6.

1909 Words
6 Elena Macchi stava percorrendo via XXV Aprile, prestando attenzione a non scivolare sul velo di ghiaccio che durante la notte si era formato sul marciapiedi. Camminare sulla strada era impossibile: lo spazzaneve era passato alle prime ore dell’alba, ammucchiando un muro compatto di neve pressata alto oltre un metro. Ne era caduta un’infinità in pochissime ore. Non si vedevano molte auto circolare e le poche marciavano a passo d’uomo, producendo il tipico rumore di ferraglia delle catene. Procedeva verso via Sacco per poi dirigersi, attraverso corso Matteotti, in piazza Cacciatori delle Alpi, dove aveva sede il suo ufficio, all’interno del tribunale di Varese. Il rumore di un martello pneumatico la fece sobbalzare. “Che cavolo!”, pensò volgendo lo sguardo in direzione del frastuono. Un uomo in frac stava perforando l’asfalto dopo avere spalato la neve tutto intorno. Il P.M. lo osservò stupita. Un pazzo, pensò, solo un pazzo poteva a quell’ora di mattina e vestito in quel modo darsi alla trivellazione. Lo osservò meglio: aveva il volto di Aldo Marini. Il rumore divenne sempre più forte e insistente. Fu solo in quel momento che Elena Macchi realizzò che non si trattava di un martello pneumatico ma del cellulare che stava vibrando sul comodino. Annaspò con la mano, tastando il ripiano in cerca del telefono. Urtò contro l’abatjour che cadde sul tappeto. «Cazzo!», esclamò con voce impastata di sonno. Quando riuscì a raggiungere l’apparecchio, la prima cosa che notò fu l’ora indecente: le 6:35. Sul display luminoso lampeggiava nel buio della stanza il nome Auteri. Il magistrato si portò il cellulare all’orecchio e rispose con voce gracchiante quasi abbaiando: «Commissario, le sembra l’ora?». «Dottoressa Macchi, mi scusi se l’ho svegliata». «Spero si tratti di una cosa urgente». Il tono della voce era ruvido. «È stato rinvenuto il cadavere di una donna in un garage di via Beut, a Comerio». Sul volto del P.M. si dipinse un’espressione seccata. Aveva un forte cerchio alla testa. Aveva dormito pochissimo quella notte e avrebbe dato qualunque cosa per rimanere a letto almeno fino alle 8:00. «Va bene», disse assumendo un tono più professionale, «arrivo subito». Si fece ripetere l’indirizzo e chiuse la comunicazione. Rassegnata, scivolò fuori dalle coperte e si diresse in bagno a piedi scalzi. Il pavimento era gelato. Il riscaldamento non era ancora partito. Aveva impostato il termostato sulle 7:00. La stanza era un’autentica ghiacciaia. Non appena fu in bagno, osservò la propria immagine allo specchio sopra il lavabo. «Dio santissimo, Elena, sei uno sfacelo!». Il modo negativo di percepirsi, in quel momento, contraddiceva la realtà. Il magistrato era ancora una bella donna, a detta di molti forse più di un tempo, perché gli anni le avevano conferito un nuovo fascino. Quelle piccole rughe attorno agli occhi, le pieghe che si formavano agli angoli della bocca la rendevano una donna ancora più attraente. Così si vociferava tra gli avvocati del tribunale, così era confermato dai giovani agenti della Questura di Varese che non avrebbero disdegnato di far parte della nutrita lista dei suoi toy-boy. Anche se, da quando Lorenzo era entrato nella vita del magistrato, delle conquiste di una sola notte di cui si argomentava parecchio, non c’era più stata traccia. Si lavò velocemente, spazzolò energicamente i lunghi capelli biondo platino e li raccolse a pagnotta dietro la nuca, fissandoli con numerose forcine, poi indossò un paio di pantaloni taglio uomo in vigogna fumo di Londra. Avrebbe voluto mettere la camicetta di seta con la giacca, com’era solita fare quando era in servizio, ma qualcosa le suggerì di coprirsi bene, perché fuori doveva fare un freddo canaglia. Si diresse in cucina a prepararsi una colazione veloce: una barretta energetica e un caffè nero tazza doppia, rigorosamente senza zucchero. Mangiò in piedi, davanti alla finestra, scrutando la strada: non nevicava più. *** L’Audi A3 bianca col tettuccio nero imboccò via Beut e in pochi secondi raggiunse la destinazione impostata sul Tom Tom. C’erano due auto di pattuglia con i lampeggianti accesi davanti al lussuoso condominio. Elena Macchi posteggiò di fronte al cancello automatico che conduceva alla rampa dei garage. Il nastro rosso e bianco delimitava tutta l’area di accesso. «Buongiorno, dottoressa Macchi», la salutò l’agente, appena scesa dalla