Capitolo 4 - Il solito rompiscatole

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Capitolo 4 - Il solito rompiscatole«Allora, Franky, dice cose interessanti la testimone?» gli domandò Rosario Santacroce, riuscendo a sorprendere anche uno come il colonnello per la velocità con cui era trapelata la notizia. E questo non lo aveva certo messo di buon umore. Dopo la farsa di qualche istante prima, ci voleva proprio quella telefonata per fargli andare definitivamente di traverso il resto della giornata. «Non capisco di cosa tu stia parlando» gli rispose Morini, sforzandosi di fare mente locale su chi avesse potuto fare quella soffiata con il rischio di mettere definitivamente a repentaglio quel poco di tranquillità che era rimasta negli uffici di viale Panzacchi. Se la notizia di una testimone si fosse sparsa, nel giro di poco avrebbe dovuto fare i conti con un’orda di giornalisti affamati di notizie in attesa davanti alla caserma. E soprattutto avrebbe dovuto affrontare il magistrato che non era stato ancora avvisato. «E smettila di fare u succitu1. Per una volta puoi dirmi come stanno le cose? Possibile che tu debba sempre negare anche l’evidenza? Tanto ormai lo so che saresti capace di dirmi che va tutto bene anche se ti ritrovassi un cadavere sotto la scrivania. Su, coraggio, parla. Cosa ha raccontato la donna sull’omicidio di Totaro?» insistette il giornalista, apostrofandolo con uno dei suoi simpatici epiteti dialettali. «Continuo a non capire» finse ancora l’ufficiale. «D’accordo. Se la metti così, domani sparo che avete un testimone che vi ha detto di aver visto in faccia gli assassini dell’imprenditore. Così avrete qualche casino in più a cui pensare. Che te ne pare?» lo minacciò il cronista. «Va bene. Ok. Ho capito. Che ne dici di venire qui al Reparto, che ne parliamo con calma mentre beviamo un caffè?». Messo con le spalle al muro, a Morini non rimase che fingere di assecondare il gioco, nel tentativo di trovare un razionale e necessario compromesso con chi, alla fine dei conti, si era sempre rivelato una persona corretta. «Tra dieci minuti sono da te» rispose Saru che a quell’appuntamento andava sereno, consapevole che non gli sarebbe potuto accadere niente. In fondo era tra amici e a nessuno sarebbe venuto in mente di sparargli pur di non farlo parlare. Insomma, ci andò con la tranquillità che in altre circostanze non aveva manifestato. Proprio come quella volta che aveva telefonato in redazione un personaggio della criminalità chiedendo di parlare con lui. Non aveva gradito il modo in cui i giornali avevano trattato una vicenda che lo riguardava e pertanto aveva manifestato il desiderio di poter raccontare la propria versione dei fatti: Saru si era recato da lui per intervistarlo, fedele al fondamentale principio democratico e alla regola giornalistica secondo cui tutti hanno diritto di parola. Ma c’era andato con non poche remore e solo dopo aver specificato alla segretaria dove era diretto. Perché, se non fosse mai più tornato o fosse sparito nel nulla, almeno gli inquirenti avrebbero avuto un indizio da cui cominciare le indagini. Come ulteriore precauzione, aveva parcheggiato lo scooter lontano dal luogo dell’incontro perché, nel caso fosse dovuto scappare, lo avrebbe fatto meglio a piedi recuperando poi in un secondo momento il mezzo. Accortezza che in realtà gli era servita a poco quella volta che si era recato per un’intervista analoga a casa della boss della Sacra Corona Unita, Rosa Barba. Saru era tornato nel suo Salento per un periodo sabbatico. Un modo per ritemprare anima e corpo dopo una serie di incredibili e dolorose peripezie personali che lo aveva messo a dura prova. Ma non era riuscito a resistere a quel mestiere che tanto amava. Pertanto, aveva accettato di seguire, per conto di una nota agenzia di stampa, le indagini per scoprire gli autori dell’omicidio del marito della boss. L’uomo era evaso durante una visita all’ospedale Vito Fazzi di Lecce, sparando all’impazzata