Capitolo 2 - Un delitto dai contorni mafiosi

1479 Words
Capitolo 2 - Un delitto dai contorni mafiosiTotò Totaro, quarantasette anni, era originario di Bergamotto, un paesino della provincia di Palermo. Da lì era partito venticinque anni prima con un borsone sgualcito e semivuoto al seguito, con dentro i quattro stracci che i suoi gli avevano comprato firmando una cambiale. Per loro era stato un grosso sforzo, ma non avevano altro da offrirgli se non la speranza di un futuro migliore. In terra sicula, quel quinto figlio non avrebbe potuto trovare altro se non un treno che lo portasse via dalla miseria più nera. E Totò non si era fatto pregare per fuggire da quel posto in cui l’unico modo per trovarsi qualche soldo in tasca era affiliarsi alla cosca locale. Quella era stata la scelta di molti suoi amici d’infanzia: avevano fatto tanti soldi in fretta, ma anche una brutta fine, che lui voleva assolutamente evitare. Con le lacrime trattenute a stento e il cuore soffocato dall’emozione, era partito per Bologna. Per nulla felice di lasciare la famiglia e le sue origini, ma soprattutto Mariella, con cui si era fidanzato dieci anni prima. Aveva intrapreso quel viaggio verso il continente con la promessa di fare bene in terra emiliana e di portare con sé Mariella il prima possibile. Sotto le Due Torri aveva trovato lavoro in un’impresa edile, grazie a un suo cugino che aveva convinto il titolare ad assumere quel ragazzo del Sud che gli amici consideravano “nu ciucciu te fatica”1. Perché Totò era abituato a faticare anche fino a dodici ore di fila sotto il sole cocente della sua terra senza mai lamentarsi. L’impatto con il capoluogo emiliano non era stato facile, ma il forte spirito di adattamento l’aveva aiutato. Non aveva mai vissuto in una città, e gli enormi palazzi che si era trovato di fronte appena uscito dalla stazione in piazza Medaglie d’oro gli avevano fatto venire una certa angoscia. Si sentiva quasi soffocare da tutto quel cemento che d’estate diventava una fornace a cielo aperto. Più che un paese, infatti, Bergamotto era un villaggio di cinquemila anime, la maggior parte delle quali sopra i cinquant’anni. Era costruito intorno all’unica piazza, c’erano due soli bar, che non facevano altro che organizzare tornei di briscola e tressette per rubarsi i clienti, e un minimarket in cui era possibile trovare solo l’indispensabile. Nei tempi ormai passati, la piazza era stata il punto nevralgico di Bergamotto. Ogni sera, che fosse buono o cattivo tempo, gli uomini vi si radunavano per trovare lavoro per il giorno dopo e per quelli a venire. Il valore aggiunto di quel paese erano certamente le immense distese di verde, i colori della campagna, il profumo degli agrumeti e il mare distante appena una decina di chilometri. Ma anche l’aria pura e cristallina, come l’acqua che veniva giù dalle alture delle Madonie. Era così buona da aver reso inutili persino i lavori per la costruzione dell’acquedotto al quale erano allacciati in pochi perché restii ad abbandonare l’abitudine di usare il pozzo che non mancava in nessuna abitazione. Il traffico non era un problema in quel polmone verde poi diventato parco, e nemmeno l’inquinamento e i parcheggi. A Bergamotto si conoscevano tutti. E percorrere le poche centinaia di metri che separavano il paesello dalla campagna poteva anche diventare una cosa lunga e faticosa perché era d’obbligo salutare e scambiare quattro chiacchiere di cortesia con chi si incrociava lungo il cammino. In città, invece, spesso non ci si salutava nemmeno tra dirimpettai dello stesso pianerottolo, neppure dentro l’ascensore. E ciò rappresentava un problema per chi desiderava integrarsi. Che sia colpa della nebbia e dell’umidità? si domandava spesso Totò senza riuscire a trattenere un sorriso amaro. A Bergamotto, dopo cena, con l’arrivo della bella stagione, era frequente che la contrada si riunisse. In quei grandi crocchi si parlava di qualsiasi cosa e si scambiavano pareri su quanto accaduto nella zona. Solitamente gli episodi che attiravano maggiore attenzione o curiosità erano quelli che avevano come protagonisti spiriti, fantasmi, santi e briganti. L’arrivo in città gli fece apprezzare particolarmente un aspetto della sua terra: l’assenza di quegli enormi palazzoni. Al suo paese la gente non era costretta a vivere in grandi scatole divise in piccoli box, come animali in gabbia, perché ogni famiglia aveva la propria abitazione. Poteva essere più o meno dignitosa, ma almeno era indipendente e aveva tanto terreno intorno in cui piantare alberi da frutto, ortaggi e odori. I più fortunati potevano permettersi una stanza e la cucina. Gli altri erano costretti a stare in otto o dieci in un solo locale di quattro metri per quattro con le camere da letto, se così si potevano definire, ricavate in nicchie nascoste da un drappo. A scandire la