Sua moglie lo trascura. Ha la fede al dito, ma la camicia è sgualcita e la cravatta disseminata di macchie. I suoi pantaloni non hanno più la piega.
Non faccio caso ai nomi o li dimentico subito. Come si chiama l’ispettore?
Continua a piovere da ore. Le strade sono tutte bagnate. Mi piace percorrere le strade bagnate e guardare le prostitute. Mi piace vedere le auto che si fermano, loro che sorridono al conducente. Pochi minuti di piacere. Le mogli a casa che aspettano il marito che ha fatto tardi in ufficio...
Stasera mi faccio portare sul lungomare, sulla via Aurelia.
C’è tutta una vita diversa di notte, una vita parallela, oscura, che fa capolino solo quando è buio. Poi i mariti tornano a casa, baciano la moglie, la loro parte illuminata riprende il sopravvento e l’altra se ne sta lì nascosta, ad attendere il momento in cui uscire ancora allo scoperto. A volte è per quella che si uccide, a volte è l’invisibile a prevalere. L’uomo che uccide la moglie, l’amante che fa fuori il suo uomo. Nulla da scoprire, nulla di strano: basta leggere la vita segreta, il pentagramma nascosto nell’ombra in cui è scritta la melodia che stride con la normalità.
Le prostitute lavorano quindici ore al giorno. Dalle undici del mattino alle undici di sera in qualche appartamento in riviera. Dalle ventitrè in poi passeggiano sul lungomare, fino alle due di notte, quando qualche caporale passa a raccoglierle per portarle a casa.
L’ispettore continua a ronzarmi frasi nell’orecchio. Mi faccio dire il suo nome.
– Rognati, ha detto?
Bene, lo segno sul mio pezzetto di carta. Domani parlerò con il commissario, il mio amico Brescia, e gli farò levare il caso. Tanto preferisco che se ne occupino i Carabinieri. Gli sorrido. Lui si allontana in cerca di altre confidenze da bisbigliarmi.
Non vorrei rivivere nessun giorno della mia vita, nemmeno i più belli.
Neanche quelli con Carlotta. Ore rubate al sonno. Alberghi di periferia, amplessi animaleschi. Poi la porta che si apre all’improvviso. Arlette che entra, si leva la fede dal dito e la scaglia sul mio viso.
Anche Carlotta se n’è andata. Perché la vita oscura non ha autonomia, è un parassita che si alimenta della vita chiara. Morta quest’ultima, scompare anche l’altra.
– La morta non aveva figli e nemmeno un marito.
Me lo sussurra l’ispettore all’orecchio.
Devo ricostruire la vita chiara. Perché quella oscura poi si disegnerà da sola. Ci saranno i vuoti riempiti dal colore, come nelle litografie. Bisogna cercare quei vuoti, levare dal disegno la vita chiara e resterà sul foglio solo il disegno di quella nascosta.
È lì che bisogna cercare.
Si sopravvive a qualunque libro non letto. E ancora non capisco perché certi pensieri si materializzino nella mia mente.
C’è un libro sul comodino, un romanzo d’amore. Ma non è un elemento di prova. Probabilmente appartiene a qualche prostituta precedente. Non l’ha nemmeno sfogliato. Non è un indizio.
– Dottore, ci sarebbe anche quel libro... – bofonchia l’ispettore.
Sarei capace di ucciderlo. La mia vita nascosta che esce fuori, all’improvviso. Immagino i titoli sui giornali: “Procuratore uccide a freddo un ispettore di Polizia. Assurde le motivazioni del gesto: detesto chi mi sussurra nell’orecchio...”
Non ho voglia di rincasare. Da tre giorni mangio pizza scongelata. Stasera la passo in Procura. Tutta la notte a interrogare. Poi domani mattina dormo.
– Ho preso i nomi di tutti – sussurra ancora l’ispettore.
Non ho con me la mia pistola. Non la porto mai. Peccato.
– Capitano?
– Comandi, Procuratore.
Lo porto in disparte.
– In quell’altra indagine, l’ultima sul clan degli albanesi, come si chiamava uno dei protettori?
– Vasili Artur.
– Appunto. Non avevo dubbi. Parente?
– È il fratello di quello – risponde indicando il cognato della defunta.
– Bene. Una bella annotazione, immediatamente. Il giudice per le indagini preliminari stavolta non potrà negarci l’autorizzazione a disporre le intercettazioni. Me la prepari al più presto.
– Sono le tre e mezza del pomeriggio. Va bene per le sei stasera?
– Perfetto.
– Dobbiamo partire al più presto con le intercettazioni. Quanti numeri abbiamo?
– Cinque: quello della defunta, Paulj Lula, in arte Sara; quello della sua amica Milena, la prostituta di via Pia; quello della sorella, Ana; del cognato Alfred Vasili; del fratello di quest’ultimo, Artur Vasili.
– Non è molto.
– Abbiamo cominciato anche con meno.
– Possiamo rimuovere il cadavere?
– Hanno finito con gli accertamenti?
Il medico legale conferma con lo sguardo.
