Capitolo VII
Mentre la strada saliva in curve strette e brevi rettilinei esposti, papà e mamma seduti sui sedili davanti cantavano:
“Maramao perché sei morto? Pane e vin non ti mancava. L’insalata era nell’orto e una casa avevi tu. Maramao, Maramao…”, che a lui piaceva tanto e che faceva ridere anche Crocifissa.
Ancora poche curve e poi sarebbero arrivati sul quel piano in alto, dove erano stati anche l’anno prima e si era divertito fino a sera tardi, che non voleva più venire via.
Era un po’ che doveva fare la pipì, teneva le gambe strette perché non voleva farli fermare e ritardare l’arrivo al suo posto preferito.
Dopo poco la macchina si fermò su uno spiazzo e lui aprì la porta di colpo: il vento in faccia e corse via.
Dietro le rocce.
Ormai era troppo grande perché Crocifissa lo vedesse.
Da un po’ non voleva più neanche che Carmela gli facesse il bagno, come quando era più piccolo, perché mentre passava la spugna sotto la pancia si sentiva strano e non capiva che cosa gli stava succedendo; lei rideva, non la smetteva. Lui la schizzava con l’acqua e le gridava che era una stupida e allora lei lo tirava fuori e, avvolto nell’asciugamano, se lo stringeva forte al petto e gli diceva:
“Nicu, nicu. Nicu miu” e gli stampava due bacioni sulle guance, che lo facevano arrabbiare.
Silenzio nella mente di Santino: c’era solo silenzio.
L’immagine di Carmela era lì e poi un buio spesso, pesante.
Lui stava fermo a rovistare con un legno nelle braci del fuoco che moriva.
Non lo aveva mai fatto, ma pensarsi un pastore lo faceva comportare in quel modo con semplicità e abitudine, come se quell’azione fosse stata sempre sua.
“Povero piccolo, intorno il tuo mondo brucia e io non riesco ad aiutarti, perché tu non mi lasci vedere. Far nascere un umano nel ventre di una donna, se ci sono le condizioni, è una cosa facile, anche riportare a casa qualcuno non è così difficile, ma qui che cosa è successo… Potrei saperlo subito, ma la forza della mia volontà ti farebbe male. È meglio aspettare che il sonno sia più profondo e che quella barriera nera si indebolisca e svanisca da sola...”
Il buio nella mente del bimbo gli ricordava quello che aveva cercato lui per ripararsi dalla luce, da quella luce.
Non aveva più saputo nulla di nessuno, non era andato più a cercare i suoi compagni.
Doveva esserci un modo per tornare là da dove era venuto, ma lui non aveva voluto trovarlo, aveva paura di riprovare quel terribile dolore.
Da dentro la caverna aveva imparato a vedere.
Sì, poteva farlo, bastava concentrarsi, le pareti della montagna sparivano e vedeva tutto, dovunque, rimanendo lì al buio.
Poteva seguire quelli che voleva aiutare in qualunque posto anche di là dal mare, in altre terre lontane. Gli umani con le loro azioni lasciavano tracce che poteva seguire nel tempo e nello spazio.
Era così piccola, dopotutto, questa sfera che girava nell’infinito! Con il suo pensiero la poteva percorrere tutta in un istante.
Per il tempo era un po’ più difficile, perché gli umani avevano a disposizione la scelta e questa cambiava le cose, trasformava il possibile in reale, che incominciava subito a scorrere nel fiume della storia.
Anche il possibile lasciava tracce, più incerte, che si esaurivano, ci si poteva sbagliare a seguirle, se non si guardava con attenzione e pazienza, ma se si volevano cambiare le cose, per esaudire le preghiere, si doveva saper camminare sulle strade del possibile, dell’incerto.
Lui di pazienza ne aveva tanta, con tutto quello che era successo intorno e con tutti quegli umani che gli avevano chiesto di aiutare gente vicina, ma anche lontana sui grandi mari e nelle città o nelle immense terre che si estendevano lontano da lì.
Era la prima volta, però, che aveva voluto diventare qualche cosa all’esterno della caverna, qualche cosa di definito e per questo più limitato: sentiva di più, capiva il dolore degli umani, ma era più impacciato con la vista.
Aveva voluto diventare un vecchio.
Ne aveva visti tanti passare per quei posti e aveva capito che possono essere rassicuranti e utili, specie per i bambini.
Gli umani hanno spesso bisogno di nonni.
