MILANO 1617

1110 Words
MILANO 1617 Kalinger spalancò la porta del suo nascondiglio. C’era puzza di predatori. Sentiva l’odore dei cacciatori di streghe a centinaia di metri di distanza. I muscoli s’irrigidirono, l’adrenalina aumentò il ritmo cardiaco. Lo avevano trovato. Ma di certo quei bifolchi non avrebbero avuto la meglio. Se pensavano di spaventarlo, o addirittura di catturarlo, si sbagliavano di grosso. Era proprio la battaglia che cercava. L’odore di sangue umano gli stuzzicò le narici. C’era forse qualche ferito fra i suoi nuovi nemici? L’effluvio dolciastro e ferroso permeava l’aria. Un turbinio di emozioni contrastanti si fece largo nella mente. Era così intenso, un richiamo a cui non sapeva resistere. Sondò il terreno con occhi di brace. Se contavano di intrappolarlo con quell’aroma a cui non sapeva resistere avrebbero commesso un fatale errore, lui non era ciò che credevano. Non avevano la più pallida idea di chi avrebbero dovuto fronteggiare. Riuscì a scorgere i segni del loro passaggio nella polvere spostata da passi pesanti. Lui non lasciava tracce sul pavimento, non era un essere terreno. I sotterranei del Castello Sforzesco lo avevano protetto negli ultimi anni, mentre come un segugio inseguiva i demoni scappati dagli Inferi, ma ormai era tempo di trovare un’altra alcova. Contò cinque figure in quelle impronte. Una molto marcata, forse di un tizio grosso o di qualcuno che trasportava un corpo. Kal si mosse lesto nell’ombra, alimentò i sensi, ampliando la percezione che aveva del mondo intorno a lui. Brividi intensi gli percorsero le membra, le piccole corna appuntite sbucarono sulla fronte. Sentì i loro battiti: sei cuori martellavano al di là della porta, nella stanza dove era solito dormire. Chi lo voleva catturare si era messo in trappola da solo. «Stupidi uomini», sussurrò. «Non comprendono mai i loro limiti.» Decise che avrebbe abbandonato quel luogo solo dopo averli sbarrati dentro. Avrebbe dato fuoco alla sua dimora sotterranea. Si bloccò, lo zampillo di fuoco ancora fra le dita, quando sentì un dolore al petto. Dietro quella soglia c’era l’origine di quell’odore intenso, e una grande sofferenza. Qualcuno dei suoi predoni implorava la morte di accoglierlo? Com’era possibile tutto ciò? Cercò di convincersi che si stava sbagliando, forse avevano scoperto il suo dono di captare il dolore e lo stavano sfruttando per disorientarlo. Eppure l’angoscia che sentiva era così viva da non riuscire a trattenersi. Spalancò l’uscio con furore e vide, attraverso il buio, cinque uomini e una donna. Il patimento proveniva da lei, ne era certo. L’angoscia dipinta su quel viso lo lasciò senza fiato. «Bestia, siamo qui per rimandarti all’Inferno», disse uno di loro. Era vestito da prete, ma Kalinger non vide nessuna bontà in quello sguardo glaciale. «Siete così stolti da non sapere nemmeno con chi avete a che fare», rispose nella loro lingua. «Un servo del diavolo, un mostro, un demone», gridò il prete, sollevando una croce. «Il sangue puro di questa fanciulla ti renderà inerme e noi ti faremo ardere sul rogo.» «Meritate di morire», sussurrò a denti stretti. «Anche solo per ciò che avete fatto a questa innocente.» L’ombra di Kalinger si allungò verso i cacciatori. La misera torcia che uno di loro teneva stretta si spense. Calarono le tenebre e le urla strazianti dei cinque uomini riecheggiarono fra le mura. Kal si fece avanti mentre il corpo della giovane cadeva a terra. La sostenne per non farle sbattere la testa, per poi adagiarla con delicatezza. Si sollevò e guardò i suoi nemici avvolti nelle spire dell’agonia che lui stesso aveva creato. Il loro dolore lo