e seminando il panico. Quell’uomo si chiamava Stefano Steu Rizzello, era un feroce killer ed era conosciuto come u masciu2. Quel nomignolo denotava sia la sua sfortuna dal punto di vista fisico, sia il ruolo che aveva avuto in una sanguinosa rapina ai danni di un furgone portavalori. Un assalto che aveva fruttato un bottino di oltre duecento chilogrammi di lingotti d’oro, di cui solo lui conosceva il nascondiglio. Anche in quell’occasione, il cronista aveva parcheggiato lo scooter molto lontano dall’abitazione. Salvo poi scoprire che la signora sapeva come fosse arrivato e dove avesse lasciato il mezzo. A dimostrazione, come ebbe modo di constatare, che in quel posto anche i muri avevano orecchie e occhi molto attenti. «Non tardare, perché ho un sacco di cose da fare» si raccomandò Morini riattaccando il ricevitore, senza lesinare imprecazioni, consapevole di dover affrontare un altro problema, come se quelli che già aveva fossero pochi. Il suo cruccio era capire come far restare riservate certe notizie. Almeno nelle delicate fasi iniziali di un’inchiesta, quando il riserbo è fondamentale per le verifiche e i controlli incrociati. Ma poi finiva inevitabilmente con il nascondere tutto. Anche quelle notizie che davano lustro al suo reparto. Per quanto lo riguardava, i giornalisti erano davvero delle brutte bestie ed era proprio per questo che evitava qualsiasi rapporto con i cronisti. Con Saru, però, aveva fatto un’eccezione perché gli era sembrato subito simpatico. Era rimasto colpito dalla sua esuberanza, era un suo corregionale e aveva saggiato la sua correttezza. Nonostante ciò, maledisse ugualmente il momento in cui l’aveva incontrato. Perché non solo era solito rovinargli le frittate quando pensava che fossero al sicuro da errori, non solo gli aveva tante volte mandato di traverso i pasti, ma non riusciva neppure ad arrabbiarsi. Né, tanto meno, a chiudere il rapporto di amicizia che li legava. Rosario Santacroce aveva superato da poco la boa degli anta, viveva a Bologna da circa una ventina d’anni e quando poteva si ritagliava dei periodi per rifugiarsi nel suo Salento. Era un cronista da strada vecchia maniera, di quelli che ‘battevano’ sul marciapiede, che consumavano le suole delle scarpe alla ricerca di notizie e di storie da raccontare. Uno di quelli che si chiedevano spesso perché qualcuno gli stesse dando un’informazione, cercando di coglierne le motivazioni, i retroscena e le eventuali conseguenze. Era un personaggio schietto, sincero e diretto e non aveva remore nel manifestare ciò che pensava. Se aveva un peso sullo stomaco, non se lo teneva e non lo mandava a dire. Non amava farsi prendere dalla gastrite per non aver parlato. Era, per certi versi, esplosivo, molto razionale e qualche volta rude e politicamente non corretto. Amava andare dritto alla sostanza, anche se non disdegnava la forma; amava la vita e odiava la falsità, l’ipocrisia e il finto buonismo. Per il suo modo di essere veniva spesso accusato di essere un destrorso, ma lui non si curava di loro, e anzi, parafrasando il sommo poeta, guardava e passava innanzi. Ormai era abituato a convivere con l’ipocrisia di cui era imbevuto il pensiero unico imperante che lui definiva massificato, spesso radical chic. Solitamente incarnato dai benestanti che pretendevano di fare i comunisti ma con i soldi degli altri, senza investire in prima persona. E non faceva più neppure i conti con i tanti pecoroni travestiti da leoni che per convenienza ripetevano i mantra cari alla massa, incapaci di manifestare pubblicamente ciò che realmente pensavano in privato. I più pericolosi erano proprio quelli che si scatenavano dietro l’anonimato dello schermo e della tastiera di un computer: si sentivano più forti e coraggiosi, soprattutto nell’insultare chi non la pensava secondo i dettami del pensiero unico massificato. Erano coloro che Saru chiamava i socialgiacobini: presunti moralizzatori e benpensanti, spesso terzomondisti, ma più che altro piccoli e