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Questa volta l’aveva sorpresa. Era stato completamente appagante, Elena doveva riconoscerlo. Era tardi, ma era valsa la pena aver perso qualche ora di sonno.
Giacevano entrambi sopra le coperte, i corpi sudati, uno addosso all’altra. Elena aveva i capelli arruffati e posava la testa sulla spalla di Lorenzo, disteso sotto di lei.
«Non hai freddo?», si preoccupò lui.
«Un po’».
«Andiamo sotto il piumone?».
Fu allora che il magistrato si sollevò sui gomiti, facendo leva sul materasso. Il suo seno si appoggiò sensuale sul torace di lui. «Forse è il caso che tu vada. È molto tardi. Domattina mi devo svegliare presto. Anzi, che dico? È già domani». Gettò uno sguardo al led luminoso della sveglia sul comodino: la una e trenta.
Scese da lui e si mise a sedere sul letto. Lorenzo aveva un’espressione delusa in volto. Sicuramente si sarebbe aspettato che questa volta lo avrebbe invitato a restare, tanto più che fuori aveva cominciato a nevicare copiosamente.
Elena si alzò e si diresse nuda verso la finestra. Tirò il cordone e chiuse le tende. Spettacolo finito. Tornò verso il letto. Prese il pigiama da sotto il cuscino e lo indossò senza gli intimi.
«Io vado in bagno a lavarmi. Vestiti pure con comodo», comunicò. «Ti spiace se non ti accompagno alla porta? Tanto conosci la strada. Buonanotte. Ci sentiamo domani. Ti chiamo io. Se ce la faccio, magari, mangiamo un boccone insieme per pranzo».
Quando uscì dal bagno, Lorenzo se n’era già andato. Percorse il lungo corridoio e raggiunse l’ingresso. Chiuse la porta a chiave, si recò in cucina e preparò la solita tisana della buonanotte. Non aveva mai creduto negli effetti benefici di quell’intruglio di erbe, ma le piacevano il sapore dei fiori d’arancio e il profumo che evaporava dalla tazza. La tisana aveva su di lei un effetto placebo, ne era consapevole, ma preferiva ricorrere a prodotti naturali piuttosto che a farmaci per dormire. Il P.M. non soffriva di insonnia, ma faticava spesso a prendere sonno. Aveva sempre la testa piena di pensieri. I casi di cui si occupava durante il giorno si presentavano alla sua attenzione proprio nel momento del massimo abbandono, quando, sotto le coltri, veniva colta da quel torpore molle che precede l’addormentamento. A quel punto, non le restavano che due possibilità: assecondare le congetture che gravitavano attorno agli indizi e protrarre il momento del sonno oppure far prevalere lo stato di torpore, imponendo alla sua mente di staccarsi da quei pensieri. Non era semplice, ma aveva imparato a farlo, seguendo, in gioventù, un corso di training autogeno. C’era stato un tempo in cui aveva preso l’abitudine di ascoltare la registrazione della propria voce che dava alla mente dei comandi che il corpo doveva eseguire per rilassarsi completamente. Non arrivava mai in fondo alla registrazione che giaceva addormentata.
Versò l’acqua nella tazza e la pose all’interno del microonde. Quattro giri da trenta secondi. Osservava, attraverso il vetro del forno, la superficie del liquido incresparsi fino a giungere a ebollizione. Stoppò qualche secondo prima dello scadere del tempo programmato. Estrasse la tazza, prese dal ripiano accanto alla cappa la confezione della tisana solubile e ne versò due cucchiaini abbondanti. L’acqua esplose in una serie di bolle voluminose fin quasi a rovesciarsi sul piattino. Mescolò con cura e si diresse verso la finestra a osservare la via sotto casa che imbiancava, sorseggiando l’infuso d’erbe. Sperò che cessasse di nevicare durante la notte: non le andava l’idea di doversi recare in tribunale con gli scarponi. Da quando era diventata donna, Elena Macchi non aveva più apprezzato la neve. Il fenomeno meteorologico rappresentava solo un fastidio: abbigliamento da montanara – così pensava – per nulla conforme alla sua indole, poltiglia per le strade della città, ghiaccio sui marciapiedi, rischio di cadute. Insomma, una gran rottura di palle.
