Era stato Sebastiano a scoprire che c’era uno spazio cieco tra la parete esterna della sua cella e il muro di cinta, sul lato est del complesso. Lui stava solo cercando un posto dove imboscare la serpentina e il coperchio di una pentola a pressione che, opportunamente modificati, gli servivano per distillare la grappa di frutta. Gli alcolici e ancor peggio la loro produzione, è severamente proibita dal regolamento carcerario e altrettanto duramente punita. Un giorno, alla ricerca di un nascondiglio sicuro, si era arrampicato sulla finestra e allungando una mano oltre la bocca di lupo, con l’aiuto di uno specchietto, aveva ispezionato l’esterno della cella. Osservò che il camminamento delle guardie, sopra il muro di cinta si trovava a dieci metri e un rilievo nella cornice della finestra, presentava una zona d’ombra per chi vi fosse stato di fronte. Scoprì che sotto di lui, c’era un piccolo cortiletto murato con il pavimento in cemento. Non vi si affacciavano altre finestre che non fossero quelle delle altre celle, né tantomeno si scorgevano porte per accedervi in nessuna delle pareti che lo delimitavano. Aveva perciò pensato di calare giù nel cortiletto la sua attrezzatura attaccata ad una lenza, la cui cima era agganciata ad una sbarra, in modo che non fosse visibile dall’interno della bocca di lupo. La lenza, scendeva dal bordo laterale della bocca di lupo nel dislivello con la parete, rimanendo invisibile dal camminamento. Il sacchetto arrivava al suolo, dove la lenza in tiro lo manteneva appena appoggiato, rimanendo mimetizzato con altre immondizie che affollavano il cubicolo. Per recuperare il suo necessaire, a Sebastiano era sufficiente, nelle ore di oscurità, issare tirando delicatamente la lenza. Pur partorita in un momento di particolare ebbrezza, stato psicofisico ottimale del soggetto e fucina di trovate deliranti, per vedere la lenza bisognava sapere che c’era, ma anche così non era facile individuarla. Il problema insorse quando un temporale eccezionalmente violento spazzolò la città. Una serie di folate di vento raggiunse quel punto dimenticato da Dio, facendo oscillare il sacchetto finché non si ruppe la lenza e la serpentina rimase nel cortiletto, irraggiungibile come i suoi desideri. Sebastiano disperato, senza i suoi attrezzi doveva dire addio alla sua amata grappa, pertanto doveva ad ogni costo recuperarli. Nel labirintico carcere, tra cancelli, passaggi obbligati e accessi proibiti, nell’ora d’aria, era riuscito a localizzare un muretto, oltre il quale giaceva la sua attrezzatura. Non era più alto di due metri e mezzo; con un fisico atletico, magari con qualcuno che gli facesse la scaletta, ci sarebbe potuto arrivare, ma poi? In ogni caso, lui era bravo a fare distillati, ma saltare muri non era pane per i suoi denti. Sconsolato e pensieroso si incamminò verso il cortile, dove un gruppo di giovani si stavano allenando per le Olimpiadi carcerarie, una gara di atletica organizzata in carcere. Il vincitore, aveva la possibilità di partecipare a un torneo tra i carcerati selezionati a livello nazionale, che si sarebbe concluso in primavera a Roma. L’ambito premio, comprendeva una facilitazione al reinserimento sociale e un anticipo sulla scarcerazione, compatibilmente alla condanna residua. Faceva parte di un programma rieducativo messo in atto dal Ministero di Grazia e Giustizia, rivolto soprattutto ai detenuti giovani.
Sebastiano si era seduto lì in disparte, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e i palmi delle mani sotto il mento, con lo sguardo perso nel vuoto. Nemmeno ci fece caso agli atleti, che in quel momento erano impegnati nel salto in alto. Intorno a lui, fischi di entusiasmo e grida d’incitamento echeggiavano nel cortile, a seconda dei risultati degli atleti.
«Si vede che sei abituato a saltare i banconi!»
«Dopo questa performance non potrai più proclamare la tua innocenza!»