vettura. Il P.M. fece un semplice cenno col capo. «Il commissario Auteri la sta aspettando. Faccia attenzione a non scivolare». La rampa era ricoperta di un sottile strato di ghiaccio che luccicava sotto il lampione. La Macchi ebbe un attimo di esitazione, comprese che la suola delle francesine non le avrebbe consentito una discesa sicura. “Nemmeno un corrimano. Come diamine scendo di qui senza rischiare di rompermi una gamba?”, si domandò. L’agente sembrò leggerle nel pensiero, le si fece vicino e le porse il braccio. «Si appoggi a me. La accompagno fino ai garage». Quanto le seccava dover ricorrere all’aiuto di qualcuno! Non aveva scelta: lo prese sotto braccio e si lasciò condurre. Rasentarono il muro, cercando di inquinare il meno possibile la scena del crimine. La discesa non fu semplice nemmeno per il giovane, il cui passo era malfermo, nonostante gli scarponi col carrarmato alto tre dita. Come raggiunse l’androne, la vista si aprì sugli agenti della scientifica che si davano da fare attorno al corpo senza vita accanto a una Smart nera con la portiera aperta davanti alla serranda sollevata di un garage. Gli uomini in tuta bianca, muniti di soprascarpe e mascherina, raccoglievano reperti. I flash delle macchine fotografiche abbagliavano a tratti l’ambiente. Gli agenti raccoglievano tutto il materiale utile e lo riponevano in buste di plastica trasparente. Uno di loro effettuava riprese video per repertare il più possibile gli indizi. Un agente notò la sua presenza e le passò guanti e soprascarpe. Il magistrato li indossò e a passo spedito si avvicinò al corpo che giaceva disteso con la schiena posata sulla pavimentazione in cemento. Auteri era in piedi accanto alla macchina, anche lui con guanti e soprascarpe. «Ah, è arrivata, dottoressa Macchi», esclamò, vedendola. Il P.M. a malapena gli rivolse uno sguardo. Nutriva da sempre una profonda antipatia nei suoi confronti. Quella mattina più del solito, dal momento che l’aveva sbattuta giù dal letto nel pieno del sonno. Non sopportava quel suo atteggiamento saccente, l’aria altezzosa, quel credersi un uomo di grande fascino, sempre così lampadato in tutte le stagioni. Non nutriva alcuna stima per lui. Il medico legale era inginocchiato accanto al cadavere. Quando la figura del magistrato gli si avvicinò, sollevò gli occhi. «Allora? Cosa mi dice?», domandò Elena Macchi. «Guardi qui». Il medico legale indicò il collo della vittima. Il P.M. si chinò a osservare da vicino. Un profondo solco segnava la pelle in forma circolare. «Morte da strangolamento, dunque», commentò. «Pare di sì», confermò il medico legale. «Però c’è qualcosa di insolito». «Vale a dire?». «Si avvicini». Il P.M. si inginocchiò accanto al corpo. «Guardi bene. Che cosa vede?». Il medico legale la osservava in attesa di una reazione. «I solchi sono due!». Elena Macchi puntò gli occhi in viso all’esperto il quale annuì. «Che significa? È stata strangolata due volte?». «Uno dei due solchi è meno profondo dell’altro. Vede?». Le dita guantate aprirono un varco tra le pieghe del collo per rendere maggiormente visibili i due segni. Erano molto vicini tra loro, distanziati da circa un millimetro soltanto. «Cosa ne deduce?» «Ora come ora non so darle una risposta plausibile. Spero che l’autopsia possa fornirci una spiegazione esauriente». Il P.M si alzò in piedi, togliendo con le mani le tracce di terriccio dai pantaloni. Non c’erano segni di lotta, niente graffi, niente abiti strappati. Era quindi da escludere qualsiasi tentativo di violenza carnale. Un particolare, però, attrasse la sua attenzione di donna: le unghie scheggiate. Si chinò nuovamente sul corpo e osservò le mani da vicino. «Ha cercato di difendersi», disse rivolta al medico. «Una donna così curata nell’aspetto non sarebbe mai andata in giro con lo smalto sbeccato. Guardi anche lei». Quest’ultima frase la pronunciò rivolta ad Auteri. «Forse non aveva fatto in tempo a recarsi dalla manicure», commentò il commissario. “Non smentisci mai la tua fama di coglione!”, pensò il P.M. “Si vede che non capisci un cazzo di donne”. «Non si tratta nemmeno di una rapina», spiegò il commissario. «In auto è stata ritrovata la borsa della vittima con i soldi nel portafogli e sembra non mancare niente». Elena Macchi tornò a rivolgersi al medico legale. «Ha notato? I capelli hanno un’acconciatura ricercata, è vestita in modo elegante, un abbigliamento curato