Primo giorno di indagine-2

2056 Words
I pensionati immobili, le mani giunte dietro la schiena e il quotidiano sotto braccio, lo contemplano pensando alle occasioni perse, e i ragazzi stretti, abbracciati in una promessa di eterno, fuggevole amore, lo scrutano, inquieti come la sabbia sollevata dal vento. Perché Savona è così: un luogo che non lascia scampo. Un luogo dal quale tutti vorrebbero fuggire, ma solo in pochi hanno il coraggio di dispiegare le vele al vento per affrontare le acque mosse di quel mare. Lui, il Procuratore, è cresciuto in una città simile a questa, non molto diversa. Sono tante le città anonime. Ha giocato in un cortile che adesso gli ritorna in mente. Poi, un giorno, ha affrontato il mare. È salpato, ha levato le ancore. Ma, allora, aveva vent’anni. L’università, il concorso in magistratura, il primo incarico nel sud della penisola. Trent’anni in giro, per approdare infine in un porto simile a quello da cui era salpato, come una nave in disarmo, un transatlantico fuori uso, un sottomarino bucato... Il suo sguardo ancora perso sul muro di fronte, scrostato, decadente. Quel muro gli ricorda l’odore: sudore, ginocchia sbucciate, fango, gatti randagi. Guarda distrattamente le auto ferme in piazza del Duomo. – Che giorno è oggi? – chiede a se stesso. È il tredici dicembre, Santa Lucia. La città bloccata, le strade chiuse al traffico. Le bancarelle della fiera nel quadrilatero compreso tra i portici, il municipio, corso Italia e via Manzoni. Adesso capisce il perché del suo stato d’animo e di tanta malinconia. Si fruga nelle tasche alla ricerca di un fazzoletto. Un agente gli passa un Kleenex. Un cenno di ringraziamento, morbido come la carta che avvicina al naso. Tutti sempre così gentili con lui. Lo sarebbero anche se non fosse il Procuratore? Ancora ricordi, ricordi, solo ricordi. La sua adolescenza si condensa in una nuvola di vapore acqueo sul vetro della finestra: una mattina d’inverno del 1973. Il 13 dicembre 1973, per la precisione. Una di quelle mattine d’inverno in cui sembra che il cielo ti pisci addosso la sua malinconia. I suoi genitori, campani, l’hanno accompagnato dalla zia, ad Albisola, e lasciato lì. Potrà trascorrere le vacanze di Natale in Liguria, anticipando di molto la sospensione didattica. La parente, anzianotta e bisbetica, non mancherà di accompagnarlo nel capoluogo, appositamente per vedere la fiera, pensando di farlo felice. È solo in casa. Il pranzo è in frigo, basta scaldarlo, i compiti sono fatti. Lui, quindicenne, ha portato con sé una musicassetta registrata. La infila nel Phonola. La voce di Lelio Luttazzi lo accompagna mentre versa il latte nel pentolino. “Damigella d’onore anche questa settimana è... Pazza idea! Canta: Patti Pravo”. Applausi. “Pazza idea di far l’amore con lui, pensando di stare ancora accanto a te, folle folle folle idea averti qui, se io chiudo gli occhi sono tua...” Il latte comincia a scaldarsi. Santa Lucia, giorno di fiera: un evento per una città perennemente priva di avvenimenti. Una di quelle cose che la gente aspetta tutto l’anno. Arrivano le bancarelle con il torrone, i furgoncini carichi di panettoni dell’anno precedente: “Tre al prezzo di uno, signori, non ve lo dò per dieci, non ve lo dò per cinque, non ve lo dò per tre, signori.” La gente accorre. Compera. È contenta. Affolla le vie del centro stracolme di commercianti, si fa largo a gomitate per rovistare tra scarti di magazzino a prezzi d’occasione, torna a casa alla sera con il sacchetto di noccioline zuccherate e con il croccante, felice di essere parte di quella tradizione che ha tanto del paese e tanto della città. Perché Savona è così: un luogo che non è più borgo ma non sarà mai metropoli. Di entrambi capace di raccogliere e conservare solo i difetti. Nel paese tutti si conoscono e ogni piccola notizia fa in fretta il giro di ogni casa. Ne parlano a cena, seduti a tavola i commensali, e nel bar della piazza i soliti avventori, le massaie dal salumiere o mentre aspettano l’autobus. Le sere di luglio, in festa, sul sagrato della chiesa il prete e il sindaco si stringono la mano e i paesani sistemano le luci e gli addobbi. Tutti sanno chi è lo scemo del villaggio e conoscono il padrone dei campi o della fabbrica. Nel paese ognuno ha il suo ruolo e il suo soprannome. Nella metropoli invece si può essere