«Voglio stare con te.» pt 2

4597 Words
Yoongi's POV Quando il campanello di casa era suonato mi ero irritato perché odiavo le persone che si presentavano senza avviso, non aspettavo nessuno e chiunque fosse, aveva disturbato il mio unico giorno libero ma quando il display si accese e vidi Jimin, il mio cuore perse un battito. Dovetti decidere in pochi millesimi di secondo se fingere di non essere a casa, se dirgli di andarsene o farlo salire e capire per che cosa fosse venuto da me. Ovviamente il mio corpo reagì ancora prima che il mio cervello avesse finito di pensare e se fino a pochi attimi prima mi stavo chiedendo come comportarmi in quella situazione, l’attimo dopo gli stavo dicendo il piano e gli stavo aprendo il portone. Senza darci troppo peso mi precipitai alla porta e mi guardai allo specchio, sistemandomi un minimo i capelli e aggiustandomi e pantaloni, come se stessi aspettando una persona importante. Mi sentii un adolescente e chiusi gli occhi, prendendo dei respiri profondi mentre aspettavo che bussasse. Sentii il rumore delle porte dell’ascensore aprirsi, il cuore prese a martellarmi nel petto e poi due colpi, timidi, quasi impercettibili. Deglutii a vuoto e aprii la porta. “Ehi.” Mi disse. “Ciao.” Risposi. “Ti disturbo? Posso tornare in un altro momento se-“ “Jimin.” Lo bloccai e mi spostai di lato. “Accomodati.” Un leggero sorriso comparse sul suo volto ed entrò in casa mentre io mi chiusi la porta alle spalle. Non l’avevo più visto da quella sera, un po’ perché non avevo voluto e un po’ perché lui non era più tornato a Busan. Sapevo avesse passato il Natale e Capodanno con Namjoon, mi aveva scritto spesso ma io non gli avevo mai risposto perché nella mia testa pensavo che se avessi resistito un giorno in più, forse sarei riuscito a togliermelo dalla testa. Una parte di me volevo che la smettesse ma l’altra parte aspettava il suo messaggio giornaliero più di qualsiasi altra cosa e così avevo scaricato un’applicazione che desse l’impressione all’altra persona di essere stata bloccata ma in realtà io avevo continuato a ricevere, leggere e visualizzare tutti i suoi messaggi. Mi aveva scritto che gli mancavo, che mi pensava, che mi aveva sognato. Mi aveva fatto tornare in mente la prima volta che l’avevamo fatto in macchina, quando avrei dovuto semplicemente riaccompagnarlo a casa ma poi non ero riuscito a separarmi da lui e poi la vacanza fatta insieme a Taehyung e Jungkook, le serate passate semplicemente a coccolarci sul divano, lui che mi decolora e mi tinge i capelli mentre io gli urlavo spaventato di non farmi diventare calvo. Il periodo che avevo passato con lui era stato forse il più felice di tutta la mia vita e anche se sapevo che avrei dovuto superarlo, il mio cuore non poteva smettere di amarlo, per quanto ci avessi provato. Lo osservai mentre camminava per il mio soggiorno, guardandosi intorno, passando la mano sui mobili nuovi, sulle mensole, sfiorò l’ukulele appeso al muro, passò il dito indice sui tasti del pianoforte. “Hai cambiato tutto l’arredamento.” Mi disse dopo parecchi minuti di silenzio. “Casa nuova, arredamento nuovo.” “Tranne il piano, quello te lo sei portato via.” Avrei potuto semplicemente aver comprato un pianoforte simile o addirittura identico eppure lui con sicurezza aveva riconosciuto come fosse esattamente quello che lo aveva fatto innamorare delle mie mani, o così mi aveva detto tempo addietro, dopo avermi visto e sentito suonare per la prima volta. Annuii e lui mi sorrise prima di continuare il suo tour. Arrivò alla grande vetrata e appoggiò la mano sulla tenda. “Posso?” Di nuovo annuii dandogli il consenso e feci appena in tempo ad affiancarlo per osservare la sua espressione estasiata quando vide il panorama