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Perfect Vol.2

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Perfect II - Il mondo nuovo

A dieci anni dalla presa di New Harmony da parte delle truppe invidiose guidate da Noah, il mondo si prepara alla minaccia di nuovi gruppi di potere entrati nella complessa scena politica internazionale.

La prospettiva generale della saga, che nel precedente volume si era limitata a inquadrare un “pezzo” di mondo post-apocalittico, in questo secondo volume si amplia fino a traversare la dorsale atlantica di un oceano ormai scomparso, per approdare alle terre della nuova Europa. Qui il presidente dell’Unione Cisatlantica è obbligato a fare i conti col progressivo deteriorarsi della stabilità geopolitica dell’Unione sorella, e ad entrare in guerra con l’ambiguo governo invidioso di Noah e del suo braccio destro, Seth alias Uriel Tarquinius. A dirigere i sotterfugi diplomatici, gli intrighi e i compromessi del potere occulto, la pianificazione di nuove, spietate strategie belliche, si delinea la figura misteriosa e “onnipresente” di Lucetius, presidente e dittatore dell’Unione Transatlantica in seno alla quale si è sviluppata la ribellione invidiosa.

Dopo aver fatto la conoscenza dei nuovi protagonisti di Perfect, il lettore tornerà assieme alla famiglia “Comune” dei Dimitriou nella piana occidentale, dove un decennio prima si era quasi consumata la tragedia di Isaac Klauss e Lara Grey. Qui rincontreremo i vecchi personaggi, assisteremo a nuovi inaspettati cambiamenti che coinvolgeranno la nuova fazione dominante, così come gli Imperfetti e gli Immortali sopravvissuti e ormai adattatisi al nuovo cambio di governo. E non è tutto: un Imperfetto creduto scomparso tra le ceneri dell’ultima guerra tornerà alla ribalta, molti antichi paladini del nuovo ordine si riveleranno traditori senza scrupoli, uno scioccante colpo di scena si prepara a stravolgere tutto ciò che il lettore credeva di conoscere riguardo alla secolare formula del Cryostamen…

Sullo sfondo dell’amore tormentato e sempre più ostacolato tra i due “eroi” della ribellione invidiosa, la saga di Perfect si appresta a entrare nella difficile, rivoluzionaria epoca del “mondo nuovo”.

Laureato in lingue e culture internazionali, Raffaele Isolato applica le sue ricerche in campo etico ed epistemico a novelle e romanzi che spaziano dal fantasy al noir, al filone avventuristico, alcuni dei quali già pubblicati in rete e cartaceo. In attesa di pubblicazione sono altre raccolte di saggi e i più significativi esperimenti poetici. Tra i titoli pubblicati su sss: Attacco al potere (La Saga dei Perfetti e degli Imperfetti vol.I), Chi vuole andare in TV?, Viaggio a Nord, Dall’altra parte del nulla, Lineamenti di religione universale, Inferno XXI (poema didascalico-allegorico in trenta canti), Il nulla imperfetto, Nati alla luna nuova, Viaggio a Lost City, L’angelo dalle ali di carta, La pietra e lo scandalo (raccolta di novelle d’argomento erotico), Il Presidente (tragedia in cinque atti in versi sciolti).

