Capitolo IV

1180 Words
Capitolo IV Ora nella mente il buio, percepiva un’angoscia insostenibile. Il ragazzino aveva la testa tra le mani e stava sempre seduto, indifferente al vento che soffiava appiccicoso e la notte scendeva, cacciando il sole nel mare. “Se non beve, magro com’è, con questo caldo Santino muore.” Lo aveva pensato per nome: non era mai capitato prima. Non riusciva a spingerlo a fare la cosa giusta, nella mente del bambino c’era un muro tra i ricordi e la volontà: non poteva infrangerlo senza altro dolore. Poteva leggere la sua storia, ma non forzarlo senza fargli male e questo lui non lo voleva. Era una sensazione nuova che lo stupiva. Per tanto tempo aveva aiutato gli uomini e le donne che gli avevano chiesto qualche cosa, ma lo faceva per sentirsi occupato e per il piacere che gli dava far andare le cose come lui desiderava. Gli sembrava così di misurare la sua forza, di dare un senso al suo esistere nel vuoto e nel silenzio che lo circondava, senza più compagni e nemici e senza il Tiranno, che aveva tanto amato e poi odiato con tutta la forza del suo animo. Agiva per quei disgraziati, per far riposare la sua mente dall’odio che lo teneva sveglio a guardare il cielo, come la volta buia e lucente di una gabbia da cui non sarebbe mai potuto fuggire. Forse, però, non voleva più fuggire. Era tanto tempo che il rancore e la paura gli avevano costruito intorno una coltre impenetrabile, ma protettiva. Non voleva scappare, ritornare da dove era venuto, perché temeva di essere distrutto dal Tiranno, di non trovare più nessuno dei suoi. “E se qualcuno fosse rimasto, lo avrebbe disprezzato perché era fuggito?” La sua paura alimentava l’odio impotente per la fine dei suoi sogni e delle sue speranze. Quei deboli esseri sbattuti dal caso e dagli eventi, invece, erano gli unici che lo facevano sentire ancora vivo, che alimentavano il ricordo della sua potenza, di quella dei suoi compagni e del suo magnifico condottiero. Loro imploravano e lo adoravano, sperando di allontanare il dolore e la disperazione dalla loro vita. Gli offrivano doni, di cui non sapeva che fare, ma che lo illudevano di essere quello che aveva sempre pensato, fino alla battaglia, alla fuga e alla caduta. Da quel momento non si era più sentito un dio, ma un vinto e solo quei poveretti gli davano un po’ di illusione. Fatto il “Miracolo”, come li aveva sentiti chiamare i risultati della sua volontà, tornavano ancora lì per portargli altri doni, ma lui subito dopo si scordava di loro. Non aveva nessun sentimento di tenerezza per quegli uomini, che giudicava spesso sciocchi e primitivi. Ora era stupito di trovarsi, istintivamente, a pensare come salvare quello stupido ragazzino che si lasciava morire lì, davanti a lui. La stizza più forte gliela dava il fatto che sembrava che neanche sapesse che c’era lui nell’ombra della caverna. “Sciocco!” Non li aveva sentiti dai suoi genitori i racconti fantastici che da sempre correvano di bocca in bocca in quei paesi? Non aveva ascoltato dai cantastorie sulle piazze e nei mercati le meraviglie della magia della montagna? Lui percepiva la gente parlare di lui sottovoce nelle stalle, nelle cucine, nei salotti, nei crocchi davanti ai templi delle divinità nei giorni di festa. Non era tutto vero quello che raccontavano e certe cose lui non aveva pensato affatto di farle. Avrebbero creato troppe conseguenze e lui sapeva dove fermarsi, c’era pur sempre un ordine da rispettare. Gli faceva comunque piacere che lì intorno si immaginasse che niente accadeva che “La Montagna” non volesse. “Possibile che tu non sappia nulla? Non sai che sei al mio cospetto?” Il ragazzino non chiedeva, non implorava. Si lasciava morire e basta, come un uccellino, quando cade dal nido e si accorge che la madre non verrà più a raccoglierlo. Doveva fare qualche cosa. Non poteva certo uscire, terribile e maestoso e dire semplicemente: “Santino, ubbidisci: vai a bere subito e lavati il sangue.” Così com’era il suo aspetto, il ragazzo avrebbe potuto anche morire vedendolo. Lui in quel piccolo uomo sentiva la sua stessa paura, il suo stesso odio: voleva sapere e voleva aiutarlo, ma senza spaventarlo, senza fargli del male. Nella mente di Santino ancora dolore. Era già notte: papà era uscito subito dopo cena. Santino da quando potevano cadere le bombe non riusciva a dormire, se tutti non erano a casa, e così sentì le chiavi girare nella toppa. Voci sussurrate e il grido soffocato della mamma. Li lasciò allontanare, poi sgusciò dal letto e senza far rumore andò a spiare in cucina. Papà era seduto su una sedia, c’era anche il cugino Nunzio, che era più giovane del papà. Quando veniva a trovarli, giocava sempre con lui e lo portava in giro in bicicletta e al mare. Se la mamma non voleva, la convinceva con quei suoi scherzi, e come se la rigirava, finché lei rideva forte e gli diceva sempre di sì. Lui voleva bene a Nunzio, come al fratello più grande che non c’era. Quando se ne stava via per settimane, aveva paura che lo avessero preso militare e lo avessero mandato a fare le battaglie per il Duce e lui aveva paura di perderlo per sempre, perché nessuno sapeva giocare con lui così bene. Ma la mamma gli diceva di non avere paura che il cugino comprava e vendeva tante cose con i soldati e loro avevano troppo bisogno di lui per mandarlo lontano a fare la guerra. Riusciva, chissà da dove, a portare tanta roba per la gente povera del loro quartiere e anche per loro. Nunzio gli sembrava un eroe del Giornale dei Piccoli, anche se prima, quando si chiamava il Corriere dei Piccoli, di avventure ce n’erano molte di più. “La deve smettere di vedere tutti quei patrioti benpensanti qui in casa.” Stava dicendo il cugino nella cucina illuminata solo da una fioca lampadina e con tutti i vetri coperti da fogli di carta da zucchero, perché gli aeroplani di notte non vedessero dall’alto la luce delle case. “E poi, se si mette male, quelli spariscono tutti e chi ci rimette la pelle è Corrado. L’OVRA sospetta di lui e stasera quei quattro ubriachi con la camicia nera lo hanno pestato perché non voleva fare il saluto al Duce. Ma sono sicuro che non è stato per caso: lo sanno che lui è socialista e per questo lo hanno provocato. Se non arrivavo io, che mi conoscono, chissà come finiva…” La mamma stava medicando una ferita sull’occhio di papà che sanguinava. Era anche tutto sporco, con le labbra gonfie: aveva una faccia terribile. “I fascisti non c’entrano niente, Nunzio. Quando sono caduto e mi hanno preso a calci e tu stavi già tirandoli via, il più grosso mi ha sibilato all’orecchio: ‘Visto, Professore, che dovete stare attento? Con gli omaggi di Don Alvaro’.” La mamma adesso piangeva, non per la paura, ma perché sapeva che papà non si sarebbe piegato. Nunzio chiese: “E tu che farai, Corrado?” “Credi che tutto quello che ti ho sempre detto fosse per ridere? E quando fosse toccato a me, avrei potuto fare diverso?” Il cugino lo guardò con un lungo sguardo triste e disse: “No. Lo so, tu non puoi. Non ti fermerai mai.” La mamma nascose il viso nell’incavo della spalla di papà e pianse più forte.
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