Non sapeva che il nonno del ragazzetto fosse morto da poco, ma questo lo aveva aiutato a non spaventarlo troppo: forse un po’ gli assomigliava.
Adesso che era fuori aveva una sensazione strana.
Lui era un guerriero, aveva combattuto la sua battaglia e l’aveva persa, ma era rimasto un guerriero.
Sentiva che quella barriera nera nella mente del ragazzo nascondeva qualche cosa di terribile, ma anche un nemico da combattere.
Lo percepiva d’istinto anche se non lo vedeva.
Fino a quel momento aveva usato i suoi poteri sempre per realizzare una preghiera, una richiesta: mai contro un umano, per difendere un altro umano.
Doveva scegliere tra qualcosa che Santino rappresentava: fragilità, innocenza, coraggio, amore. E qualcos’altro che aveva generato terrore, dolore, odio in quella creaturina indifesa.
Scegliere di aiutare Santino lo faceva sentire bene, come quando guardava spuntare, dopo le piogge, i primi fiori all’inizio della primavera sulle pendici brulle della montagna.
Abbandonarlo al suo destino gli era stato impossibile, come se andasse contro la sua natura. Nonostante il rancore che covava dentro e la sua paura della luce, scegliere di lasciarlo lì seduto, solo, senza aiutarlo gli avrebbe procurato un dolore che non voleva sopportare.
Per questo si era pensato umano e vecchio ed era uscito.
Rimase a lungo immobile, guardando le stelle in un cielo nero, vuoto e infinito.
Doveva scegliere tra quel bene e quel male.
Guardò il fagotto sotto il mantello che si alzava ritmicamente con il respiro e decise che avrebbe difeso e aiutato quel bambino contro chi lo aveva fatto soffrire.
Avrebbe scoperto chi era e forse lo avrebbe anche punito.
Non era più solo un guerriero che ubbidiva a un condottiero: stava diventando un giudice.
La notte era ancora alta.
Poggiò il capo ad un masso, abbassò la coppola sugli occhi.
Voleva seguire le tracce che partivano dalla mente del ragazzo addormentato e capire il suo dolore.
Per la prima volta, da quando era caduto lì, voleva sapere perché gli avvenimenti stavano capitando.
Si ricordò, chissà perché proprio in quel momento, che una volta aveva visto un giovane daino scivolare in un pantano dopo le piogge.
Lo aveva osservato avvicinarsi alla sponda della pozza limacciosa per brucare. Non avvertiva il pericolo: continuava a ruminare felice.
Lui contemplava le possibilità con distacco e freddezza: tutto poteva ancora accadere.
Poteva rinculare, decidere di andarsene: c’era tanta erba in quella stagione lì attorno. Invece, il daino, cocciuto, stava lì, sempre più sull’orlo.
Stupido animale! Se si fosse spostato in avanti ancora un po’ sarebbe caduto.
Se si fosse voltato e con un rapido moto delle zampe fosse risalito, sarebbe stato salvo.
Non fece nulla per influenzarlo, per impedire l’inevitabile. Non era un suo problema: le cose avvenivano e basta.
Le zampe persero il contatto con il terreno umido e inesorabilmente l’animale scivolò.
Si dibatteva e bramiva forte.
Sciocca bestia: le azioni hanno sempre le loro inevitabili conseguenze.
Si rammentava che aveva distolto il pensiero e aveva vagato lontano.
Dopo un tempo lungo, un bramito più forte lo aveva richiamato verso il daino, che stava ormai immobile nel fango: prigioniero, condannato.
Le zampe dovevano aver toccato uno strato più compatto, ma non avrebbe più potuto liberarsi.
Non sarebbe morto soffocato, ma lentamente, di fame e di sete.
Il suo pensiero incontrò quegli occhi liquidi, imploranti e fu un attimo: lo vide fuori a correre sui prati e così fu.
Un’azione istintiva, stimolata da quegli occhi pieni di angoscia, dalla loro muta preghiera.
Dopo poco lo aveva scordato.
E fino a quel momento si era sempre comportato così.
Qualcuno implorava il suo aiuto e lui esaudiva il desiderio, senza simpatia, senza partecipazione. Uomini, animali, piante: come quando aveva salvato dal fuoco quella piccola faggeta, colpita da un fulmine, perché sentiva gli alberi soffrire tra le fiamme e poi perché gli piaceva la fresca ombra delle loro fronde.
Era solo per il suo piacere, per riempire il grande vuoto che aveva dentro.
Il ragazzo si lasciò sfuggire un sospiro prolungato e di nuovo il vecchio vide.