meschini egomondisti. Gente che si spacciava per democratica e rispettosa degli altri, salvo poi aggredire e insultare chi aveva una visione diversa. Personaggi che usavano i social media come clava e non come strumento di confronto. L’epiteto di destrorso neppure lo sfiorava, perché non credeva alle sciocche categorizzazioni, ormai stantie e poco credibili. Inoltre, la sua storia familiare e personale testimoniava per lui. Aveva ampiamente dimostrato di non avere nulla a che vedere con l’intolleranza e praticava realmente l’educazione e il rispetto come valori fondanti del vivere civile. Era un amante della buona tavola e, siccome non gli piaceva dipendere dagli altri, guidato dalla perspicacia e dalla curiosità, sin da piccolo si era lanciato con successo sui fornelli sotto la supervisione della mamma che era una brava cuoca. E aveva dimostrato un’invidiabile capacità di sfornare piatti da leccarsi i baffi. Di queste sue qualità culinarie approfittavano di frequente gli amici, che si lasciavano deliziare con pietanze succulente e saporite, spesso tipiche della tradizione salentina. Qualche volta malediceva quella sua bravura in cucina perché le abbondanti e gustose porzioni non assecondavano per niente la sua costante lotta ai chili di troppo sempre in agguato. Aveva cominciato a fare il giornalista una ventina d’anni prima, collaborando con alcuni quotidiani e radio locali del Salento. Ma quella realtà gli si era rivelata subito stretta e aveva deciso di misurarsi con una grande città. Era così arrivato a Bologna, dove aveva stretto amicizia con un brillante giornalista che gli aveva dato la possibilità di dimostrare le proprie doti. Rosario si era dedicato anima e corpo al giornalismo, così come, a dire il vero, si impegnava in tutto ciò che gli piaceva e che suscitava il suo interesse. Dopo qualche anno di precariato era stato assunto in un quotidiano locale bolognese e si era tolto tante soddisfazioni nel seguire i casi di cronaca nera e giudiziaria che accadevano sotto le Due Torri. Tra queste c’era, per esempio, il premio cronista dell’anno che non poche invidie aveva suscitato tra alcuni colleghi. Uno di loro, addirittura, era giunto persino a fare una segnalazione all’Ordine dei giornalisti accusandolo di plagio, salvo poi non essere in grado di dimostrare quale fosse l’inchiesta o la notizia che secondo lui aveva copiato. Ad assecondare le sue qualità, tra cui spiccava la correttezza, c’era l’amicizia con i tanti carabinieri e i numerosi poliziotti o finanzieri, non solo leccesi, che lavoravano nel capoluogo emiliano. Grazie anche alle sue chicche, che prendeva in prestito dalla saggezza salentina, e con i suoi modi di dire dialettali, si era rivelato un abile mediatore nell’eterna lotta tra la necessità di informare e la prassi di secretare le notizie. E parecchie volte la sua ilarità si era dimostrata persino utile per sbrogliare situazioni tese e ingarbugliate. Insomma, era difficile non volergli bene, e per questo vantava buone fonti tra gli investigatori e tra gli inquirenti. Era stata proprio una di queste fonti che gli aveva parlato della testimone. E lo aveva fatto ben sapendo che avrebbe usato quella soffiata con i guanti bianchi. Non amava “sparare” le notizie e, per quanto possibile, scriveva solo dopo un’accurata verifica. Ore e ore al telefono e tanti caffè al bar per chiedere, confrontarsi, fare controlli incrociati, trovare conferme e recuperare atti e documenti. Ogni tanto capitava pure a lui di prendere un abbaglio o una toppa oltre ai buchi, e si arrabbiava parecchio perché era molto esigente con se stesso. Ma allo stesso tempo cercava di farsene una ragione perché, in fondo, solo chi non fa non sbaglia, al contrario di chi si dà da fare. Quando aveva a che fare con soffiate bomba che, come questa, potevano anche compromettere le indagini, preferiva parlarne prima con l’amico investigatore di turno. Per decidere insieme cosa dire e cosa tralasciare, sempre e solo al fine di non