che si estendeva dalla mia terrazza. Si poteva vedere quasi tutta Busan da lassù ed io non vedevo l’ora che arrivasse la bella stagione per godermi il calore, la mia piscina nuova, il sole e il panorama. “Ti piace?” “E’ mozzafiato, Yoongi.” Gli brillavano gli occhi e mi percorso un senso di malinconia al pensiero che tutto quello avrebbe potuto essere anche suo se solo le cose tra di noi non fossero cambiate. “Non ti faccio uscire perché è ancora da sistemare, devo comprare la sdraio, il barbecue. La terrazza è un work in progress per ora.” Gli spiegai come se fosse venuto li per comprare lui stesso quell’attico. Mi guardò e realizzai che eravamo troppo vicini, feci qualche passo indietro e tornai verso il centro del soggiorno. “Posso offrirti qualcosa da bere o da mangiare?” “Ho mangiato a casa prima di scappare per non sentire mia madre lamentarsi del fatto che avrei dovuto disfare le valigie.” Rimasi interdetto solo per un secondo, cercai di rielaborare l’informazione. “Disfare le valigie?” “Si, mettere a posto tutte le cose che avevo a Seoul.” “Torni a stare a Busan dopo la laurea?” “No.” Mi si spezzò il cuore, per un secondo ci avevo sperato. “Sono tornato ora. Per restare.” Strabuzzai gli occhi ma non aggiunsi altro. Non potevo fargli sentire la gioia nella mia voce, non gliel’avrei resa così semplice. Lui si avvicinò prima di andare a sedersi di fronte al piano. Non aveva mai voluto imparare neanche la più semplice delle melodie, preferiva ascoltare me ma quel giorno appoggiò le dita sui testi, suonò piano e a caso però il mio cuore si sciolse e mi fece tenerezza. “Suoni ancora vero?” “Certo.” “Mi fai sentire qualcosa?” Lo guardai stranito. “Perché sei qua, Jimin?” “Puoi suonare qualcosa prima? Lo sai che mi aiuta a tranquillizzarmi e a concentrarmi.” Quando era ancora a scuola passavamo pomeriggi interi in cui io suonavo per lui e lui studiava disteso sul tappetto o sul divano della mia vecchia casa, diceva che la musica lo stimolava. “Va bene.” Acconsentii e mi sedetti in parte a lui. Cominciai a suonare, dapprima titubante, poi sempre con più sicurezza. Sentivo il calore del suo corpo al mio fianco, i suoi occhi mi osservavano. Sentii una strana sensazione espandersi nel mio stomaco quando si mosse e la sua coscia toccò la mia. Suonai una canzone intera, 3 lunghissimi minuti in cui avevo percepito il suo sguardo fisso su di me, credevo non avesse sbattute le palpebre neanche una volta. Suonai le ultime note e poi alzai la testa, girandomi leggermente nella sua direzione. “Vuoi qualcosa di più m-“ Non potei finire la frase e le sue labbra furono sulle mie. Mi prese alla sprovvista, non ebbi neanche il tempo di chiudere gli occhi o di capire cosa stesse succedendo ma alzai le mani e le appoggiai sulle sue spalle, spingendolo via. “Jimin-“ “L’ho lasciato.” Mi prese il viso tra le mani, costringendomi a girarmi definitivamente verso di lui. “Jongin. L’ho lasciato. Anche perché non l’ho mai amato. Sei sempre stato solo tu.” Si chinò nuovamente ma questa volta mi lasciai baciare. Schiusi leggermente le labbra e mi gustai il suo sapore che tanto mi era mancato. Fu dolce, lento, la sua mano sul mio viso era calda e rassicurante. Lo sentii spingere per approfondire il bacio ma a quel punto spostai la testa, abbassandola e rompendo il contatto. “Cosa stai facendo?” Gli chiesi sottovoce. Non sarei caduto nella sua trappola. Lo amavo, ero attratto da lui ma dovevo sforzarmi a mantenere il controllo. “Yoongi-“ Mi accarezzò la guancia. “Finchè siamo stati insieme io non ti ho mai tradito.” “C-cosa?” Annuì e mi sorrise triste, appoggiando la fronte alla mia. “Non ti ho tradito, né con Jongin, né con nessun altro e-“ mi lasciò un rapido bacio a stampo. “-non ho mai