Commentarono ironici due tifosi gridando allo sportivo di turno, quando questi aveva superato il metro e novanta con uno spettacolare salto ventrale, degno del mitico Volodja. Rizzatosi in piedi dopo il salto, l’atleta accolse le ovazioni con cui lo sommersero, con un ghigno gratificato ed alzando al cielo le mani giunte, in segno di vittoria. Roberto Tonon, soprannominato “Nevio”, era un rapinatore di banche che stava scontando una condanna di vent’anni e vicino di cella del distillatore da oltre un anno. Le chiassose ovazioni avevano attirato l’attenzione di Sebastiano e una luce squarciò le oscure tenebre della sua disperazione: in fondo lo conosceva abbastanza per fidarsi e chiedergli un favore. Alla fine della competizione, lo avvicinò e dopo avergli esposto il problema, seppur di malumore e con le riserve di rito, Nevio acconsentì a dare un’occhiata al di là del muretto. Aveva però bisogno di una spalla, qualcuno che lo aiutasse ad aggrapparsi al bordo della parete. Pensò di coinvolgere Maurizio Pesci, detto “Bicio”, un “collega di lavoro” e compagno di allenamento. Manco lo avesse invitato a cena, al Bicio si illuminarono gli occhi e fece schioccare la lingua in segno di approvazione: adorava trasgredire. Raggiunsero il punto indicato da Sebastiano e con Bicio che faceva da scaletta, Nevio arrivò ad aggrapparsi con la punta delle dita alla sommità del muro. Si issò oltre il culmine senza grandi sforzi, buttando lo sguardo tutt’intorno per individuare il sacchetto di Sebastiano. L’angusto cortiletto, un cubicolo cementato di pochi metri quadrati, era racchiuso tra il muro di cinta e l’edificio che ospitava i detenuti. Constatò che, come affermava Sebastiano, era privo di porte di accesso e senza nessuna finestra che vi si affacciasse, eccezion fatta per quelle delle celle a partire dal piano superiore, che però erano tutte a bocca di lupo. In quel punto, la muratura di una guardiola sul muro di cinta, limitava la completa visibilità al cortiletto stesso da parte della guardia che si fosse trovata a passarvi. Gli venne naturale pensare che, oltre al fatto di non avere probabilmente alcuna utilità, l’avessero murato per quel motivo. Tra le cartacce, sporcizia varia e qualche sacco dell’immondizia ormai decomposto dal tempo e rosicchiato dai topi, riconobbe l’attrezzatura di Sebastiano. Era evidente che nessuno mettesse piede lì dentro da chissà quanto, presumibilmente da quando avevano murato l’accesso. Qualcos’altro però, catturò la sua attenzione: una pesante botola di lamiera zigrinata, di quelle che coprono le cisterne del gasolio interrate. Si trovava a poca distanza dal tombino che era stato posto per far defluire le acque piovane. La sua presenza era a dir poco anomala: cosa ci faceva lì un serbatoio del gasolio? Sulle prime pensò fosse in uso prima che adottassero il gas metano per il riscaldamento, ma riflettendoci, la risposta che si era dato non lo soddisfaceva neanche un po’. Come avrebbe fatto un’autobotte ad arrivare fin lì per effettuare il rifornimento?
Poteva anche calarsi nel cortile e recuperare la borsa, ma il problema sarebbe stato riguadagnare la sommità del muretto e fare ritorno dall’altra parte senza l’amico che facesse da scaletta. Quando scese, espose a Sebastiano il punto e dopo essersi raccomandato che non ne facesse parola con nessuno, prese tempo per organizzarsi a risolverlo. Non era una cosa così immediata come sperava l’amico, più che altro in considerazione dell’ambiente in cui si trovavano: era sufficiente il passaggio di una guardia o di un infame e, se andava bene, sarebbero finiti tutti in isolamento. Tuttavia, dopo essere rientrato in cella, il pensiero di quella botola continuava a tormentarlo. Se avesse condotto, anche indirettamente, verso la libertà? Era da un bel po’ che ci pensava. Non aveva ancora trent’anni, era nel fiore delle sue forze e delle sue capacità mentali, mentre quando ne sarebbe uscito, ne avrebbe