anonimi. Si può scomparire, fare scritte sui muri, nascondersi la notte nei portoni, buttare immondizie in terra su una strada che, proprio perché è di tutti, finisce per non essere più di nessuno. Tra i grattacieli di cemento puoi sfuggire al tuo ruolo e arrivare a non conoscere neppure il nome dei tuoi condomini. Savona sta nel mezzo: un luogo troppo piccolo per poter rimanere sconosciuti e non abbastanza grande per permetterti di scomparire. Nel 1973 lui non era contento. Odiava già allora quella città, anche se non lo capiva e non sapeva trovare le parole giuste per descrivere quello stato d’animo. Avrebbe voluto dormire tutto il giorno. Svegliarsi che Natale era già passato. Essere già grande. Essere qualcuno. Soltanto per sfuggire alla sua miseria. – Procuratore... – Sì? – La vicina dice di aver sentito qualcosa. – Dov’è? – Sul pianerottolo. – Fatela entrare. La donna è imbarazzata. Una stretta di mano, convenzionale. Ha sessant’anni, le pantofole color prugna, i capelli spettinati, grigi e radi e un grembiule sporco di sugo. Si chiama Alda. Si asciuga le mani sul grembiule prima di stringere quella del Procuratore. – Ha sentito qualcosa? – Ieri notte. Dei rumori. – Urla? – No, non urla. Rumori. Come se spostassero dei mobili. Saranno state le quattro di notte. Dovreste vedere che vita facciamo noi, qui. Barricati in casa. Sono anni che vengono le prostitute, una ogni quindici giorni. Non ha idea del viavai di gente, a tutte le ore. Non se ne può più. Fate qualcosa, almeno ora che hanno ammazzato questa disgraziata... – Come fa a sapere che l’hanno ammazzata? Un’altra passata di mani sul grembiule, stavolta per asciugare il sudore causato dall’emozione. – Beh... non intendevo... non so se l’hanno ammazzata. Mi hanno detto che c’è una morta. – Sangue che sale al volto, imbarazzo. – Si è suicidata, per caso? – Ancora non sappiamo nulla, signora. – Beh, comunque non se ne può più. E non posso nemmeno andare via. Nessuno vuole comperare casa mia. Non vale nulla. Lo sanno tutti che in questo stabile ci vengono le prostitute. Ma le sembra giusto? Cosa dovrei fare io? Come mi devo comportare? Loro a guadagnare soldi e noi a vivere segregati in casa... – Cos’ha sentito? – Gliel’ho già detto... dei rumori, come se spostassero dei mobili. – Che ora era? – Le quattro, più o meno. – Ha guardato dallo spioncino? – Senta, dottore... Procuratore, come si chiama... io non voglio finire nei guai. Non ho visto nulla. Dormivo e sono stata svegliata dai rumori. – Ha acceso la luce? Ha guardato dallo spioncino? Titubanza. – ...no. – È sicura? – Ho sentito qualcuno che correva giù per le scale. – Qualcuno? Qualcuna? Uno? Due? – Mi è sembrato uno. – Da cosa, se non l’ha visto? Dalla camminata? Dal rumore delle suole sugli scalini? – Io lo so già come andrà a finire. Troverete ammazzata anche me. Vedrete. – Insomma, era uno o erano due? – Uno. – Maschio o femmina? – Maschio. – Giovane o vecchio? – Era buio. – Alto o basso? – Più o meno come lei. – Uno e settanta? – Sì. – Agente! Porti in ufficio questa donna e verbalizzi le sue dichiarazioni. Grazie signora. – Nient’altro? – Nient’altro, grazie. Ho voglia di pisciare, ma finirei per inquinare le prove. Finisce poi che trovano proprio il mio di DNA sulla tavoletta del cesso. Il fotografo scatta, il medico redige il suo rapporto, il piantone vigila che nessuno entri. Un poliziotto si avvicina per parlarmi. Perché si accosta così tanto? Perché vuole sussurrarmi nell’orecchio? Che cos’ha di così riservato da riferirmi, non si fida degli altri? Vuole mettermi a parte di una confidenza? Non mi piace il suo atteggiamento. Perché non scrive un’annotazione? Perché non aspetta che siamo soli? – Signor Procuratore... – sibila all’orecchio. – Il corpo... E allora? Fai le pause come gli attori? Finisci! – ...ci sono tracce di trascinamento. Fine della confidenza. Fine della pausa. Fine della pantomima. Credi che non me ne sia accorto, pezzo di somaro? Credi che non abbia notato le chiazze di sangue sulle scale? Secondo te perché la scala era transennata con il nastro bianco e rosso? Lo capirebbe anche un bambino. Dove hai studiato? Alle serali? Ma non posso umiliarti. Finiresti per metterti in mutua. Sorrido. Un sorriso largo, compiaciuto. Si allontana soddisfatto. – Grand’uomo, il Procuratore – lo sento commentare. E intanto piove. È