vanificare il lavoro investigativo, e senza dimenticare che i suoi ‘padroni’ erano i lettori. Usciva spesso a cena o a pranzo con gli investigatori o con gli inquirenti, e tra un boccone e l’altro capitava che si confrontassero su alcune indagini, con l’inevitabile risultato positivo di portare a casa una buona notizia da pubblicare. Dopo il lavoro, la sua passione più grande erano le donne. Non erano state poche le volte in cui era finito nei guai per quella sua propensione naturale ad adorare l’altra metà del cielo. Perché, a volerla dire tutta, ogni tanto finiva con il ‘pescare’ nel laghetto di qualcun altro che ovviamente non era molto contento di vedersi soffiare la propria donna. Gli amici lo prendevano spesso in giro, conoscendo la sua attitudine a tenere lontano da sé gli omosessuali che in più di un’occasione avevano dimostrato di essere attratti da lui. Non gradiva quel tipo di attenzioni e ci teneva a metterlo in chiaro senza, però, mai trascendere o abbandonarsi a giudizi maleducati. Semmai, qualche volta, era stato lui a subire aggressioni immotivate da parte di appartenenti o sostenitori di quel mondo. Gente che agli altri chiedeva rispetto, dimenticandosi poi di riconoscerlo a chi vedeva e viveva la vita diversamente. Non aveva mai convissuto con i pregiudizi, ma ci teneva a rimarcare la propria eterosessualità, alla stessa stregua di chi amava sbandierare la propria omosessualità. I tempi, però, parevano non essere più propizi per un sano, normale ed educato confronto. E chi fino a quel momento si era battuto per distruggere il deleterio concetto di anormalità con cui era stato costretto a fare i conti, poi non lesinava nel far passare per anormale chi non aveva relazioni con persone del suo stesso sesso. Neanche si fosse giunti all’eccesso opposto di dover sdoganare gli eterosessuali. Fedele al suo motto secondo il quale ognuno deve sentirsi libero di vivere la propria vita come più gli piace, lasciava cadere polemiche e discussioni inutili, senza mai farsi mancare un sorriso sulle labbra. Perché Saru amava sorridere alla vita, nonostante questa gli avesse riservato un colpo davvero pesante con la perdita dei suoi amati genitori in circostanze drammatiche. Nonostante ciò, non si era lasciato abbattere, aveva reagito, era tornato a sorridere e restava convinto che un’espressione di gioia potesse portare un salutare pizzico di serenità e di luce in un mondo che pareva avere ormai posto solo per i musoni. Ed era probabilmente per rimanere nell’ambito dell’ilarità che i colleghi gli ripetevano spesso che ribadire continuamente il proprio apprezzamento per il sesso femminile non era altro che un tentativo di nascondere un’omosessualità a loro dire latente. Il tutto finiva inevitabilmente con una battuta in dialetto che sprigionava grasse risate. Proprio come quella volta che era stato sorpreso in redazione mentre mangiava una banana dopo una seduta di allenamento. Quella scena aveva attirato l’attenzione di un collega che non era riuscito a trattenersi dal fare un’osservazione a doppio senso. Ma Saru era un tipo che solitamente non si lasciava cogliere di sorpresa, soprattutto quando l’argomento era il sesso. Pertanto, senza alcuna esitazione, con un tono solenne e con le giuste pause, neanche stesse per annunciare chissà quale messaggio apocalittico, gli aveva fatto presente che «la banana è meglio tenerla in mano che in cu…». Questa risposta era rimasta negli annali, e per tanto tempo aveva fatto mostra di sé a caratteri cubitali sulla lavagna a muro che si trovava in redazione, di fronte all’ingresso, nella zona riservata alle stampanti. Quella lavagna non veniva usata per decidere chi doveva fare cosa e per i turni, ma per scriverci le frasi celebri dei colleghi. Note1 - Tradotto letteralmente significa Lo zozzone, ma qui usato come epiteto simpatico 2 - Letteralmente significa Il re magio, ma qui usato per indicare persona molto brutta
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