avuti una cinquantina, invecchiato, rimbecillito dalla vita carceraria, sdentato e senza il becco di un quattrino. Non avrebbe mai potuto recuperare la gioventù, né il tempo passato dietro le sbarre, aveva preclusa ogni opportunità di realizzare qualcosa di buono nella sua vita. Nessuna donna da amare, per avere un po’ di quel calore umano che da anni gli era negato e di cui stava sentendo fortemente la mancanza nella sua squallida e fredda cella. Si perdevano nella solitudine i remoti ricordi di fugaci amori adolescenziali, che non ebbero, a causa della piega che aveva preso la sua vita, alcun serio sviluppo. D’altronde la sua vita era stata condizionata da quegli sbagli, che non aveva saputo capire per tempo. Prima l’eroina che lo aveva reso affamato di soldi, poi i soldi stessi che aveva imparato a guadagnare facilmente e la bella vita che gli permettevano di fare. Si era sbarazzato dell’eroina, ma l’aveva sostituita con l’adrenalina e quella scorreva come un fiume in piena, quando conduceva la sua vita dissoluta e dissennata senza limiti. Molto meglio che rincoglionirsi tutto il giorno con una siringa infilata nel braccio, ma in tema di dipendenze, l’una non era molto meglio dell’altra. Il brivido di entrare in una banca, saltare il bancone e riempire le borse della spesa di banconote che, arraffava facendosi beffe della polizia, aumentava la sua autostima a ogni colpo. Infliggere alle banche delle perdite che, seppur in minima parte, compensavano le loro vessazioni al popolo, gratificava il suo essere ribelle. Le fatue, ma esaltanti sensazioni di onnipotenza e impunibilità lo appagavano tanto da fargli superare la passione per le pere. Si era imposto con audacia scalando le gerarchie della malavita locale dimostrando una buona capacità di pianificazione e una forte dose di temerarietà. Tuttavia adesso, nella solitudine delle sue giornate, immerso nei suoi pensieri, rimpiangeva quella scelta. Ormai, dopo quanto aveva combinato, la possibilità di una vita normale che in passato non aveva avuto, ma nemmeno cercato, gli era preclusa. L’unica cosa che gli rimaneva da fare era continuare a vivere la sua realtà e giocarsela giorno per giorno. Così come aveva fatto con la droga, doveva applicare alla sua vita il principio di fare di vizio virtù e carpire i suoi spazi in ogni occasione. Senza piangere troppo sul latte versato, con la sola speranza che, quando fosse giunta la sua ora, avesse vissuto tutto il vivibile che il destino gli avrebbe concesso. Detto ciò, non poteva certo rassegnarsi all’idea di invecchiare in una galera e viveva i suoi giorni cercando una soluzione che però non compromettesse il suo equilibrio interiore. Erano tanti quelli che, dopo aver fatto scelte sbagliate come la sua, una volta presi dalla polizia diventavano “pentiti” per cavarsela a buon mercato scaricando sugli altri le proprie responsabilità. Se lui avesse fatto qualcosa del genere si sarebbe vergognato di se stesso, avrebbe leso a morte il suo amor proprio. Nevio era fedele ai suoi principi e quelli costituivano l’unica dignità che gli era rimasta. No, doveva andare fino in fondo e l’unica alternativa per non uscire a fine pena era scappare. Quella ormai era la sua vita.
Il giorno seguente ne aveva parlato con Bicio, con lui condivideva il destino e la passione per lo sport e sapeva che sarebbe stato d’accordo a partecipare. Anche lui era giovane e mosso dalle stesse motivazioni: una pesante condanna da scontare e voglia di vivere la sua vita. Ne avevano già accennato più di una volta, ma solo come tema di conversazione tra carcerati ed accolse la notizia con il suo rituale schioccare di lingua. Nella monotonia della loro vita, non si può sapere se un giorno ti possa mai capitare l’occasione di fuggire.
Parlarne con qualcuno, anche in via ipotetica e sapere di una sua disponibilità a partecipare, evita di vedersela sfumare per una banalità, qualora se ne presenti l’occorrenza.
