Capitolo 3 - Bilanci troppo perfetti«Su Salvatore Totaro non abbiamo trovato niente di anomalo» aveva riferito un giorno il tenente colonnello Antonio Mariucci, comandate del Nucleo di polizia tributaria di Bologna, al suo pari grado Francesco Morini, dopo aver spulciato i conti della vittima.
«Proprio nulla? Niente che possa meritare la nostra attenzione?» aveva insistito il maresciallo Mastro durante una riunione convocata nell’ufficio del pm titolare del fascicolo per fare il punto sulle indagini.
«Assolutamente» aveva ribadito il finanziere, spegnendo gli ultimi bagliori di speranza riposti proprio sul lavoro certosino delle fiamme gialle.
Quasi a voler evitare l’insorgere di dubbi sull’accuratezza dei controlli, il colonnello aveva aggiunto che l’unica cosa che aveva destato sospetti era stato il fatturato, ritenuto piuttosto consistente per un’azienda che era nata da poco e dal nulla. Ma aveva tenuto a precisare immediatamente che i suoi uomini avevano verificato con cura la documentazione trovata nell’azienda e nello studio del commercialista, e non avevano trovato alcun riscontro ai sospetti. Non era emersa alcuna presenza di nero. Tutto era registrato nei libri contabili e pareva essere giustificato. Tanta era stata la solerzia degli inquirenti che avevano eseguito degli approfondimenti pure sui soldi spesi per gli arredi degli appartamenti venduti, ma la scelta delle finiture sembrava giustificare le uscite.
L’impressione era stata che non ci fossero sbocchi perché ogni pertugio imboccato portava sempre allo stesso snervante risultato di vedere vanificato il lavoro investigativo. Il colonnello Morini, però, era un mastino dal fiuto molto fine ed era stata proprio la mancanza di nero che gli aveva fatto drizzare le antenne. Per non gettare ombre sul lavoro dei colleghi della guardia di finanza aveva tenuto per sé il sospetto. Aveva deciso di confrontarsi dapprima con i propri uomini e poi, se del caso, ne avrebbe parlato con il pm e nuovamente con le fiamme gialle.
A Morini era venuto il dubbio che la chiave del mistero potesse essere proprio nell’assenza di fondi neri, nei quali si era quasi sempre imbattuto nel corso delle numerose indagini svolte nel corso della sua lunga carriera. Veniva da tutti percepita come una sorta di strada obbligata per le aziende, costrette a disporre di denaro utile ad affrontare le situazioni più disparate, come pagare tangenti o acquistare regali per ammorbidire controlli o prassi burocratiche, per vincere gare d’appalto o ottenere commesse. Ma anche per disporre di liquidità per affrontare momenti di crisi o, semplicemente, per pagare meno tasse.
Nei bilanci del signor Totaro, però, non c’era spazio per entrate non registrate. E l’istinto aveva suggerito a Morini che si trattasse di una strategia studiata a tavolino dalla vittima per impedire il ritrovamento di una pur minima traccia in grado di spingere gli investigatori ad approfondire gli accertamenti, con il rischio, poi, di far scoprire il marcio.
Tra le ipotesi investigative che avevano affollato la mente del colonnello c’era pure quella che Totaro fosse stato avvicinato da gente della sua terra per una collaborazione che non aveva potuto rifiutare. E che lui avesse accettato, magari, per poter lavorare tranquillo o per non avere problemi con la famiglia che ancora viveva nell’isola. E che poi l’imprenditore fosse stato costretto a prendere parte, suo malgrado, a qualche gioco sporco e, stufo di sottostare al ricatto, avesse deciso di lasciar perdere sancendo di fatto la propria condanna a morte.
Il modo in cui era stato ammazzato faceva supporre che dietro a quel delitto ci fosse la mafia. La convinzione era che, anziché chiedergli il pizzo, avesse imposto al costruttore il riciclaggio, consapevole che un’impresa con un giro d’affari così importante fosse un’ottima soluzione per lavare il denaro sporco proveniente da attività illecite. Insomma, quei conti erano a posto proprio per non destare sospetti in caso di verifiche. E siccome la convinzione di Morini era che le fiamme gialle si fossero limitate a un controllo superficiale, ci sarebbe stata la necessità di convincere i vertici della guardia di finanza a scavare fino in fondo. Non avrebbero dovuto tralasciare nemmeno uno scontrino, controllando che tutto coincidesse realmente. Sarebbe stato opportuno far controllare anche i fornitori per comparare, per esempio, i prezzi che avevano praticato a Totaro e quelli che imponevano agli altri imprenditori edili.
«Per far svolgere i controlli come pretendi tu dobbiamo convincere dapprima le nostre alte sfere e poi gli stessi finanzieri. E sai benissimo che spesso la logica non è il pane dei nostri capi» aveva detto Marra che, nonostante la giovane età, aveva ben compreso i complessi meccanismi che si celavano dietro certe decisioni. Procedimenti che spesso parevano studiati non tanto per garantire l’operatività delle forze dell’ordine quanto per non rompere delicati equilibri che in certe situazioni si erano rivelati capaci di mettere a repentaglio anche la più promettente delle carriere.
«Bene, faremo in modo che ci assecondino» aveva concluso Morini che non aveva più alcuna voglia di proseguire con quella sorta di melina, abituato com’era a giocarsi le partite dal primo all’ultimo minuto. In fondo era stato uno dei primi estimatori di Sacchi e di quel Milan che negli anni Novanta aveva rivoluzionato la filosofia calcistica predominante nel Belpaese, il cosiddetto gioco all’italiana, basato sul catenaccio e sul contropiede. Non che le azioni di rilancio fossero invise a quella squadra, ma quantomeno era stato scelto un termine più moderno, come la ripartenza, che aveva fatto scuola.