smesso di amarti neanche per un secondo. Credimi, ti prego. Ti posso spiegare tutto.” Mi sembrava di essere entrato in un universo parallelo e di essere un semplice spettatore a tutta quella scena da film ma invece era tutto vero, c’eravamo io e Jimin, a casa mia, lui mi stava baciando, mi stava dicendo la sua verità e dal suo tono di voce potevo percepire quanto fosse disperato per il mio perdono. Si leccò le labbra e a quel punto non gli resistetti più. Non mi importava se stesse cercando un modo per riavvicinarsi, non importava se aveva a mala pena cominciato il discorso. Mi amava, non mi aveva tradito, era tornato a Busan e sarebbe rimasto, aveva lasciato Jongin e in quel momento me lo feci bastare. Lo presi per la nuca e unii le nostre bocche, baciandolo con foga, quasi disperatamente. Mugugnò quando gli morsi il labbro inferiore e la mia lingua si insinuò a cercare la sua. Ansimò a quella mia presa di posizione improvvisa e si abbandonò completamente al mio tocco mentre io lo attirai a me, lo presi in braccio e mi andai a sedere sul divano. Lui si posizionò sulle mie gambe, divaricando le sue per lasciare toccare i cuscini ai lati delle mie cosce e senza smettere neanche per un secondo di baciarmi intrecciò entrambe le mani tra i miei capelli, spingendo la mia testa contro la sua per approfondire quel contatto, mentre le mie si chiusero attorno alla sua schiena e lo abbracciai. Gli schiocchi dei nostri baci riempirono la stanza, le sue labbra era soffici e combaciavano perfettamente con le mie, come se fossero fatte a posta per muoversi contro le mie. Avvolsi le braccia con presa più ferrea intorno ai suoi fianchi e alzai leggermente il bacino, andando a creare quel minimo attrito che lo fece gemere piano e sciolse il bacio, appoggiando la testa nell’incavo del mio collo. Mi strinse a sé ancora più forte di quanto avesse fatto fino a quel momento. “Mi sei mancato troppo, mi sentivo morire senza di te.” Mi sussurrò e il suo fiato caldo contro la mia pelle mi provocò brividi ovunque. Chiusi gli occhi e gli massaggiai i capelli all’attaccatura della testa sulla nuca, beandomi di quelle parole che mi riempirono il cuore. “Jimin-“ Mi guardò. “Stai bene? Hai il viso tirato-“ Gli accarezzai la guancia. “-e sei dimagrito. È stato troppo facile sollevarti.” “Ti preoccupi per me?” “Non l’ho sempre fatto?” Si chinò e mi baciò ancora, lentamente, dolcemente e percepii tutta la mancanza che avevamo dovuto sopportare entrambi in quei mesi. “Sai cosa mi farebbe stare davvero bene?” Scese a baciarmi la mascella e poi il collo mentre con lentezza disarmante apriva la cerniera lampo della mia felpa fino in fondo, facendomela poi scivolare sulle spalle. Le sue mani furono sotto il cotone della maglia maniche corte e non appena sfiorò la mia pelle nuda della pancia, mi sentii avvampare. Nessuno era mai riuscito a farmi quell’effetto, ad accendermi solo sfiorandomi. Lo spogliai lentamente, slacciandogli la cintura e poi facendolo alzare leggermente per sfilargli i pantaloni e i boxer. La maglia se la tolse da solo e poi fu il suo turno di spogliare definitivamente me. Feci scorrere le mani contro il suo corpo, partendo dai fianchi per poi salire verso la sua pancia, giocai con la linea degli addominali che erano rimasti pronunciati anche se ora potevo vedere con i miei stessi occhi quanto fosse dimagrito. Mi chinai e intrappolai un capezzolo tra le labbra, ci giocai un po’ e poi passai a riservare la stessa attenzione anche all’altro già duro e turgido. Jimin mosse il bacino, si strusciò contro di me, erezioni a contatto e quando alzai la testa per guardarlo, si stava mordendo il labbro lateralmente. Lo baciai e quello forse fu il bacio più ardente e sensuale che ci fossimo mai