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Prologo A.D. 2291 A dieci anni dall’elezione alla presidenza dell’Unione Cisatlantica, Bjorn Engstrom si apprestava a tenere uno dei discorsi più importanti della sua carriera. A breve si sarebbero tenute le nuove elezioni, e ottenere il plauso della popolazione di ciascuno dei dieci Stati dell’Unione sarebbe stato d’importanza capitale per i suoi progetti futuri. Progetti che, beninteso, mettevano in primo piano il benessere e la sicurezza dei Comuni di tutto l’impero, ma che avevano anche un’importanza velata e ben più subdola, qualcosa di cui sua moglie Elina sarebbe stata più che mai fiera. Trattenne il fiato per un paio di secondi e strinse forte i pugni nelle tasche appena prima di uscire sulla balconata del palazzo presidenziale, secondo un rituale che aveva mantenuto per scaramanzia durante tutti quegli anni. Si tuffò infine nel calore di quel popolo che, pur tra mille contraddizioni, aveva continuato a supportarlo in uno dei periodi più difficili di quell’epoca. Il cielo sopra Arborea non era stato mai di un azzurro più brillante, e riflettendosi sulle cupole vicine mandava bagliori e giochi di luce che risaltavano sul marmo della balaustra. Aveva pregato che fosse tutto perfetto, e la giornata si preannunciava nel migliore dei modi. - Signori, il presidente Engstrom - annunciò il Segretario Unitario ai droni-obiettivo sospesi a pochi metri dai microfoni, e alla piazza affollata sottostante. Proprio in onore dell’elezione di Bjorn, primo presidente totalmente “filo-comune” della storia cisatlantica, l’avevano ribattezzata Piazza della Democrazia. Ora, al centro di quello stesso spazio stava per essere svelato al mondo il regalo di Engstrom ai suoi milioni di elettori. Un imponente complesso statuario era nascosto sotto la più grande bandiera dell’Unione che fosse mai stata fabbricata ad Arborea. Alle prime note dell’inno, il presidente disserrò i pugni e varcò la soglia della portafinestra ad ogiva. Lo scroscio degli applausi sovrastò la musica, Bjorn accennò un segno d’assenso al suo Segretario, che si ritirò al lato del piccolo podio. - Comuni dell’Unione. Comuni e Perfetti di Arborea e di tutti i Dieci Stati, a voi vanno i miei più sentiti ringraziamenti per aver scelto di condividere con me e i vostri rappresentanti unitari questo momento così importante per l’intero continente. In dieci anni di governo, mi si sono presentate sfide, proposte, opportunità di crescita che grazie a voi tutti si sono risolte in anni di prosperità, benessere, pacifica convivenza, stabilità economica per tutta la popolazione comune… Il Segretario Booth scrutò con impazienza la piazza gremita, dove le teste delle migliaia di partecipanti al convito erano ridotte alle dimensioni di capocchie di spillo. Da qualche parte ripartirono gli applausi dei sostenitori “in incognito” del presidente; subito si unirono gli altri che non si sentivano da meno. Qualche tecnico ebbe la bontà di interrompere la musica dell’inno in sottofondo per permettere all’uomo che si sbracciava dietro i microfoni di concludere il suo discorso d’apertura. - …ed è per questo che, non potendo prevedere se sarò io il fortunato che vi guiderà per un altro fortunato decennio… o se questo onore toccherà al successore che erediterà la vostra inestimabile approvazione… Dal fondo della piazza, là dove era partito il primo scoscio di applausi, cominciò a udirsi un coro di voci indistinto ma a cadenze costanti, che poco a poco si propagò per tutta la moltitudine assiepata attorno al complesso velato. - Engstrom! Engstrom! Engstrom! Senza nascondere il compiacimento, il presidente diede finalmente ordine che venisse scoperto il monumento. Il sole stesso, alto sopra la cupola, sembrò esaltare l’imponente effetto scenografico dell’insieme. Venti paia di mani tese verso un piccolo albero in marmo come tutto il resto, dieci persone di ogni età e di entrambi i sessi, tutti in adorazione del simbolo dell’Unione, la fedele rappresentazione di quello che sarebbe potuto sembrare un giovane acero, o un platano appena nato. A sostenere la piccola pianta in vaso, un Comune con gli occhi riversi verso l’alto che assomigliava forse un po’ troppo all’attuale presidente dell’Unione. Il vecchio Segretario Unitario, lisciandosi la barba ispida, si augurò che il significato dei dieci protesi a braccia alzate fosse ben chiaro a tutti. Il Comitato delle Cerimonie aveva studiato per settimane un soggetto che rappresentasse al meglio la totalità dell’U. C., e si era alla fine optato per un messaggio chiaro e inequivocabile, anche a costo di apparire, forse, banale. - Dieci fedeli in adorazione del nostro simbolo, dieci in rappresentanza di ogni Stato, di ogni singolo Comune in ciascuno di essi… - sottolineava Engstrom tronfio d’orgoglio. La piazza era in tripudio, i droni continuavano a trasmettere la sua giornata gloriosa in ogni angolo del mondo, e l’artefice di