L’imprenditore siciliano era stato anche un uomo generoso, sempre pronto a dare una mano ai propri conterranei che erano, poi, la maggioranza dei suoi operai e impiegati. Non gli faceva mancare nulla, ma pretendeva abnegazione e sceglieva solo gente che avesse voglia di lavorare. Una volta aveva girato del lavoro persino a un collega siciliano, nonostante qualche anno prima gli avesse fatto perdere un’importante gara d’appalto. E quando c’era stato bisogno di ristrutturare la chiesa di Pianoro lo aveva fatto senza pretendere alcuna compartecipazione alle spese. Insomma, nessuno aveva da ridire su quell’uomo.
Eppure, una spiegazione andava trovata per quel cadavere carbonizzato abbandonato nel suo fuoristrada lussuosamente equipaggiato. Dopo avergli esploso contro un colpo di pistola, l’assassino aveva provato a dare fuoco alla vettura per eliminare qualsiasi traccia. Ma era stato proprio il fumo sprigionato dalle fiamme a spingere un automobilista di passaggio ad avvertire i vigili del fuoco. Non si trattava del solito incendio di sterpaglie, tipico del periodo, e sul posto erano giunti anche i carabinieri del 112 e del Reparto operativo.
Nonostante il celere intervento, l’auto era andata quasi completamente bruciata e di indizi non c’era neppure l’ombra. Addosso al cadavere non avevano trovato niente, né portafogli, né cellulare, né documenti. Avevano capito di chi si trattasse dal numero di telaio del mezzo, ma era stato uno dei fratelli a confermare l’identità della vittima che da molte ore non dava notizie di sé ai parenti. E anche grazie a un molare in oro era stato possibile dare un nome a quel cumulo di carne bruciata steso su un letto metallico dell’obitorio della Certosa.
Tante le piste intraprese e mestamente abbandonate da quel lontano pomeriggio. E ogni volta ci avevano pensato i giornalisti a rendere le cose più complicate. Sempre in agguato, pronti a fare le pulci al lavoro degli inquirenti, senza lesinare critiche, con quella loro propensione a rompere le scatole per saperne di più su un omicidio che aveva inevitabilmente catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. Tra le cose da fare in quel momento, c’era anche da verificare le parole di quella donna che si era materializzata all’improvviso nella caserma a due passi da via San Mamolo, strada non molto distante dal luogo dell’agguato mortale.
«Che faccio? Avverto il magistrato?» chiese il tenente Marra al proprio superiore.
«Prova a sentire se ha voglia di venire ad ascoltarla o se gli basta la trascrizione della testimonianza, che gli faremo avere al più presto, magari con qualche prova a supporto. Nel frattempo, fate vedere alla teste le foto segnaletiche a nostra disposizione» ordinò Morini mentre si dirigeva mestamente verso il suo ufficio, provato dalla teatralità della signora che pure l’aveva fatto sorridere per qualche istante.
Non era affatto convinto delle parole dell’anziana ma, siccome era abituato a non lasciare nulla al caso, non se la sentiva di mollare la presa senza neppure uno straccio di verifica. In fondo, se fosse finita male come tante volte era già successo in quell’inchiesta, non avrebbe subito gli effetti dello scoramento, perché aveva sviluppato i necessari anticorpi e di certo non avrebbe dovuto fare i conti con alcun tipo di rimpianto.
«Cosa c’è che ti lascia perplesso?» gli chiese il maresciallo Mastro sedendosi davanti a lui dopo aver chiuso la porta a vetri alle sue spalle.
«Dopo tre mesi questa donna si presenta da noi e dice di aver visto gli assassini. Perché ha aspettato così tanto prima di venire? Perché è molto impegnata, perché la parrucchiera non le dà un appuntamento prima. Ce n’è abbastanza per farmi incazzare. Ma ammettiamo per un istante che quello che dice sia vero. È possibile che i sicari non si siano accorti di lei? In fondo, quella non è una via trafficata. Ti sembra normale che in cento giorni non l’abbiano ancora eliminata?» osservò titubante Morini.
«Arrivati a questo punto cosa ci costa supporre che abbia davvero visto i killer e che sia viva sol perché non l’hanno ancora trovata? Magari si tratta davvero di un colpo di fortuna dopo tre mesi di sacrifici inutili» ragionò Mastro.
«Lo vorrei tanto, ma ci sono molti punti oscuri in questa testimonianza… Non mi convince per niente» gli rispose Morini spegnendo l’entusiasmo del suo collaboratore.
«Facciamo degli accertamenti e leviamoci qualsiasi dubbio» lo esortò il maresciallo.
«Certamente, meglio non lasciare nulla di intentato. In attesa che gli amici della guardia di finanza ci dicano qualcosa in più, proviamo a capire cosa abbia realmente visto la donna o se per caso non si sia inventata tutto» concluse il colonnello.
Ordinò al maresciallo di far scoprire ai ragazzi chi fosse realmente la signora. Di contattare i familiari, di informarsi su cosa facesse, se avesse subito traumi nella sua vita; se fosse malata, se soffrisse di qualche amnesia, se fosse arteriosclerotica o vittima di allucinazioni. Ma, soprattutto, se fosse in possesso delle sue facoltà mentali o magari fosse sfuggita al controllo di qualche istituto di cura nei paraggi. Tutte informazioni necessarie per inquadrare realmente il soggetto e capire se la sua testimonianza potesse essere realmente utile alla soluzione del delitto o se fossero ancora una volta a un punto morto. E siccome certe situazioni non giungono mai da sole, fu costretto a fare ciò che amava davvero poco, parlare con i giornalisti.