scambiati. “Riprendiamo da dove siamo stati interrotti?” Gli chiesi e lui mi sorrise, annuendo. Prese il mio polso e si portò due dita tra le labbra, circondandole completamente come aveva fatto quella sera nella mia macchina e succhiò avidamente, lubrificando meglio che poteva. Ricominciai a baciarlo mentre scendevo a raggiungere la sua entrata e mentre lo penetravo lentamente con un dito soltanto, lui ruppe il contatto e si appoggiò a me, tenendo la bocca aperta e rimanendo senza respiro. Era tremendamente stretto e se quella sera in macchina mi ero sfogato facendogli male, in quell’istante volevo solo farlo stare bene ma le contrazioni del suo corpo mi stavano facendo preoccupare. “Jimin ma-“ “Shh-“ Mi portò la mano di fronte alla bocca e mi guardò. “Non fermarti, per favore.” “Non voglio farti male.” “Non me ne farai.” Mi sorrise e con il suo consenso inserii un secondo dito. Fu lui a muoversi contro di me, letteralmente scopandosi da solo con le mie falangi. Lo dovetti tenere per i fianchi e fargli rallentare i movimenti perché così facendo stava continuando a far strusciare la sua erezione contro la mia e sarei potuto venire senza che neanche mi toccasse da quanto avevo voglia di lui. Sforbiciai dentro di lui per allargarlo e prepararlo il più possibile mentre lui si leccava la mano e per poi stringere le dita intorno alla mia lunghezza, lubrificandomi. Quando fummo entrambi pronti fece pressione sulle ginocchia, appoggiando le mani sul mio addome per alzarsi leggermente ed io mi posizionai di fronte alla sua entrata e poi lasciai che fosse lui a calarsi su di essa, scendendo lentamente fino a sedersi di nuovo contro le mie cosce ed io ero completamente dentro di lui. Appoggiò la fronte sulla mia spalla e strinse forte le mani a pugno, respirando in modo sconnesso. “Jimin, sei davvero stretto.” Lasciò andare un respiro più profondo dei precedenti e cominciò a muoversi ma io lo fermai, poggiando due dita sotto il suo mento e alzandogli la testa per incontrare i suoi occhi arrossati ed una smorfia di dolore. “Ehi-“ Cominciai ma lui non mi lasciò finire. “Dalla festa di compleanno di Jungkook.” “Come?” “Non ho avuto rapporti con nessuno di nessun genere da dopo la festa di Jungkook.” “Di nessun genere?” Sorrise. “Solo le tue dita quella sera in auto. Non sono più riuscito a farmi toccare da nessuno perché le ultime ad essere state su di me erano state le tue mani, Yoongi, e io non volevo che qualcuno potesse contaminare quel contatto.” Una lacrima silenziosa scese dal suo occhio destro e la raccolsi con il pollice, massaggiandogli poi la guancia. “Voglio solo te. Ho sempre e solo voluto te e mi dispiace così tanto, Yoon, devi credermi, io-“ Lo baciai per zittirlo. “Io non sono stato con nessun altro da quando ci siamo lasciati.” Mi sorrise soddisfatto prima di raggiungere il mio orecchio, mordicchiarmi il lobo e poi sussurrarmi: “E allora fammi sentire quanto ti sono mancato, ti prego. Ora muoviti.” E io lo feci, lo tenevo per i fianchi mentre mi spingevo dentro di lui, percepivo la sua carne calda abituarsi alla mia grandezza e accogliermi talmente bene da farmi vedere le stelle. Portai le mani sulle sue natiche e gliele allargai il più possibili prima di andare a piazzare una stoccata precisa, colpendo la sua prostata e lui crollò contro di me, ansimando forte dal piacere. Puntò le ginocchia sul divano per essere più stabile e mi chiese di più e io aumentai il ritmo, sentendolo fremere di godimento sopra di me. Gemeva contro la mia bocca ed io contro la sua, a volte provavo a baciarlo ma lui era talmente scosso dalle mie stoccate precise che teneva le labbra socchiuse solo per respirare. Andai a circondare la sua erezione tra le mie dita e ci strusciai la