Dopo aver procurato una fune di stracci lunga un paio di metri, durante l’ora d’aria, si erano portati in prossimità del muretto e avevano ripetuto l’operazione del giorno precedente. Stavolta però Nevio, dopo essersi issato sul bordo del muro, spiccò un salto atterrando nel cortiletto. Il tanfo di muffa quasi gli tolse il fiato. Subito si diresse verso la botola e constatò che si trattava di una lamiera zigrinata, posta sul bordo di una cornice di metallo cementata al pavimento. Aveva una maniglia a scomparsa e vi erano stati dati quattro punti di saldatrice agli angoli per tenerla bloccata; era evidente che avevano voluto evitare che si potesse aprire con facilità, ma senza bloccarla in maniera definitiva. Il tombino, che si trovava a pochi passi da lì, era semisommerso dalle immondizie e questo rallentava la sua funzione di far defluire le acque piovane. Dalla colorazione verdastra del cemento, era evidente che in quel punto, l’acqua stagnava spesso. Anche la verniciatura al minio della botola era ormai scrostata e i punti delle saldature, anch’esse aggredite dalla ruggine, presentavano delle crepe. Fu più faticoso estrarre la maniglia a scomparsa che non sollevare la botola, vincendo la resistenza del mezzo punto di saldatura che ancora la teneva ancorata alla base. Fu piacevolmente sorpreso nel vedere che celava una scala di pioli di ferro ancorati al muro. Non senza una certa apprensione, la percorse scendendo per circa tre metri intricandosi nelle numerose ragnatele e si ritrovò in una galleria sotterranea alta non più di un metro e mezzo e larga uno. Al tanfo di muffa si era sostituito quello più penetrante di fogna, laggiù era buio pesto ed accese l’accendino per farsi luce. La fiamma piegata segnalava una debole corrente d’aria, si addentrò camminando controvento fino a raggiungere, dopo una ventina di metri, un’inferriata che bloccava il cammino. Era presumibile che quel cunicolo raccogliesse tutte le acque piovane dentro le mura di quel lato del carcere per poi convogliarle nel condotto principale all’esterno. Grazie all’accendino, che ormai gli bruciava le dita, riuscì a vedere che il catenaccio che lo chiudeva era bloccato con un vecchio lucchetto, anch’esso arrugginito dall’umidità e dal tempo. Tornò allora sui suoi passi, riemerse con circospezione, rimise a posto la botola e si avvicinò al muro. Dopo avere cercato di cogliere rumori di conversazioni o altro che facesse desumere presenze inopportune, fece un breve fischio. Bicio, dall’altra parte, gli tirò la corda di lenzuola mantenendola salda per un capo. Nevio, recuperata la serpentina, si arrampicò sul muro scavalcandolo con un balzo. Si allontanarono veloci, non prima di aver reso la borsa a Sebastiano, che imbarazzato non sapeva come ringraziare.
«Imboscala e sparisci prima che arrivi una guardia.»
Ringhiò Nevio cacciandogliela nervosamente tra le mani, per poi allontanarsi con Bicio in direzione opposta, aggiornandolo euforico della scoperta.
Un paio di giorni dopo erano riusciti a mettere insieme il necessario: una rudimentale torcia elettrica, ricavata da una di quelle luci che si usano per leggere a letto la sera, e tre pezzi di branda lunghi circa mezzo metro che sarebbero serviti come piedi di porco; erano di ferro dolce, però, se usati di taglio con i vecchi lucchetti arrugginiti, potevano anche funzionare. Il problema era il ritorno: senza nessuno che “coprisse” lo scavalcamento del muro, c’era il serio rischio di affacciarsi e trovarsi di fronte una guardia. Non potevano rischiare di mandare a monte una simile occasione che molto difficilmente si sarebbe ripresentata. L’imminenza del trasloco nel nuovo carcere era nell’aria, ma se anche fossero stati spediti in quello di un’altra città, trovare delle condizioni simili per scappare era molto improbabile. Optarono, quindi, per gestirla nel modo più razionale, coinvolgendo un terzo aspirante alla libertà che facesse da palo e, una volta aperta la strada, sarebbero evasi tutti insieme. Dopo averne discusso tra di loro, decisero di estendere l’invito a Ganso, che nel torneo di atletica aveva il ruolo di allenatore e con il quale erano in buoni rapporti.