nei minimi dettagli. Persino la cintura del vestito, abbinata con le scarpe, entrambi di marca. E di certo non si tratta di merce tarocca. Inoltre indossa gioielli costosi», aggiunse, notando l’anello di brillanti che portava all’anulare. «Con un anello del genere, nessuna donna andrebbe in giro con le unghie spezzate. Non era certo una casalinga. Non crede?». Il medico legale assentì. «La cosa che mi lascia perplessa è che la signora non abbia cercato di sfuggire al suo aggressore. Evidentemente è stata aggredita di sorpresa, senza che abbia potuto avere il tempo di realizzare cosa le stesse per accadere». Il P.M. si guardò intorno: la serranda del garage era aperta. Non c’erano possibili nascondigli dove l’aggressore avrebbe potuto celarsi alla vittima. C’era solo uno spiazzo completamente vuoto di almeno duecento/duecentocinquanta metri quadrati, per giunta bene illuminato. “Com’è possibile che la donna non si sia accorta di nulla e non abbia cercato di fuggire?”, si domandò. Evidentemente conosceva il suo aggressore e si fidava di lui. O, addirittura, era già con lei. Fissò il volto della vittima: gli occhi erano chiusi, il viso disteso, quasi sereno. Non era certo quella l’espressione di chi veniva strangolato. Eppure il medico legale non aveva praticamente dubbi sulla causa della morte. Il suo assassino, prima di allontanarsi, aveva voluto ricomporne i lineamenti. «Chi ha rinvenuto il cadavere?», domandò il magistrato, rivolta al commissario. Auteri indicò un signore anziano poco distante, vicino a un agente di polizia. Il P.M. lo raggiunse. «È lei che ha trovato il corpo?». L’anziano annuì. «Sono sceso in garage poco dopo le sei e l’ho vista lì così». «Cosa ci faceva lei a quell’ora qui nello scantinato?». Elena Macchi infilò le mani nelle tasche del giaccone. Faceva un freddo cane là sotto e c’era un’umidità che penetrava nelle ossa. Cominciava a non sentire più le dita, persino quelle dei piedi, nonostante i calzettoni di lana spessa e le francesine con la suoletta termica. «Mi sveglio sempre alle cinque, signora poliziotta, sono vecchio e noi vecchi dormiamo poco». “Signora poliziotta!”. Se l’espressione avesse avuto un colore, il suo sarebbe stato un verde livido. Il giovane agente che assisteva all’interrogatorio intervenne prontamente, ben conoscendo il carattere burbero della Macchi. «Non è un agente di polizia», si affrettò a spiegare all’anziano testimone. «È la dottoressa Macchi, un magistrato». Il P.M. lo fulminò col suo sguardo di ghiaccio. Gli occhi verdi si ridussero a due piccole fessure taglienti. Lo fece a fette con una semplice occhiata. Non disse comunque nulla in proposito, limitandosi a un cenno della mano per zittirlo. Quindi proseguì: «Conosceva la signora?». «Altroché», confermò il vecchio. «L’ho praticamente vista crescere». «Continui, la prego». «È la signora Zocchi, si era da poco trasferita qui». «Come sarebbe a dire? Ha appena detto di averla vista crescere». C’era da fidarsi di quel tizio? Le venne il sospetto che la sua testimonianza fosse completamente inattendibile. Sperò non si trattasse di un uomo affetto da demenza senile o peggio ancora da Alzheimer. Il dubbio che la colse venne fugato subito dopo da una pronta, quanto logica, risposta. «Da bambina viveva qui con i genitori», specificò. «Quello dove abitava è ancora l’appartamento della sua famiglia. Il padre, dopo la morte della moglie, è andato a vivere con l’altro figlio, ma non ha mai voluto vendere la casa. Sa, era un uomo molto vigoroso, un industriale come ce ne sono pochi oggi, poi dopo la morte...». Elena Macchi lo interruppe bruscamente. Doveva trattarsi del solito anziano solo, dedito ai pettegolezzi. E lei non aveva alcuna voglia di ascoltare parole inutili. Aveva solo voglia di chiudere in fretta la vicenda e andarsene in ufficio al caldo, magari davanti a un caffè bollente. «D’accordo, ma torniamo al nostro problema. Lei conosce i motivi per cui la signora Zocchi è tornata a vivere qui?». «Ma certo! Crisi coniugale. Si stava separando dal marito. Sa il famoso pianista che tutti conoscono a Varese. Adesso non mi ricordo il nome, ma è molto noto, lo avrà sentito sicuramente anche lei». A quelle parole, gli occhi del magistrato si accesero di nuovo interesse. «Famoso pianista? Sta parlando per caso di Marini? Aldo Marini?». «Come no! È proprio lui».
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