido inverno. Così come poco interesse sembrava riscuotere la sua certezza di poter riconoscere chi aveva ammazzato l’imprenditore edile dalla fedina penale immacolata. «Signora Bruni, scusi l’insistenza, ma ho bisogno che lei mi tolga una curiosità» proseguì il colonnello Morini con la sua peculiare seraficità a metà strada tra quella di un lord inglese e quella dell’anziano portiere di un palazzo signorile del Vomero in attesa della pensione. «Sono venuta qui apposta; mi dica ben, bel giovine» rispose la donna, con un inconfondibile accento bolognese, rivolgendosi a Morini che, viaggiando verso i cinquantacinque, proprio giovane non era. E probabilmente nemmeno bello. «Mi spiega perché è venuta a trovarci solamente adesso?». «Perché? Ho forse sbagliato giorno?» rispose lei, quasi saltando sulla sedia sulla quale era seduta ordinatamente con la borsa appoggiata sulle gambe e ben stretta tra le mani. Con i suoi gesti e le sue mimiche facciali dava davvero l’impressione di essere una commediante intenzionata a mettere alla prova la pazienza degli interlocutori. «No, signora. Vorrei solo sapere perché ha aspettato tre mesi prima di venire a parlare con noi» proseguì Morini, facendo appello a tutto il suo stoicismo per mantenere la calma di fronte a una situazione che gli ricordava quelle ingarbugliate e incredibili tante volte lette nei racconti di Kafka. «Tre mesi? Oddio, non mi pareva che fosse passato così tanto tempo. Però, sa com’è? Una ha tante cose a cui pensare che finisce per scordarsi. Giovanotto, alla mia età può anche succedere» gli disse guardandolo negli occhi, con piglio quasi severo da navigata maestra delle elementari. «Che aveva di tanto importante da fare da scordarsi di un omicidio?» le domandò con delicatezza il colonnello, i cui dubbi sull’attendibilità della teste erano ormai diventati certezze. «Ma non lo so. Cosa vuole che mi ricordi? Ho così tanto da fare che non mi posso mica ricordare di tutto». «Cosa fa di solito, signora?» insistette Morini. «Se permette, queste sono cose personali. Io ho la mia privacy da salvaguardare. Non penserà forse che l’abbia ucciso io?». «A questo, francamente, non avevo ancora pensato. Non le nascondo, però, che sarei molto curioso di sapere cosa l’ha tenuta lontana da noi così a lungo». «Non è colpa mia se è passato tutto questo tempo. Io l’avevo detto a Manuela di prenotare prima dalla parrucchiera, altrimenti l’appuntamento sarebbe stato troppo in là». «Chi è Manuela?» le chiese ancora l’ufficiale, la cui pazienza cominciava a vacillare. «È la ragazza che mi dà una mano nei lavori di casa e che mi accompagna ovunque». «E ora dov’è?». «Oggi è il suo giorno libero. Ce lo debbo dare, altrimenti mi denuncia ai sindacati» spiegò la signora. «Chi l’ha accompagnata qui?». «Sono venuta in bus da sola». «E la parrucchiera che c’entra?». «Giovanotto, non vorrà che alla mia età vada in giro con i capelli in disordine? Una persona perbene si sistema prima di incontrare qualcuno. Non lo sa? Io ci tengo molto a queste cose. Il mio povero marito me lo diceva sempre: “Accanto a te faccio proprio una bella figura!”. E anzi, sa che le dico? Che anche lei dovrebbe farsi fare un bel taglio. Non sta mica tanto bene, così. Non me ne voglia, ma con quei capelli lunghi mi sembra tanto un eremita». Ormai Morini era praticamente certo di avere a che fare con una persona per nulla in sé. Una signora ben curata, vestita con una sobria eleganza che metteva in luce uno splendore passato. Doveva essere stata veramente una gran bella donna, e probabilmente anche il vanto del marito buonanima. Ma, giunti a quel punto, il colonnello l’avrebbe volentieri mandata via a calci per avergli fatto perdere del tempo. E, soprattutto, per avergli fatto balenare in testa per un momento l’idea di essere a una svolta. Però era una persona perbene e non riusciva ad arrabbiarsi nemmeno in circostanze di quel genere, che spesso archiviava facendosi persino spuntare un sorriso sulle labbra. In fin dei conti, con il lavoro che faceva, di gente non proprio a posto ne aveva incontrata davvero tanta. E poi, lo sapeva pure lui che avrebbe dovuto approfittare più spesso del barbiere che l’Arma metteva a disposizione dei suoi uomini a un prezzo molto contenuto.
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