Il Ganso era un boss del Borgo, il rione più periferico della vicina Verona, dove alla fine degli anni Sessanta, erano state realizzate grandi opere di edilizia popolare per far fronte al flusso migratorio dell’epoca. Con l’espansione selvaggia, era arrivata anche la delinquenza che, l’avvento della droga negli anni Settanta, aveva contribuito ad alimentare facendola fiorire in un clima di impunità. Ganso era nato e cresciuto laggiù nel pieno di quella evoluzione e si era fatto largo nella carriera criminale, passando dalle risse e i furtarelli alle rapine. Ma la grana vera era arrivata con la droga. L’impenetrabilità del quartiere per le forze dell’ordine aveva fatto in modo che la rete di complici maturasse e si espandesse fino a fare diventare il Borgo un polo di riferimento per tutta la regione. Il salto di qualità, Ganso lo aveva fatto poi, stringendo alleanze con clienti delle maggiori città dei dintorni e diventandone socio. Ma fu quando la banda del Brenta, loro antagonista nel Veneto orientale, aveva cominciato a perdere colpi per poi essere annientata, che i suoi affari misero il turbo. Nonostante fosse ormai sulla quarantina, aveva la passione per lo sport e amava tenersi in forma, quindi sarebbe stato all’altezza della situazione. A differenza di altri candidati però, poteva anche aiutarli non appena usciti, grazie all’ampia rete di conoscenze e complicità di cui godeva. Dopo avergliene parlato, Ganso accettò entusiasta la proposta e confermando la sua notoria generosità con gli amici, si era spontaneamente offerto di ricambiare, offrendo loro un rifugio per i primi tempi. Sapevano che, nonostante l’aiuto che il Ganso offriva, le priorità, erano nell’ordine: trovare dei documenti falsi, raggranellare un po’ di soldi e cambiare aria. Per quanto ci avesse fantasticato più volte, di ciò che voleva fare una volta fuori, Nevio però, non aveva ancora le idee molto chiare. Di certo non voleva rimanere a farsi beccare tra le braccia di una mignotta, per accontentarsi di tornare, dopo una breve tregua a consumare la sua esistenza dietro le sbarre. Il proposito era quello di sparire e rifarsi una vita da qualche parte del mondo, lontano dal suo passato. Non era altrettanto chiaro come ci sarebbe arrivato, ma l’avrebbe sicuramente capito lungo la strada. Le difficoltà andavano affrontate una alla volta e al momento, l’unica era andare via da lì.
Era bastato calarsi nella botola un paio di volte nei giorni seguenti, per aprire la strada fino a due passi dalla libertà. Lungo il cammino, di circa quattrocento metri, avevano trovato altre tre grate di sbarramento, in prossimità di altrettante gallerie che confluivano nella loro, la quale, a ragion veduta, era la principale. Tutte erano separate da un cancello chiuso con un lucchetto, ma con un po’ di pazienza erano riusciti a scardinarli tutti.
Il giorno che avevano prescelto per la fuga, durante l’ora d’aria, si erano incamminati lungo i cunicoli, avevano percorso il condotto fino a qualche metro dallo sbocco della fogna e quindi aspettato l’imbrunire. A metà del mese di dicembre, alle diciassette e trenta già era buio pesto e l’ora d’aria finiva mezz’ora prima. Alle diciassette, le guardie mandavano via tutti i detenuti dal cortile, ispezionandolo in tutti i suoi anfratti e chiudevano le celle. In seguito, veniva fatta la conta dei detenuti, un’operazione della durata di una ventina di minuti. Alle diciassette e trenta, quel giorno i conti non tornavano, era scattato il preallarme, al quale era seguita la verifica con un’altra frenetica conta e infine l’allarme vero e proprio. Tutto tempo calcolato dai tre, altri dieci minuti o poco più. I fuggiaschi, nel frattempo, si erano calati nel fiume e raggiunto a nuoto la riva opposta, dove li attendeva un complice di Ganso. Si asciugarono frettolosamente alla bell’e meglio, cambiandosi i vestiti in auto mentre si allontanarono il più possibile dalla zona, prima che i posti di blocco li costringessero a doversi servire di più sicure, ma molto più lente stradine di campagna. Arrivarono per ora di cena nel covo che Ganso aveva fatto allestire in una località turistica del lago di Garda. Li aspettava una tavola imbandita con leccornie, preparate in un rinomato ristorante della zona, che il boss aveva fatto ordinare dai suoi uomini. Era una villetta singola, abbastanza defilata e incontrollabile dalle forze dell’ordine in quel periodo dell’anno, a poche decine di chilometri dal suo quartier generale. Ce l’avevano fatta, erano fuori, per quanto un latitante non possa dichiararsi esattamente un uomo libero, era già una bella differenza rispetto ad un paio d’ore prima. Il passo più difficile era stato compiuto.