quasi buio. Cosa farò stasera? Da quando Arlette non c’è più, io passo il tempo libero leggendo Platone... Non so neanche con chi cenare. Fortuna che questo omicidio mi fa saltare il pranzo. È così triste mangiare soli. Stasera andrò fuori. Chiederò all’autista di portarmi lontano dal centro, con la scusa di cercare elementi per l’indagine. In realtà io adoro la periferia. I quartieri desolati di notte, le puttane. Gireremo a vuoto per ore, senza fare nulla. Mi fermerò a parlare con qualche vecchio informatore, qualcuno che giustifichi la mia uscita notturna. Per quanto non debba fornire spiegazioni a nessuno. Io odio la notte. O meglio, no, la amo. Ma non riesco a dormire. Perché il mio cervello di notte si sveglia e comincia a correre. Magari interrogo l’ultimo cliente. Magari sento la sorella e il cognato. Meglio sentirli a caldo. – Stasera alle ventidue? Il poliziotto mi ripete la domanda. Perché me la ripete? – Alle dieci, ho detto, e alle dieci sia. Che bel fondoschiena, la donna! Essere morti stride con la bellezza. Chissà quanti l’hanno posseduta: uomini fortunati o soltanto uomini che scappano dalla moglie e da loro stessi? Però le gambe sono troppo magre e i piedi leggermente incurvati. Il collo non è affatto bello. Possibile che io non riesca a esimermi dal fare dei puzzle mentali? A non pensare alla donna ideale? Un ideale estetico, intendo. Di una prenderei le gambe, di un’altra la schiena, di un’altra ancora gli occhi e poi le mani... un Frankenstein alla rovescia... un mostro di bellezza. – Come sarebbe a dire non può? Deve! Sì, alle dieci stasera, si trovi una baby-sitter per il figlio. La sorella fa storie. Le sembra inconsueto l’orario? Come se un’indagine potesse non essere inconsueta. Non siamo noi a stabilire quando e a che ora una persona debba morire. – Stasera, ho detto, e basta. Alle ventidue. Perché continua a parlarmi nell’orecchio ’sto poliziotto? Perché non parla a voce alta? – La sorella ha dei problemi? Che porti anche il bambino. Ci sarà qualcuno ad accudirlo. Visto? Basta poco. Ancora un largo sorriso. Ricambiato. Detesto questo sbirro. Non mi piace come è vestito, come si muove, come parla. Gli toglierò il caso. Giustificherò dicendo che è meglio se ne occupi qualcun altro. Non mi va che mi parli all’orecchio. Affiderò le indagini ai Carabinieri. Gli sorrido. Lui fa altrettanto. Domani lo liquido. La sorella dirà che non sa nulla. Ovvio! Che vuoi che sappia? È entrata, ha visto il cadavere, ha urlato. L’ispettore ha avvisato me, al telefono. Forse avrebbe preferito dirmelo in un orecchio. – Portateli in caserma da voi, nel frattempo – ordino al comandante dei Carabinieri che è appena entrato. Poi lo conduco fuori dalla stanza dove nessuno ci può sentire. – Mi raccomando, registrate tutto. Lasciateli soli. Sentite cosa hanno da dirsi. La stanza è già pronta? – Sì, ci sono ancora le microspie dall’ultima volta. – Avete avvisato l’interprete? Sicuramente parleranno tra loro in albanese, non in italiano, e abbiamo necessità di sapere in tempo reale quello che si dicono. – Verrà Alina, è di fiducia. – Sì, la conosco. Bene. Nel frattempo partite con le intercettazioni. Il telefono della ragazza è sparito, ma su internet c’è il suo numero. Ha presente quel sito con tutte le foto delle prostitute divise per città? – Certo. Il nome d’arte era Sara. Il mio maresciallo ha già provveduto. – Perfetto. Chiedete i tabulati delle ultime telefonate... diciamo gli ultimi tre mesi. Ha il modulo del mio decreto, no? – Sicuramente. – Bene, lo prepari e me lo porti a firmare. E poi... ancora una cosa, capitano... – Piazzate un paio di microspie anche dentro questa casa e in quella della vicina... ci siamo intesi? Sorriso. – Certo. Piove ancora. – A dopo, capitano. Saluto alla visiera. Sorriso. Arlette non so dove sia. Aveva il collo lungo, al contrario della defunta. Ma il seno era più piccolo, come di solito hanno le donne per bene. Gli uomini preferiscono la terza misura o la quarta, e forse anche una bella quinta. Ma solo per pochi minuti, magari per un’ora. Il tempo di amoreggiare con una prostituta. Per tutto il resto va bene il seno piccolo: è meno imbarazzante. Chissà a cosa sta pensando l’ispettore? Tra poco mi dirà: visto che bel fondoschiena? Me lo sussurrerà all’orecchio.
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