quel pieno di consensi poteva finalmente tirare un sospiro di sollievo. Quanto gli sarebbe piaciuto mostrare alle telecamere, visto che c’era, anche il dono arrivato giusto quella mattina d’oltre-dorsale! Avrebbe accontentato anche i numerosi Perfetti ormai parte integrante della popolazione di Arborea, e dimostrato che una pacifica convivenza tra Comuni e Immortali era possibile, indipendentemente dai tristi fatti accaduti dall’altra parte del pianeta. Previdente e ben più lungimirante, era stato il suo Segretario Owen Booth a dissuaderlo all’ultimo momento. Sui Comuni Bjorn Engstrom aveva scommesso per il successo, e sui Comuni avrebbe dovuto continuare a insistere per arrivare alla prossima rielezione. Oh, ma se avessero tutti visto quel cadeau proveniente nientedimeno che da Olympia, capitale storica della Transatlantica! Elina se ne era innamorata a prima vista, e l’aveva quasi costretto a rispondere immediatamente al Presidente Lucetius per prodigarsi in ringraziamenti, imperiture testimonianze di stima, promesse di future collaborazioni politiche, eccetera. - Perché proprio alla fine del mio mandato? Perché pensarci proprio ora? – aveva insistito Bjorn, senza staccare un attimo gli occhi da quel capolavoro di alta oreficeria. L’alberello raggiungeva appena il metro di altezza, ma risplendeva di migliaia di scaglie d’oro che sostituivano la corteccia di tronco e rami, e di sottilissime lamine di fluorite azzurra in corrispondenza di foglie e germogli. - Come sarebbe, “proprio ora”? – l’aveva incalzato Elina, che in dieci anni di retroscena politici aveva imparato a vederci lontano quasi quanto Booth. – Ma è ovvio che Lucetius ti dà il suo appoggio per la rielezione. E se te lo dà lui, te lo danno i Perfetti, no? Tutti quanti. I Perfetti. A Bjorn era corso un brivido giù per la schiena. Ricordava ancora quando all’inizio del suo mandato li aveva apostrofati come “uguali a noi”, immeritevoli di qualsiasi privilegio, mero adornamento di un’Unione fondata sulle spalle di milioni e milioni di Comuni che col sudore della fronte e ogni singolo anno di vita cooperavano per la crescita globale. Mai si era immaginato un simile gesto d’amicizia da parte del “rappresentante assoluto” dell’impero perfetto d’oltre-dorsale. Aveva liquidato i farneticamenti di sua moglie con un gesto plateale del braccio: che si occupasse lei di adornare dell’albero dorato qualche punto strategico del palazzo. Quanto a lui, aveva da pensare al discorso di mezzogiorno in diretta mondiale. Anche a causa della conversazione avuta successivamente col suo Segretario, un dubbio sottile come la punta di un pugnale cominciava a penetrare nei pensieri del presidente, mentre prendeva congedo dal suo pubblico e si preparava ad abbandonare la balconata. I droni ronzavano appena udibili tutt’intorno alla balaustra, ora prendendo quota per abbracciare l’intera panoramica del Piatto centrale di Arborea, ora avvicinandosi sino a sfiorare la distanza di sicurezza per strappare un invadente primo piano. Il Consiglio Unitario era fissato per quella sera alle venti, e per quell’ora sarebbero stati già tutti informati dello “scambio di cortesie” tra gli uomini più importanti del globo. Figurarsi poi lo scandalo, se anche lui avesse chiesto al suo Comitato delle Cerimonie di fabbricargli un regalo adatto al presidente dell’Unione Transatlantica. La politica di non interventismo bellico proclamata da uno dei suoi fedelissimi, il Ministro degli Affari Esteri Beasley, aveva se non altro confermato i suoi intenti di concentrarsi unicamente sullo sviluppo dei Dieci Stati. Dopo la rivoluzione nella piana occidentale dell’Unione Transatlantica., Engstrom si era limitato a tutelare gli sporadici insediamenti perfetti in Cisatlantica da possibili ritorsioni. Grazie a Dio ad Arborea non si era mai sentito parlare di fazioni invidiose: era forse dovuto alla politica presidenziale incondizionatamente aperta ai bisogni dei “mortali”, o all’atteggiamento neutro mantenuto nei riguardi della supremazia perfetta d’oltre-dorsale. In ogni caso, era merito suo. Bjorn continuò a riflettere, mentre il suo Segretario si complimentava con lui. Ascoltava passivamente le varie informazioni sui dati d’ascolto, gli indici di gradimento dei sondaggi, l’andamento delle campagne di sensibilizzazione nelle provincie più lontane dell’Unione. Era a Nathan Burnham che la sua mente tornava senza sosta: il suo Ministro degli Affari Unitari, e una delle poche concessioni che, alla formazione dell’organico di Governo, aveva fatto all’innegabile pressione perfetta ad Arborea. Burnham era un Perfetto lui stesso, naturalmente. Ma non uno come gli altri. Sembrava gli fosse stato affiancato, i primi tempi, apposta per rendergli la vita un inferno. Controllava ogni sua mossa, discuteva ogni emendamento, gli metteva i bastoni tra le ruote ogni volta che la politica ufficiale si inclinava troppo palesemente a favore degli interessi dei Comuni. Dopo i continui tira e molla e le intelligenti mediazioni dei ministri, i due erano passati prima a una cordiale antipatia, poi a una tacita cooperazione. Se Bjorn mirava alla rielezione, come poteva inimicarsi tutti i Perfetti della Cisatlantica, tanto più che da quando il clima in U. T. era diventato così acceso il loro numero al di qua della dorsale era quasi triplicato? E poi era universalmente riconosciuto che l’Unione sorella era infinitamente più potente e ricca dell’antica Europa. Burnham era stato impietosamente obiettivo a questo riguardo: cosa sarebbe successo se i Perfetti di Arborea avessero scatenato una sanguinosa rivolta, pari a quella che aveva sommerso le più ricche e invidiate città della Piana Occidentale? Quest’ultima sarebbe comunque tornata nelle mani di Lucetius nel giro di qualche anno, con la differenza che in breve gli sarebbero caduti in grembo, uno dopo l’altro, anche tutti e dieci gli Stati della Cisatlantica. All’immaginazione sovreccitata di Bjorn Engstrom si erano prospettati tutti i più crudi scenari di guerra e umiliazione politica; abbastanza da rovinargli il sonno per parecchi mesi. Quel periodo in cui gli sembrava di barcamenarsi tra due giganti, la fedeltà ai propri principi politici e il “realismo” di fronte agli equilibri mondiali, era ormai tramontato. O meglio, si era sfumato in una serie di pacifiche concessioni, accennati mutamenti di prospettiva, innocenti “aperture” alla cooperazione tra classi che lentamente avevano avvicinato Bjorn al punto di vista dei Perfetti. Non aveva lesinato anche in pubblico sporadiche testimonianze d’ammirazione per il “mondo incantato” degli immortali, facendole quasi passare per ironiche prese di coscienza dell’insanabile abisso che separava le due classi di cittadini. Poi era arrivato a permettere al suo primogenito Ivar di continuare gli studi alla neo-fondata Accademia di Heaven Harbor, e di lì a rinsaldare i rapporti diplomatici con Olympia il passo era stato più breve del previsto. Preferì cenare a palazzo anziché tornarsene a casa, dalla parte opposta del Piatto centrale. Sua moglie gli avrebbe senza dubbio riempito la testa con dettagli di discutibile importanza, come i difetti della sua marcata gestualità durante il discorso, e poi le scelte azzardate della regia, qualche parola di troppo che avrebbe svelato una parzialità più o meno accentuata verso un lato o l’altro della “barricata” … La situazione politica globale si faceva sempre più tesa, lo sapeva anche lui. L’U.T. non si decideva ad intervenire in maniera diretta sui territori ribelli, e sempre più voci si levavano a profetizzare la caduta del secolare imperio perfetto nelle ex-Americhe. Le altre opinioni, poi, Bjorn non riusciva neanche ad ascoltarle senza sorridere: si prospettava una migrazione di massa di Perfetti in fuga verso il “suo” lato della dorsale. Frotte di bellissime, ricche e nobili Immortali in cerca di rifugio dalla minaccia plebea di Invidiosi senza scrupolo né morale… Oh, lui non era mai stato così ingenuo da credere a quelle storie. Aveva visitato una volta Heaven Harbor, novello paradiso dei Perfetti dopo la spaccatura dell’Unione, ed era rimasto a bocca aperta. Ogni abitazione, ogni filo d’erba, ogni specchio d’acqua di quell’agglomerato che contava (allora) poche centinaia di abitanti trasudava ricchezza, potenza, stabilità, eternità. Chi si sarebbe mai sognato che degli esseri così evoluti e superiori civilmente e militarmente si sentissero a tal punto minacciati da decidere di abbandonare quei luoghi incantevoli per emigrare nelle terre tanto più povere e selvagge della Cisatlantica? Finito il pranzo, Bjorn tralasciò ancora per qualche minuto i fogli elettronici sparsi sulla sua scrivania, gli innumerevoli punti d’intervento previsti per la riunione ufficiale di quella sera, e si dedicò al panorama mozzafiato di Arborea che si godeva dalla vetrata del suo ufficio. Il Piatto del governo superava solo di rado i cinquecento metri di altezza, ma proprio la sua posizione centrale lungo il fusto d’acciaio di Arborea gli consentiva di abbracciare in posizione strategica tutti gli altri Piatti satelliti ancorati ai rami primari e secondari della colossale struttura in ferro, cemento e vetro. Era proprio quello dove si trovava lui, il cuore di un agglomerato urbano sorto al centro di una piana brulla un tempo ricca di foreste e corsi d’acqua, e infine divenuta sterminata palude satura di miasmi velenosi, i cui superstiti abitanti avevano fatto a gara per progettare insediamenti sempre più elevati sopra l’antico livello del mare. Con il precario, ritrovato equilibrio ambientale, il bisogno di superiori altezze si era trasformato in una gara architettonica, una vera e propria sfida alla gravità. Dal contributo di migliaia di Comuni provenienti dalle terre intorno avevano così cominciato a delinearsi i prodromi di Arborea.

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