mia mano contro con decisione, passando più volte il pollice sulla punta arrossata. Continuammo con quel ritmo per minuti interi, riversando in quel rapporto dolore, solitudine, mancanza, frustrazione ma anche amore, appartenenza, la gioia di esserci ritrovati. E quando mi disse che stava per venire, io lo abbracciai, strinsi il suo corpo col braccio libero, rallentando leggermente perché sapevo che gli piaceva godersi un orgasmo lento ma completamente soddisfacente, che gli facesse bene non solo al corpo ma anche alla mente. Sentii le sue mani tra i capelli, seguì i miei movimenti col bacino per approfondire le ultime stoccate e unì per l’ennesima volta le nostre labbra mentre io mi svuotavo in lui, gemendo e chiudendo gli occhi, godendomi la consapevolezza che stavo stringendo proprio lui tra le mie braccia, quello era Jimin, il mio Jiminie, l’unico che amavo e che volevo amare per sempre. Crollammo entrambi distesi stremati sul divano, lui sotto e io su di lui, senza sciogliere l’abbraccio. Ascoltai il battito del suo cuore agitato, mi concentrai sulle nostre respirazioni sconnesse. Gli accarezzai il viso e gli baciai la spalla. Mi attirò a sé facendo sprofondare la testa tra i miei capelli e rimanemmo in quella posizione finchè non percepii un leggero tremito e la mia pelle bagnarsi. Spaventato alzai la testa e quando incontrai i suoi occhi arrossati e grosse lacrime scendere copiose rigandogli le guance, mi si spezzò il cuore. “Jimin? Jimin, che succede?” Gli presi il viso tra le mani, passandogli i pollici sotto agli occhi. “Stai male? Ti ho fatto male?” Scosse la testa e chiuse gli occhi. “Perché piangi allora?” Gli chiesi dolcemente, appoggiando la mia fronte alla sua. “E’…è solo c-che…mi è mancato fare l’amore con te.” Fare l’amore con me. Ecco cos’era appena successo. L’aveva sentito lui e l’avevo sentito anche io e semplicemente non si può dimenticare qualcuno che ti ha dato così tanto da ricordare. Tutte le emozioni, sensazioni, le sue parole erano fisse nella mia mente, i suoi sguardi, la sua risata, i suoi tocchi, il suo modo di pensare e di comportarsi. Ricordavo tutto come se non se ne fosse mai andato, come se non ci fossimo mai allontanati. Jimin era la mia persona, appartenevo a lui e non volevo sentire altre ragioni. Azzerai quella minima distanza e lo baciai per l’ennesima volta quel pomeriggio, facendo scontrare le nostre labbra lentamente e dolcemente, godendomi ogni singolo centimetro, il calore del suo corpo, la sensazione dei suoi capelli soffici tra le dita, il suo sapore. Era solo e soltanto mio e finalmente potevo ricominciare a respirare. Mi staccai per riprendere fiato ma avrei voluto continuare all’infinito. “E per caso ti manca anche fare la doccia con me dopo aver fatto l’amore?” Mi sorrise e annuì e io la baciai ancora una volta a stampo prima di alzarmi e porgergli la mano per fare in modo che si alzasse anche lui. Raccolsi i nostri vestiti da terra e poi lo strinsi per i fianchi mentre lo conducevo in bagno. “Il tuo bagno è più grande di camera mia.” Esclamò. “Il mio bagno è sempre stato più grande di camera tua.” “Zitto tu. Non ho chiesto specificazioni.” Mi disse ancora e io lo guardai alzando leggermente le sopracciglia prima di godermi il suono della sua risata, divertito dalla mia espressione. Aprii le ante della doccia e accesi il getto d’acqua impostandola sul caldo, lasciando che ci bagnasse entrambi e che scorresse dai nostri capelli ai nostri piedi. Lo insaponai, lasciando che le mie mani portassero il sapone in giro per il suo corpo, dalle spalle alla pancia, lo abbracciai per fargli la schiena e poi scesi lungo la sua colonna vertebrale, arrivando alla curva del suo sedere, stringendolo tra le dita e lui sussultò facendo un passo avanti e andando inevitabilmente a far scontrare le nostre intimità. “Tocca a me.” Disse con tono provocante e io mi dovetti trattenere dal farlo girare e scoparmelo di nuovo contro la parete della doccia. Si riempì i palmi di sapone e cominciò dal mio petto, salì verso le spalle e poi scese lungo le braccia. Fece lo stesso percorso al contrario, tornando a salire e infilò le dita tra i miei capelli dalla nuca, massaggiandomi la base della testa mentre mi baciava velatamente la mandibola e dovetti chiudere gli occhi perché mi stava facendo sentire in paradiso. E poi le sue mani furono sui miei fianchi e si inginocchiò, mi baciò il basso ventre a bocca aperta e con la lingua leggermente di fuori ed io mi sentii avvampare. Mi chiese di divaricare le gambe e io lo feci, completamente abbandonato al suo tocco talmente mi era mancato. Sentii la sua lingua baciarmi l’interno coscia, partendo dalla zona in parte al ginocchio e a salire fino a raggiungere il mio inguine. Mi lasciai sfuggire un gemito soffocato quando alzò lo sguardo incastrandolo nel mio e mi baciò la punta dell’erezione che già cominciava a reagire a quelle attenzioni. Non potei più resistere, lo presi per le spalle e lo feci alzare di nuovo in piedi, sbattendolo contro la parete e fiondandomi sulle sue labbra. Spinsi il mio bacino contro il suo, facendolo roteare e lo sentii mugugnare, ansimare e soprattutto eccitarsi e ingrossarsi contro di me. “Y-yoonie-“ “Ti voglio, Jimin. Non potrei mai averne abbastanza di te.” “Wow, mi ecciti così.” Mi piegai leggermente sulle ginocchia e appoggiai le mani sulla parte più alta delle sue cosce dove cominciava la curvatura delle sue natiche e lo sollevai, facendogli stringere le gambe intorno alla mia vita. Lui boccheggiò prima di rilasciare un timido gridolino molto poco virile dalla sorpresa e chiuse le braccia circondandomi il collo. “Posso?” Chiesi. “Devi.” Rispose. Ed io non mi trattenetti più, lo penetrai spingendo con forza, dimenticandomi completamente delle buone maniere e non mi fermai neanche quando rimase quasi senza fiato. Sprofondai nella sua carne che già si era riabituata alle mie dimensioni, riaggiustai la posizione e presi un ritmo veloce ma stabile. Sentivo le sue gambe tremare, i suoi gemiti spezzati dal piacere. Volevo toccarlo talmente in profondità da imprimere la mia presenza letteralmente dentro di lui per non dargli la possibilità di lasciarmi mai più, dovevo essere indimenticabile, insostituibile, unico e prezioso. Questo eravamo io e Jimin, due corpi a contatto, due cuori a contatto. Perché la prima volta che avevamo fatto l’amore, pur essendo entrambi tremendamente terrorizzati da ammetterlo, non l’avevamo fatto solo col corpo ma anche col cuore, due muscoli gemelli che battevano in sincronia uno in funzione dell’altro. Ed io avevo parlato di lui con mia madre, le avevo detto che mi ero innamorato profondamente di un ragazzo dalla pelle chiara e liscia, con i capelli naturalmente neri corvini ma che io preferivo quando li tingeva di biondo e se li pettinava all’indietro lasciandosi la fronte scoperta perché i suoi occhi si illuminavano e sembravano più grandi ed espressivi. Mi era innamorato di un ragazzo che aveva un corpo minuto e proporzionato, allenato ma non troppo, addominali pronunciati e perfetti per me per infilarci le dita e giocarci. Mi ero innamorato di un ragazzo che era sicuro di sé e delle proprie capacità, sapeva fino a che punto potesse spingersi ma diventava tremendamente insicuro quando si trattava delle altre persone perché non sapeva gestire le difficoltà. Mi ero innamorato di un ragazzo più piccolo di me di 8 anni e quella era una particolarità a cui non avrei mai voluto rinunciare perché mi dava