vita familiare era solitamente il camino, che usavano per illuminare, scaldare, cucinare e bollire la biancheria: non essendoci la lavatrice, per i lavaggi ad alte temperature si usava far cuocere le robe in un pentolone pieno d’acqua e sapone. In casa di Totò erano in dieci, e gli unici che in un certo senso stavano più comodi erano i genitori. I figli, invece, dormivano in quattro nello stesso letto. Le sorelle in una nicchia e i maschi nell’altra. Solitamente il bagno veniva costruito un po’ lontano dall’abitazione, e nella maggior parte dei casi consisteva in una grande buca ricoperta di cemento sulla quale veniva fissata la tazza. Spesso non c’era nemmeno quella e il water altro non erano che quattro mattoni incollati tra loro, con un foglio di compensato a fare da coperchio. Solitamente veniva usato da tutte le famiglie che vi abitavano intorno. Non esisteva l’intimità, ma quello probabilmente era davvero il male minore, dal momento che nei pensieri della gente del Sud c’era solo la battaglia quotidiana per procurarsi il minimo vitale. Pian piano, però, dopo aver messo a fuoco le costanti, Totò era stato capace di adottare le variabili giuste per risolvere l’equazione. E aveva trovato la soluzione che gli aveva permesso di integrarsi molto bene nel tessuto emiliano. Da tempo non avvertiva più quel fastidioso senso di precarietà e alienazione che costituisce un fardello nella vita di qualsiasi immigrato. Dopo dieci anni da manovale era riuscito a creare la sua impresa personale, facendo fortuna e soldi a palate. Il giovane aveva fiuto per gli affari: acquistava terreni, costruiva palazzi e vendeva appartamenti alla velocità della luce. Non ostentava mai la propria ricchezza che usava per godersi la vita senza dimenticare la parsimonia dei tempi difficili imparata dai propri genitori. Di sicuro non aveva più l’aspetto posticcio e trasandato di quando era arrivato sotto le Due Torri. Quell’aspetto tipico di chi nella propria esistenza ha conosciuto solo miseria e povertà e si affaccia per la prima volta ai margini della società. Soprattutto quella opulenta e disperata, come l’aveva definita in una sua omelia l’ex arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi. Ora che aveva i mezzi, vestiva con gusto, frequentava bei locali e cominciava pure ad apprezzare il teatro, la lettura e i luoghi in cui si respirava cultura. Da uomo d’onore qual era, si era ricordato della ragazza che lo attendeva a Bergamotto e l’aveva sposata nel corso di una cerimonia alla quale erano state invitate oltre trecento persone. Nel suo curriculum personale non c’era nessuna crepa, nemmeno una multa per divieto di sosta, a parte l’interesse per l’altra metà del cielo: a suo modo di vedere, non c’erano legami che potessero impedire un’avventura, anche se questa propensione l’aveva portato qualche volta a calpestare l’aiuola di qualcun altro. Durante l’inchiesta, gli inquirenti avevano scoperto che nel suo letto era finita la femmina di un suo corregionale che aveva giurato di vendicare l’affronto. Ed era stata proprio questa l’ipotesi investigativa seguita dagli uomini del tenente colonnello Morini nei primi momenti successivi all’omicidio. Del resto, l’esecuzione era tipica del modus operandi mafioso, e da quelle parti di assassinii del genere ne avevano visti davvero pochi. Dopo tre mesi, però, si erano accorti di essere finiti in un vicolo cieco, nonostante le avessero provate tutte. Ovviamente non avevano tralasciato di controllare i conti correnti della vittima, le amicizie, i conoscenti, i tabulati del suo telefonino, quelli del telefono dell’impresa e di casa, ma non era emerso niente. Era tutto apparentemente a posto. I flussi di denaro che scorrevano sui conti dell’azienda Totaro erano consistenti ma, secondo le fiamme gialle del Nucleo di polizia tributaria erano giustificabili con il suo enorme giro d’affari. Dall’analisi dello storico era emerso che le entrate e le uscite dell’imprenditore avevano sempre avuto quell’andamento milionario. Per qualche anziano di Pianoro, dove abitava, il siciliano aveva fatto soldi troppo in fretta, e a suo modo di vedere era proprio quella l’anomalia. A dire il vero, quella terra non era mai stata particolarmente generosa con chi era partito da zero. Figurarsi con quel forestiero che in soli dieci anni era riuscito a costruire dal nulla un’impresa con un fatturato da centocinquanta milioni di euro. Una realtà capace di resistere alla crisi e alle commesse, che pure non davano le stesse soddisfazioni dei periodi migliori. Nonostante i sospetti, però, le indagini non avevano fatto emergere niente di rilevante sul conto di quel novello re Mida, così bravo da trasformare in oro tutto ciò che toccava. Note1 - Letteralmente un asino da lavoro che sta per grande lavoratore
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD