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Aldo Marini percorreva le vie semideserte del centro di Varese a bordo del suo fuoristrada, diretto verso Marzio. Tempo di percorrenza previsto ventotto minuti, secondo il Tom Tom. La neve che cominciava a cadere non costituiva per lui un problema. Aveva acquistato una quattro ruote motrici dopo l’ultima nevicata di qualche anno prima. Marzio non era certo un luogo facilmente raggiungibile senza catene, in inverno. Nevicava spesso, anche quando in città pioveva solamente. Colpa del microclima e della differenza di quota. Le gomme invernali lo avevano tradito in più di una occasione, così aveva optato per la scelta di una Reanult Captur. Sarebbe passato per viale Valganna e avrebbe proceduto verso la volta di Induno, per poi imboccare la galleria che, in prossimità della birreria Poretti, immetteva sulla provinciale della Valganna. Vista l’ora tarda e il tempo da lupi, non avrebbe di certo incontrato traffico, ma occorreva ugualmente essere prudenti. Erano all’ordine del giorno gli incidenti stradali in condizioni climatiche come quelle. La Valganna vantava un primato luttuoso nella stagione fredda, a causa del fondo ghiacciato e dell’ampia strada che invitava all’alta velocità nonché al facile sorpasso. Facile sì ma ingannevole, dal momento che la strada si snodava lungo un serpentone di curve ripetute. Giunto in prossimità delle grotte adiacenti alla vecchia pizzeria più volte ristrutturata, dove in estate la gente si recava a cercare refrigerio dalla calura, non poté fare a meno di notare le stalattiti di ghiaccio pendenti dalla roccia. L’acqua, che nella bella stagione defluiva dall’alto fino a raccogliersi ai piedi della montagna, era completamente solidificata. Pensò con una punta di malinconia che da ragazzo andava spesso in quei luoghi con gli amici in motorino. Era un pivello di quattordici anni e si divertiva a fare impennate lungo la strada per poi fiondarsi sullo sterrato di fronte alla pizzeria, sollevando un polverone di terra e ghiaino. L’incoscienza della gioventù non gli faceva percepire il pericolo. Come lui, tanti altri ragazzi. Ma non a tutti era andata bene. Qualcuno ci aveva lasciato la pelle. Scosse la testa, ripensando a quanto fosse stato idiota a quel tempo. Bastò quell’attimo, quel lieve movimento della testa con gli occhi socchiusi da un lieve torpore che gli veniva dalla stanchezza nonché dal tepore avvolgente all’interno dell’abitacolo, per distogliere l’attenzione dalla strada. Si ritrovò a sbandare su una lastra di ghiaccio, in prossimità della curva oltre la quale si trovava una seconda galleria. Due fari abbaglianti gli vennero incontro facendolo sussultare. Sterzò maldestramente e l’auto perse aderenza scivolando pericolosamente verso la carreggiata opposta. L’auto che marciava nell’altra direzione riuscì a evitarlo per un pelo.
«Cazzo!». L’espressione genuina gli uscì dalla bocca insieme al martellare furioso del cuore. Avvertì il sangue defluire dal cervello alla punta dei piedi per lo spavento per poi riprendere a circolare in modo adrenalinico in ogni fibra del corpo. Si impose di essere più accorto nella guida e rallentò la velocità. Accese la radio nella convinzione che la musica potesse contribuire a tenerlo sveglio. Non si era reso conto fino a quel momento quanto quella serata lo avesse provato. Smanettò sul volante con i comandi, alla ricerca di una stazione radio che trasmettesse brani rock. Si fermò su un pezzo degli Thunderstruck. Non gli era mai piaciuto, ma la voce indemoniata del cantante e la musica delirante del gruppo erano quello che ci voleva in quel momento. Guidò battendo il tempo sul volante. Aveva già superato Ghirla e viaggiava sulla provinciale 41. A breve avrebbe svoltato a destra e intrapreso la salita per Marzio. In prossimità dell’Hotel Ristorante Vittoria, abbandonò la provinciale e si immise in via Porto Ceresio. Da quel momento, la Captur cominciò a percorrere la serie interminabile di curve in mezzo ai boschi che conduceva al paese. Passò davanti alla cappelletta della Madonnina, ricordando le raccomandazioni di sua madre. Gli venivano in mente ogni volta che si trovava in quel punto: “Fatti il segno della croce, davanti alla Madonna, che ti protegge sempre”. Più che di protezione, Aldo Marini sentiva in quel particolare momento della sua vita il bisogno di qualcosa di diverso. Il lavoro andava bene, non poteva certo lamentarsi, lo chiamavano spesso a esibirsi in diverse città. Aveva viaggiato spesso, era stato anche all’estero, godeva di notorietà, appariva spesso sui giornali, ma non era quella la priorità della sua vita. Avvertiva dentro di sé che qualcosa non aveva funzionato come avrebbe dovuto. Non era felice. Aveva raggiunto il successo, cosa che aveva inseguito tutta la vita, ma adesso, a cinquant’anni, si ritrovava a fare i conti con se stesso e con la sua solitudine. La donna che aveva amato più di ogni altra cosa al mondo lo aveva abbandonato. Non era nemmeno riuscito a costruirsi una vera famiglia con lei: niente figli. Sarebbe invecchiato solo.
Con questi pensieri nella testa, Aldo Marini giunse in cima alla salita e svoltò a sinistra, imboccando la via di casa. La vecchia villa nella quale il pianista abitava svettava isolata in cima a una collinetta, immersa nella boscaglia, poco prima dell’ingresso in paese.
Spense il motore e anche la musica cessò. Scese dall’auto e chiuse la portiera col telecomando, quindi si diresse verso l’ingresso del vecchio edificio in pietra, una villa liberty dall’aspetto decisamente decadente. Avrebbe avuto bisogno di qualche ritocco, una rinfrescata alla facciata, ormai scrostata dagli agenti atmosferici nel corso degli anni. Le persiane erano un po’ malconce, mezze scrostate, col legno grezzo in vista. Da quando lei se n’era andata, anche il giardino versava in condizioni disastrose: l’erbaccia era cresciuta tutta attorno in maniera selvaggia. Nessuno se ne era più preso cura.
Entrò, richiudendosi la massiccia porta blindata alle spalle.
Si guardò attorno sconsolato. La casa giaceva in un silenzio assoluto. Nemmeno la tivù in sottofondo, quella che trovava sempre accesa, quando rientrava dopo i concerti, mentre la moglie giaceva addormentata sul divano. Rimaneva sempre ad aspettarlo, le volte in cui non lo accompagnava, per farsi raccontare come fosse andata. Poi tutto era cambiato, lei era cambiata. Finché, di punto in bianco e senza una vera spiegazione, se n’era andata, facendolo cadere in una profonda depressione da cui faticava a uscire. Non c’era nemmeno più il gatto che gli veniva incontro sulla porta a strusciarsi contro i pantaloni, facendo le fusa. Se lo era portato via lei, insieme a tutta la sua roba. Cleopatra, detta Cleo, la siamesina di tre anni che lui le aveva regalato per Natale. L’ex moglie diceva di sentirsi spesso sola, specialmente quando lui doveva viaggiare per lavoro e aveva voluto a tutti i costi un animale. Perché non un cane? Aveva obiettato lui. Avrebbe anche potuto fare la guardia alla villa. Ma lei era un’amante dei gatti, così lui aveva ceduto a quel capriccio.
Tolse il cappotto e lo buttò con noncuranza sulla cassapanca all’ingresso poi si diresse in salotto e prese dal mobile bar una bottiglia di brandy. Bevve a canna. Ripose la bottiglia e si diresse al piano superiore verso la camera da letto. Si spogliò e scivolò sotto le coperte nella speranza che il sonno lo vincesse presto.