Terminato di degustare la tisana, l’effetto placebo si stava facendo già sentire. Sbadigliò sonoramente. Posò la tazza nel lavello, uscì dalla cucina, spense la luce e si diresse verso la camera.
Non appena scivolò sotto le coperte, prese il cellulare per puntare la sveglia e si accorse della presenza di un messaggio. Aprì la busta: PAPÀ. Rispose con un semplice: ti chiamo domani. Non trascorse nemmeno un minuto, che giunse la risposta: d’accordo.
Sei ancora sveglio?
Non riesco a dormire. Come potrei con tua madre in queste condizioni?
Ma lei dorme?
A tratti.
Premette il tasto di chiamata: inutile perdere tempo in SMS.
Da poco tempo il magistrato aveva riallacciato i rapporti con i genitori. Una relazione turbolenta, quella con la sua famiglia, durante l’adolescenza, turbata dalla scoperta dei tradimenti reciproci dei due e dalla falsità con cui avevano continuato a condurre un’esistenza all’apparenza ineccepibile. Elena Macchi aveva disprezzato il mondo nel quale era cresciuta e se n’era andata di casa approfittando degli studi universitari che aveva voluto seguire a Roma. Aveva rotto con la famiglia e non aveva più avuto contatti con loro, finché la malattia della madre aveva indotto il vecchio padre a rifarsi vivo. Elena era stata titubante, restia a lasciarsi commuovere dalla situazione – la scorza della quale si era vestita per sopravvivere da sola era difficile da scalfire – poi aveva deciso di seppellire l’ascia di guerra: in fondo quei due vecchi le facevano pena, soprattutto lui, che si ritrovava, a una veneranda età, a fare da badante alla moglie, quando era incapace di prendersi cura persino di se stesso.
«Come sta?», domandò con voce assonnata che non tradiva alcuna emozione.
«Piuttosto male questa sera».
«Come mai?».
«È tutto il giorno che rimette: non tollera la chemio».
Elena sbadigliò. «Hai sentito il dottore?».
«Sì, l’ho chiamato nel pomeriggio».
«Che dice?».
«Che è normale».
«Allora non c’è da preoccuparsi. Perché non dormi?».
«Non riesco».
«Fatti una tisana, papà»
«Non ce l’ho».
«Sei un disastro», sospirò Elena. «Hai un tranquillante?».
«Sì, ma non voglio prenderlo».
«Perché?».
«Perché se mi addormento e tua madre si sente male, chi l’aiuta?».
Altro lungo sospiro. «Papà, perché non prendete un’infermiera?».
«Ma è solo oggi che è così, magari domani starà meglio».
«E l’umore, com’è? Reagisce?».
Ci fu un istante di silenzio. Elena avvertì un debole lamento: la voce della madre che chiedeva chi fosse la raggiunse.
Sentì il padre rassicurarla.
«Ma, sì...», riprese a parlare. «Si dispera perché sta perdendo i capelli».
Elena guardò l’ora sul cellulare: era tardissimo. «Senti, papà, è molto tardi. Mi devo alzare presto. Ci sentiamo domani. Appena posso vengo a trovarvi, d’accordo? Adesso cercate di dormire entrambi».
«Buonanotte, cara».
Quel cara fu come un graffio sul cuore.
«’Notte». Chiuse la telefonata.
Fanculo! Perché aveva chiamato? Adesso non sarebbe riuscita a dormire. Poteva realmente fregarsene di quei due come avrebbe voluto? L’effetto placebo della tisana della buonanotte sembrò essere svanito all’istante. “Tutta la vita a farvi i cazzi vostri e adesso che siete vecchi e avete bisogno, vi ricordate di avere una figlia. E io cosa dovrei fare? Occuparmi di voi? Come vi siete occupati di me quand’ero bambina, affidandomi a una tata, anziché fare come tutti i genitori con i propri figli?”.
Quei pensieri le turbinavano nella testa, scatenandole un movimento contratto di viscere. Scalciò nel letto, sollevando le coperte. Non c’erano dubbi: non aveva affatto superato il risentimento nei loro confronti, come aveva creduto. Ma non si sarebbe tirata indietro. Però avrebbe cercato di prendere le distanze emotive da quella situazione: non voleva esserne fagocitata in alcun modo, non dopo una vita trascorsa ad affrancarsi dal loro ricordo.