stava nutrendo. Il grido si prolungò per una decina di secondi. Le loro anime si fecero largo fra le carni, i fisici scossi da spasmi atroci, per poi raggiungere la bocca, dove Kalinger le intrappolò in un’ampolla d’argento. I corpi vennero lentamente stritolati, le viscere trovarono spazio fra i fori, esplodendo in fiumi densi da ogni orifizio. Straziati, rovinarono al suolo. L’uomo ammantato di scuro si voltò e prese con delicatezza la giovane, ancora priva di sensi. Ne aveva viste di donne ardere sul rogo negli ultimi anni. Milano era in mano ai folli, il governatore Juan de Velasco si era persino lamentato per l’inerzia dell’Inquisizione contro le streghe, e il male si era sparso ovunque. L’ultima vittima era stata Caterina de’ Medici. Aveva assistito alla costruzione della baltresca, un palco per l’esecuzione. Avevano voluto che la folla osservasse lo strangolamento che precedeva il rogo. Era lì che Kalinger si era esposto. Piazza Vetra non era mai stata così piena di gente. L’odore di sudore, le voci concitate. Era passato tra il pubblico a fatica, trascinato dall’emozione che sentiva arrivare dalla condannata. Il dolore lo aveva pervaso e da lì la rabbia. Era un predatore di demoni, ma fra quella gente c’era tanta di quella malvagità da riempire l’Inferno. Spalla a spalla con un inquisitore, mentre le fiamme ardevano, aveva perso il controllo. Gli occhi erano diventati rossi, le unghie si erano allungate… avrebbe voluto fare una strage, contraddicendo gli ordini della Divoratrice. Aveva lanciato un urlo belluino quando due incappucciati gli avevano puntato il dito contro. Avevano visto in lui la bestia e da quel momento non aveva avuto più tregua. Lo avevano cercato ovunque. Anche Alonso Idiaquez de Butròn y Mujica, il castellano del Castello Sforzesco, aveva aumentato i controlli sul perimetro, e muoversi dentro e fuori dal rifugio era diventato sempre più complicato. Con la sconosciuta fra le braccia, lasciò quel luogo di morte. I suoi passi non lasciarono impronte nel lago di sangue. Il servo di Matyamavra, la Divoratrice di demoni, avrebbe dovuto cercare una nuova dimora. Kal uscì dal castello come una furia. Si guardò intorno, la notte incombeva sovrana. Percorse la strada a passo svelto, poi l’abito gli si squarciò sulla schiena e ampie ali nere riempirono il cielo. Si innalzò per cercare un luogo sicuro per la fanciulla. La lasciò davanti all’ingresso di una chiesa. Non restò ad attendere, era ancora troppo irrequieto per celare le sue fattezze agli umani. Tirò fuori dalla tasca l’Antikronon e lo posizionò avanti nel tempo. Il demone che stava cercando lo aveva trovato la prima volta nel 1233, a Roma, mentre si vociferava di nuovi ordinamenti per fermare le pratiche di stregoneria. Da lì lo aveva seguito, come un’ombra, ma senza riuscire a scovarlo. Lo aveva percepito due secoli dopo, in Valtellina, e nel 1517, di nuovo a Milano, mentre terribili tempeste imperavano e si colpevolizzavano le streghe. Xabrax era stato il braccio destro di Belzebù, poi la noia lo aveva tediato ed era fuggito sulla Terra. Ma Kalinger era sicuro di essere sulla pista giusta. Dove c’erano roghi di innocenti c’era sempre puzzo di demone, e in base alle sue nozioni storiche le condanne erano aumentate. Tre anni e Milano sarebbe stata ancora in balia dei cacciatori di streghe. L’ultima traccia della sua preda era nella casa di una delle due ultime vittime che sarebbero arse in Piazza Vetra: di sicuro Xabrax voleva cambiare la storia. «Questa volta ti beccherò», disse, prima di attivare il manufatto. Di lui non rimase che polvere.
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