la possibilità di proteggerlo e prendermi cura di lui, volevo preparargli il pranzo, aiutarlo nello studio, insegnarli a guidare, andare a prenderlo sotto casa e riportarlo sano e salvo la sera tardi. Mi ero innamorato di un ragazzo che sapeva accendere ogni singola minuscola particella di me, che sapeva come parlarmi, come guardarmi, come supportarmi, come ascoltarmi e capirmi. Come amarmi. E mentre mi insinuavo per l’ennesima volta dentro di lui e gemevo, venendo copiosamente e il suo corpo era scosso dai tremiti mentre si riversava contro il mio stomaco senza che neanche l’avessi toccato, realizzai che mi ero innamorato di lui perché era l’altra metà della mia mela, la mia anima gemella, combaciavamo perfettamente. Lo feci scendere e riappoggiare i piedi a terra, tenendolo in equilibrio perché sapevo avesse le gambe deboli dopo l’orgasmo e lo abbracciai, baciandogli delicatamente la fronte e facendogli poi appoggiare la testa nell’incavo del mio collo. Le sue braccia si avvolsero intorno alla mia vita. Avrei voluto avere la sicurezza di averlo con me per sempre, volevo renderlo mio e di nessun altro. “Io ti amo.” Sussurrò e il mio cuore fece le capriole. “Anche io ti amo, Jimin.” Finimmo di lavarci in silenzio, ci asciugammo e poi io gli imprestai un paio di miei pantaloni della tuta e una mia felpa calda e morbida. Vestito così sembrava ancora più piccolo e dolce e mi fece venire voglia di coccolarlo e stringerlo tra le braccia, intrecciare le nostre gambe insieme e accarezzargli i capelli finchè non si fosse addormentato. Ci sedemmo sul divano dopo aver ordinato la cena e mentre aspettavamo che ce la consegnassero, accesi la tv, impostando il volume quasi al minimo giusto per avere un sottofondo. Allargai un braccio e lui si appoggiò al mio petto, allungando una mano per unire le nostre dita. “Yoongi?” Abbassai la testa per guardarlo, per dargli la mia piena attenzione. “Sono davvero stanco e vorrei rimanere con te il più possibile perciò…dopo mi accompagneresti tu a casa?” “No.” “Oh…okay, non ci sono pro-“ Gli misi due dita sotto il mento e gli alzai il viso per averlo a pochi centimetri. “No, non ti riaccompagno a casa perché tu non te ne vai. Rimani con me stanotte. Ti va?” “M-ma io pensavo che t-tu…volessi una spiegazione prima, c-che io ti dicessi la v-verità e-“ Lo zittii baciandolo. “Una spiegazione me la devi però oggi è stata una bella giornata, siamo felici così e non mi va di rovinare il momento. Lasciamoci cullare dalle sensazioni positive almeno per stasera, domani mattina parleremo. Ti ascolterò e insieme cercheremo di capire cosa fare.” Gli accarezzai la guancia. “Sei d’accordo?” “Pensavo non avresti voluto avere a che fare con me finchè non ti avessi raccontato tutto.” “Dimmi una cosa. C’è un motivo davvero valido per il quale sei cambiato e hai fatto quello che hai fatto?” “Si.” “Jongin ha esercitato violenza fisica su di te?” “Non fisicamente ma in altri modi si.” “E non mi hai tradito finchè siamo stati insieme?” “E’ successo che non ero in me una sera, non perché l’avessi deciso io ma perché Jongin l’aveva deciso al posto mio ma no, non ti ho mai tradito. Neanche col pensiero e te lo posso giurare su qualsiasi cosa.” Mi morsi l’interno guancia e strusciai dolcemente il pollice sulla sua guancia. “Ti ripropongo la stessa domanda che ti ho già fatto tempo fa.” Lo guardai fisso e lui annuì sincero. “Tu che cosa vuoi, Jimin?” “Te.” Non esitò neanche per mezzo millesimo di secondo. “Voglio te, voglio stare con te. Amo te.” “E allora stai con me, rimani con me. Stasera e per tutte le sere a venire.” “Stasera e per tutte le sere a venire.” Mi baciò ed io mi sentii finalmente di nuovo vivo.
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