– Sulla base dei calcoli sulla temperatura rettale al momento del sopralluogo, il decesso risulterebbe collocabile tra le quattro e le cinque dello stesso giorno, cioè oggi, questa mattina.
– E poi?
– La migrazione delle ipostasi confermerebbe questa ipotesi.
– Poi?
– Lo sfacelo traumatico del cranio con frattura della volta e della base cranica, il sollevamento del cuoio capelluto in ampi lembi e fuoriuscita di materiale encefalico è verosimilmente da attribuirsi...
Noia.
– Sì. Potete rimuoverlo.
Ci mancava anche questa in una giornata così.
– Ho sempre detestato la fiera di Santa Lucia.
– Per me è la prima volta. – dice il capitano, trentacinque anni, alto, ben messo, prestante, sguardo sicuro. – Fino allo scorso anno prestavo servizio a Belluno.
– Non è certo un bel posto, Belluno. Non so... non ci sono mai stato, ma non credo che mai ci andrò, in vacanza, intendo. Cosa si fa a Belluno?
– Nulla di importante. Almeno qui c’è il mare.
– Ha visto che traffico?
– La città è bloccata.
– Paralizzata, direi. Per colpa di quattro bancarelle di cianfrusaglie.
– Il clima natalizio mette un po’ ansia.
– Dovrà abituarsi alla malinconia, capitano, se ha deciso di fermarsi in questa città.
– Non dipende da me. Il Comando ordina, io eseguo.
– Allora l’aspetto per le sei.
– Agli ordini, Procuratore.
– Procuratore?
– Sì?
– La dirimpettaia.
– Dov’è?
– Qui fuori. Al portone.
– Come si chiama?
– Gucci. Doriana Gucci. La facciamo salire?
– No. Vengo giù io.
Pochi secondi per scendere le due rampe di scale, schivando il nastro bianco e rosso e gli uomini della Scientifica.
Scalini consumati, in ardesia nera. Chiazze di sangue. Folla di curiosi fuori dal portone. Un debole raggio di sole che si insinua nel vicolo. Un gatto che si allontana indispettito, un cane che piscia in un angolo.
Sorriso. L’avambraccio che si allunga per una stretta di mano.
Lo sguardo di lei scocciato. Stringe la mia mano debolmente. Bello però il modo in cui corruga la fronte. Delizioso.
– Buongiorno, signora.
– Buongiorno.
– Lei abita di fronte?
– Sì, all’ultimo piano.
– Dalla sua finestra si vede l’appartamento in cui è stato commesso l’omicidio?
– Le imposte sono sempre chiuse.
– Possiamo salire da lei?
Sguardo all’orologio. Le quindici e quaranta. È dura sfangarla fino a sera.
– Avrei un impegno.
– A che ora?
– Tra poco.
– Distante?
– Devo prendere il treno per Genova. Vado da un’amica.
– Che lavoro svolge?
– Insegno.
– Quale scuola?
– Il liceo classico.
– Qui a pochi passi, allora.
– Quell’edificio di fronte.
– Oggi ha lavorato?
– Il sabato è il mio giorno libero.
– Non le farò perdere molto tempo. Non più di dieci minuti. Allora, possiamo salire da lei?
Non riesce a trattenere la sua insofferenza. Il suo sguardo tradisce perplessità e indignazione mentre estrae la chiave del portone. Non ha ancora ritirato la posta, ma probabilmente è solo pubblicità.
Un po’ di fiatone nel salire le scale, per entrambi. Poco allenamento.
– Abita sola?
– Sì.
– Rincasa presto la sera?
– Con tutto il rispetto, Procuratore, non credo la riguardi.
Altra rampa di scale. Sono serie da dieci gradini. Quattro piani equivalgono a ottanta scalini.
– Ieri sera cos’ha fatto?
Seconda rampa.
– Ho letto. Sto preparando un articolo.
– Fino a che ora?
– A mezzanotte.
– Sentito nulla?
Terzo pianerottolo.
– No.
– E verso l’alba?
– A quell’ora dormo.
Ultime due rampe, da dieci.
– A che ora si sveglia?
– Alle sette.
– A quell’ora la vittima era già morta. Le capita mai di svegliarsi prima? Verso le quattro, le cinque, intendo.
Lei tira fuori le chiavi, armeggia con la serratura. Un vicino socchiude la porta.
– Può capitare, ma non stamattina. Le ho già detto che è il mio giorno libero e ne ho approfittato per dormire un po’ di più.
– Cosa insegna?
– Filosofia.
L’alloggio è un trilocale: sala, cucina, camera e bagno. Arredato con gusto. Foto di vacanze appese alle pareti o incorniciate in argento, statue di legno, suppellettili etniche, libri ovunque e tappeti.
– Bello qui. Lei ama viaggiare?
– Non è difficile capirlo.
– In fondo siamo tutti un po’ filosofi.
– Insomma...
– No, davvero. È una materia affascinante.
– Mi scusi, ma io adesso dovrei proprio andare.
– Ha ragione. Comunque da qui si vede bene l’appartamento di fronte.
Il diploma di laurea appeso alla parete dell’entrata. Nata il 21 marzo 1970.
