Capitolo V
Anche lì era notte ormai.
Non poteva più lasciarlo a quei pensieri: lo stavano uccidendo.
Doveva agire.
Mentre usciva un po’ goffamente dalla caverna, spezzò un ramo secco, che risuonò forte nel silenzio della montagna.
Niente, nessun movimento. Sempre fermo con la testa sul petto, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani strette sulle tempie.
Lo toccò su una spalla.
Santino si girò di scatto e vedendolo gridò.
“Avrò esagerato, sono troppo brutto?” pensò.
Il ragazzino si era tirato indietro e si spostava sulle mani e sui piedi, strisciando spaventato: la bocca e gli occhi spalancati, fissi su quel vecchio dalla faccia rugosa e cotta dal sole, alto e magro, un po’ curvo su se stesso, coppola scura in testa, abito di fustagno nero e una camicia bianca sdrucita senza colletto.
Il bastone da pecoraio pendeva chiuso nella mano destra.
“Sta’ calmo, nicarieddu, che non ti faccio male. Hai del sangue addosso, ti sei ferito?”
Santino continuava a indietreggiare; il vecchio si fermò, sedendosi sui talloni e lo guardò in silenzio. Poi nella sua mano comparve una tazza di ceramica bianca e blu piena d’acqua.
Il ragazzo si fermò e deglutì.
Una smorfia di dolore si disegnò sul suo viso. Solo allora si accorse che era tanto che non beveva e si avvicinò incerto alla mano che tendeva la tazza.
Bevve a lungo, tanto da togliersi la sete, senza accorgersi che la tazza era sempre piena.
La posò a terra: “Grazie.”
“Che cosa ti è successo?”
Non rispose, ma lentamente si avvicinò all’acqua che sgorgava dalla montagna, si lavò la faccia, si tolse la maglietta e si pulì la fronte, i capelli e i profondi graffi delle gambe.
Quando si voltò, vide brillare un fuoco all’imboccatura della caverna; seduto vicino, il pastore stava cuocendo su uno spiedo un coniglio, che mandava nell’aria un profumo irresistibile, mentre dalle braci faceva rotolare fuori quattro grosse patate.
“Vuoi mangiare? Avrai fame… Metti questo – gli disse, mentre si avvicinava, porgendogli un mantello di lana – era di mio figlio, se n’è andato da tanto tempo. Qui tra un po’ farà freddo.”
“Tu chi sei?”
“Un pastore.”
“E dove sono le tue pecore?”
Chiese sospettoso: la mamma gli aveva detto tante volte di non parlare con chi non conosceva.
“Sono capre e sono lassù sulla montagna; in questa parte dell’anno non scendono mai a valle.”
Poi il vecchio pensò, sorridendo dentro di sé:
“Dopo tanti anni so bene come si comportano i pastori di qui. Chissà se mi vede come mi sono pensato?”
Allungò un pezzo di coniglio e una patata al ragazzo, che incominciò a masticare.
“Vuoi fermarti qui stanotte? È troppo buio e pericoloso scendere dalla montagna adesso. I tuoi genitori ti staranno cercando. Domani andremo giù insieme e ti accompagnerò da loro.”
Il ragazzo smise di mangiare, si sdraiò vicino al fuoco, voltando le spalle a quello sconosciuto che continuava a fargli paura.
Si avvolse nel mantello.
Il vecchio non disse nulla.
Dopo un tempo che gli sembrò molto lungo, una voce impastata dal mantello chiese:
“Come ti chiami?”
Ci fu silenzio, poi il vecchio rispose:
“Tonio.”
“Forse dovrei chiederglielo anch’io, anche se lo so già” rifletté.
“E tu chi sei?”
“Sono Santino.”
Poi non si dissero più nulla e il respiro del ragazzino divenne via via più lento.
“Lasciamolo dormire, sarà più facile scoprire che cosa gli è successo.
Non so perché lo faccio. Forse sono stato solo per troppo tempo. Da quando sono qui non ho fatto che ascoltare e guardare il silenzio. Sono stanco, ho bisogno di qualcuno vicino, che non voglia niente, che non mi chieda niente, che parli con me.
E se non vuole che io lo aiuti?... Allora gli farò dimenticare tutto e si arrangerà.”
Era irritato da quella possibilità e anche dalla propria delusione, se si fosse verificata.
Voleva proteggere quel piccolo uomo secco e indifeso, che non gli aveva ancora svelato il dramma che lo schiacciava dentro, e che lui avvertiva benissimo, anche se non ne vedeva ancora la causa.
Voleva aiutarlo non come uno di quelli che lo imploravano e lo adoravano, ma come uno dei suoi vecchi compagni.
Come poteva riuscirci senza fargli capire chi era realmente? Che era lui la magia della montagna?
Si rassicurò pensando che, dopo tutto, sarebbe stato facile.
Nel tempo si era sviluppata in lui la fantasia. Ce ne era voluta tanta per risolvere le richieste di tutte quelle persone, senza che sembrassero miracoli, se non per quelli che li chiedevano.
Gli uomini amano credere nella magia, ma deve sempre rimanere verosimile, così possono dire che non esiste e che sono capaci di fare le cose anche senza.
Ormai aveva imparato a conoscerli.
Il ragazzetto dormiva e lui piano piano si insinuava nei suoi pensieri, con dolcezza, senza fargli male, ché provava pena, quasi quanta ne provava per se stesso.