3.

676 Words
3 Elena Macchi slacciò il piumino, se lo sfilò di dosso e lo pose sull’attaccapanni all’ingresso. «Non mi dai il cappotto?», domandò rivolta a Lorenzo che indugiava sulla porta. «Sì, certo». Lorenzo Chiari batteva ancora i denti per il freddo. Si sfregò forte le mani, come se quel gesto potesse bastare a riscaldarlo. «Vuoi bere qualcosa di forte? Ho del Gin, se ti va, oppure della Vodka». Gli occhi verdi di Elena lo fissavano in attesa di una risposta. «Gin va benissimo». Elena sistemò il cappotto di Lorenzo accanto al piumino e si diresse in salotto. Prese dal mobile bar due bicchieri poi la bottiglia di Gin e versò il superalcolico, quindi tornò da Lorenzo che la aveva timidamente raggiunta. L’uomo frequentava l’appartamento del magistrato da diverso tempo, ormai, ma ancora non aveva preso confidenza con l’ambiente. Era sempre così attento all’etichetta, così timoroso di poterla in qualche modo urtare. Era piuttosto evidente lo stato di soggezione che provava di fronte al carisma del magistrato. Probabilmente si era radicato in lui dopo la prima volta in cui aveva fatto il proprio ingresso in quella casa, la prima volta in cui avevano fatto l’amore e lui aveva creduto di instaurare un rapporto alla pari con il P.M., non sapendo di che pasta fosse fatta. Doveva avere ancora presente il modo brusco in cui lei lo aveva praticamente sbattuto fuori di casa la volta in cui si era azzardato ad accendersi incautamente una sigaretta, imperdonabile infrazione alle regole del magistrato. Elena Macchi aveva un carattere aspro, una scorza troppo dura per smollarsi in sdolcinatezze. Era una a cui piaceva comandare e tenere le redini del gioco. Doveva ancora nascere l’uomo in grado di domarla. Lorenzo prese il bicchiere che lei gli porgeva e sorseggiò il Gin, lasciando che l’alcol diffondesse in lui una sensazione di benessere e di calore. Elena fece altrettanto. «Vieni?». Il P.M. non attese la risposta e si diresse verso la camera da letto, precedendolo di un passo. Giunti nella stanza, si sfilò gli stivali color panna, lasciandoli cadere sul tappeto ai piedi del letto. Lorenzo rimase fermo ad ammirarla. Lei gli si avvicinò a piedi scalzi, poi gli diede le spalle. «Mi slacci la cerniera?». Sollevò con un braccio i lunghi capelli biondi e reclinò la testa di lato, per facilitargli il compito. Lorenzo fece scorrere la lampo verso il basso, scoprendo la pelle nuda della schiena muscolosa e allo stesso tempo armoniosa. Con un sensuale movimento dei fianchi, il magistrato lasciò scivolare a terra il vestito nero. Le brasiliane di raso misero in mostra un paio di glutei marmorei e tondi pari a quelli di una ventenne. Nonostante ne avesse una trentina di più, il fisico asciutto e scolpito da anni di palestra non aveva nulla da invidiare alle donne più giovani. Elena si voltò verso Lorenzo. I suoi seni si offrirono generosi alla vista dell’uomo. Dal turgore del capezzolo, dovette dedurre che fosse ben disposta nei suoi confronti. Lei gli si fece vicino e posò le labbra sulle sue. Non lo baciò subito, ma prese a mordergliele, giocherellando con l’evidente eccitazione di lui. Gli posò una mano all’altezza del cavallo dei pantaloni e lo trovò pronto. Gli sfilò la giacca e prese a disfare il nodo della cravatta, quindi gli sbottonò la camicia. Lorenzo venne colto da un impeto di passione e si slacciò frettolosamente la cintura. Altrettanto frettolosamente abbassò la lampo e fece scivolare a terra i pantaloni, poi la sollevò tra le braccia e la sbatté sul letto, sdraiandosi sopra di lei e facendosi largo con la lingua tra le labbra serrate. «Tu stai ferma», ordinò. Prese a mordicchiarle freneticamente i capezzoli, mentre con una mano iniziava a sfilarle le mutandine. Lei lo guardò con stupore, era la prima volta che Lorenzo prendeva l’iniziativa in modo così deciso. Inarcò la schiena per favorirgli l’azione. La mano di lui risalì lungo la coscia. La trovò già pronta. Elena si lasciò sfuggire un profondo gemito di piacere: quell’insolito furore l’aveva profondamente eccitata. Improvvisamente Lorenzo si staccò da lei e la guardò negli occhi. «Ci sono ancora le tende aperte e abbiamo la luce accesa», le fece notare. «E allora?», bisbigliò lei con voce calda. «Qualcuno potrebbe vederci». «Siamo al terzo piano», obiettò. «Dalla casa di fronte». «Bene, allora, che quel qualcuno si goda lo spettacolo!»
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