Capitolo VI
Era una giornata di sole bellissima, tersa e pulita, il vento aveva soffiato tutta la notte e l’aria era cristallina.
Erano partiti presto con la macchina di papà da casa della nonna e con tutto il necessario per mangiare fuori.
A Santino piaceva il profumo di minestra che si spandeva dalle pietanziere nel baule.
L’aria di monte che entrava dai finestrini e il profumo di quel brodo, che il giorno prima Crocifissa aveva preparato, gli facevano venire una gran fame.
Voleva anche correre tra i massi bianchi, sull’erba bassa e secca e sentire quel profumo forte che pizzicava il naso.
Il mare era lì tutti i giorni, sotto casa, insieme alle barche e al porto, con la sua acqua morta; invece quelle montagne, con il vento e l’aria pulita, gli parevano lontane: erano misteriose e c’immaginava giganti, folletti e le mille storie che sognava in camera sua, quando giocava da solo.
Quelle montagne erano piene di buchi e caverne e l’acqua, quando c’era, usciva all’improvviso da sotto terra, per entrare poco più giù in un’altra spaccatura. Lui correva e saltava sui sassi, seguendo la corrente veloce e gli spruzzi, fantasticando di chissà quali mondi sotterranei.
Dopo quella notte tremenda di quando era stato picchiato, il papà era tornato a lavorare al Liceo e molti erano venuti a casa per stargli vicino e dire che i fascisti avevano i giorni contati e che quando ci fossero stati gli americani, con lui in municipio, la città avrebbe ricominciato a vivere.
Il papà, però, ora stava più in silenzio, ad ascoltare.
Lo vedeva che era preoccupato.
Gli aveva sentito dire alla mamma che aveva paura che, nonostante i loro sforzi per liberare la Sicilia e per cambiare, dopo la guerra tutto sarebbe tornato come prima, come sempre.
“Io non mi arrendo, ma di chi mi posso fidare veramente?”
Il cugino Nunzio, da quando lo aveva aiutato, c’era sempre, in ogni riunione, e gli era vicino, anche se lo invitava a stare tranquillo, perché gli voleva bene.
L’aveva promesso alla mamma che avrebbe cercato di proteggerlo, perché papà era coraggioso e il pericolo non lo vedeva.
Intanto gli amici di papà avevano fatto degli elenchi di persone da far arrestare, quando fosse stato il momento.
Qualcuno lo conosceva anche lui: l’aveva visto a casa che si offriva di lavorare insieme agli altri, dopo che tutto fosse finito o lo aveva incontrato con i suoi genitori la domenica di fronte alla Cattedrale. Ma papà non gli dava confidenza e poco a poco non si erano fatti più vedere.
Nascosto sull’armadio tra le vecchie scatole di centrini e cappelli, sentendo quei nomi, immaginava che tra loro ci fosse anche chi lo aveva picchiato.
Sperava che lo prendessero e gli facessero male, ché si sentiva venire le guance rosse tutte le volte che pensava a quattro persone che se la prendevano con uno che non poteva più difendersi.
Di ucciderlo, però, non riusciva a immaginarlo, anche se i morti li aveva visti per le strade, ma era come se fossero delle cose, già ferme, come se fossero state sempre così, senza vita e non gli facevano poi tanta impressione.
Solo il nonno l’aveva visto morire davvero, a maggio, quando a Palermo c’erano stati tutti quegli scoppi per le bombe portate dagli aerei, che tremava la terra pure lì nel paese sulla montagna, dove stava il nonno e dove li aveva portati il papà.
E il nonno si era spaventato tanto e si era sentito male.
L’aveva visto per terra, che sembrava cercare l’aria.
Lo aveva fatto anche altre volte e la nonna lo sgridava, perché aveva sempre il sigaro in bocca.
Aveva pianto tanto e gli era sembrato impossibile che non ci fosse più, quando l’avevano messo sotto terra nella cassa.
No, guardare morire uno che si conosce, anche se è cattivo, è diverso e lui non riusciva a volerlo davvero.
Di sera nello studio aveva sentito un’altra volta parlare anche di Vito Cammareri, che voleva lui diventare il Sindaco e che avrebbe fatto affari con Don Alvaro e con i gangsters che venivano dall’America, insieme ai soldati.
E allora papà si arrabbiava e Nunzio gli diceva di non gridare, perché altrimenti si riapriva la ferita sul labbro e poi di fuori lo potevano sentire:
“Che non lo sai chi c’è sotto in strada! E se ti spiano?”
Il professor Giovanni Molteni, che insegnava latino e greco e aveva due baffi che facevano spavento a guardarlo, un’altra sera gli aveva detto:
“Di americani in città ce ne sono già, sono stati paracadutati nei giorni scorsi. Qualcuno li aspettava e presto arriveranno in tanti con i carri e i cannoni. Forse sarebbe più prudente parlare anche con Cammareri e dargli un posto di responsabilità e tu potresti fare il Sindaco anche con lui nella Giunta. Se siamo divisi, quando arrivano gli americani, in Comune ci mettono chi vogliono loro e allora tutti i nostri progetti saltano. Pensaci, Corrado. Se gli americani hanno deciso di servirsi della mafia sull’isola per favorire l’invasione, noi dobbiamo trovare un compromesso. Non siamo abbastanza forti per opporci e poi abbiamo bisogno di loro per ricostruire.”
Papà pareva non sentirlo e rispondeva alzando la voce:
“No, Giovanni. Adesso basta! Guarda che cosa è successo in Italia, perché nessuno si è schierato contro il fascismo, quando lo potevamo fare. Dopo tutti questi anni, dobbiamo cominciare con il piede giusto, niente compromessi. La mafia e la vecchia politica che ha fatto i comodi suoi, non devono più esserci in Sicilia.”
Il professore abbassava gli occhi e scuoteva la testa, guardandosi intorno a cercare gli occhi degli altri che erano nella stanza, come se volesse trovare alleati, ma nessuno osava dar contro a papà.
“Con te non si riesce a ragionare, Corrado, speriamo solo che questo tuo volere tutto o nenti non ci porti alla rovina.”
Il cugino aveva sempre l’aria triste, mentre guardava papà che si arrabbiava, perché non voleva che lo picchiassero ancora, forse aveva paura per lui.
Santino era contento che lo proteggesse, perché il suo papà era troppo coraggioso e lui non voleva che gli facessero male.
Non voleva proprio convincersi, ma aveva ragione.
Chissà che cosa avrebbe pensato il cugino per mettere le cose a posto?