Trentotto anni. Non mi sbagliavo quando dicevo che approssimativamente aveva quarant’anni. Però non li dimostra affatto. Sembra ne abbia dieci di meno.
Vive sola. Anch’io. Ora le lascio il mio numero di cellulare. Casomai le venisse in mente qualche particolare utile, o semplicemente una voglia improvvisa di non cenare in solitudine.
– Qui c’è il mio numero, professoressa.
– Non credo servirà. Comunque grazie.
– A presto allora.
– Arrivederci, Procuratore.
Fuori dal portone l’autista mi fa cenno.
Ora vorrà sapere. Vuole sempre sapere tutto. A volte sembra sia lui il Procuratore.
Solitamente usa la gentilezza di aprirmi la portiera. Sale in auto, gira la chiave, mette in moto, finge di regolare lo specchietto mentre scruta il mio volto, e poi comincia.
Neanche il tempo di partire e giù domande.
Inizia sempre con uno – Stanco?
Simula preoccupazione ma poi, piano piano, si insinua.
– La riporto in ufficio? – mi chiede mentre ci incamminiamo in via Caboto. L’auto è sotto il Duomo, accanto a un carro funebre.
– Sì... in ufficio.
Un nugolo di curiosi e di fotografi ci segue.
Un giornalista mi chiede notizie.
– È ancora presto.
– È vero che era appena arrivata in città?
– Da pochi giorni.
– L’hanno trascinata?
– Pare.
– Lula Paulj, esatto?
– Esatto. Nome d’arte Sara.
– C’è di mezzo la droga?
– Chi l’ha detto?
– Una vendetta trasversale?
– Dite tutto voi.
L’autista mi apre la portiera. Salgo.
– Procuratore, ancora una cosa... – insiste il giornalista.
– Vediamoci più tardi, in Procura.
– A che ora?
– Verso le undici, stasera?
– A quell’ora le pagine devono essere già pronte.
– Alle dieci va bene?
Sguardi di stupore.
– Magari le telefono.
– D’accordo.
L’autista sale, gira la chiave, mette in moto, regola astutamente lo specchietto.
– Stanco?
Oggi voglio stupirlo.
– No, affatto.
Di solito rispondo – Insomma...
Corruga la fronte.
– Una bella grana.
– Già.
– Un regolamento di conti?
– E chi lo sa? Le hanno fracassato la testa. Aspetti... accosti.
Abbiamo percorso solo un centinaio di metri, passando dall’unica strada rimasta aperta al traffico, contromano.
– Mi lasci qui, per favore.
– Ma...
– Devo comprare una cosa.
Torno indietro a piedi sino in piazza del Duomo e proseguo per via Manzoni. Da lì mi dirigo verso via Paleocapa. Dieci minuti di camminata. Passo svelto. Un po’ d’affanno. Eppure vado in bici, la domenica.
È lì che ci sono le statuine più belle. Alla prima bancarella di fronte al negozio di intimo. Una volta, tanti anni fa, c’era una vecchietta che vendeva i “macachi”, piccole statuette in terracotta fatte a mano ad Albisola.
Mia zia me ne comperava una ogni anno. I “macachi” non li fanno più. Ma io ho continuato la tradizione. Cinquant’anni, cinquanta statuette.
Detesto il Natale ma adoro fare il presepe.
Arlette sì che era brava in questo. Metteva la vaschetta con l’acqua e il motorino sotto per fare il fiume. Altro che carta stagnola!
Lo preparavamo insieme. Tutti gli anni, nel giorno di Santa Lucia.
La signora della bancarella ha un sorriso buono, come quello dell’anziana di allora.
– Prenda queste – mi dice, – sono in offerta. Due al prezzo di una.
– Ce l’ho già l’arrotino, e anche il pastore con la pecora in spalla. Voglio lo spaccalegna.
– Eccolo.
L’anno prossimo sarò in difficoltà. Ho praticamente esaurito tutti i ruoli. Ho il fabbro, l’arrotino, il contadino, il pastore, il panettiere, la massaia, la vecchia, il vecchio, il bambino, la ragazza, l’uomo che fuma la pipa (ma c’era già il tabacco?), il suonatore di flauto, la danzatrice scalza, la mugnaia, il traghettatore, il pescatore, il mendicante, il cieco, il gobbo, il commerciante, la tessitrice, la filatrice, lo zampognaro... insomma, se non ne inventano altri dovrò cominciare con i doppioni.
Le quattro. Tra due ore arriverà il capitano con le richieste dei tabulati e delle intercettazioni.
Il cellulare squilla.
– Pronto?
– Procuratore buonasera, sono il dottor Borghezio.
– Buonasera, dottore. Novità?
– Tracce di stupefacenti nel sangue. La donna si drogava...
Rigiro lo spaccalegna tra le mani.
Devo comprare anche la stagnola, per il fiume.
Più tardi, in Procura
Intercettazione ambientale effettuata nella sala d’aspetto della caserma dei Carabinieri: dialogo tra Ana Paulj (sorella della vittima) e Alfred Vasili (cognato della vittima).
Vasili: Mi hanno detto che faccio trent’anni di carcere perché sono stato io ad ammazzarla.