I
Il treno con le nuove scorte mensili aveva già accumulato un ritardo di più di tre ore alla Stazione Centrale di Hades Nest. Il che non sarebbe stato un problema per Nestor Dimitriou, se suo fratello non ci avesse messo su un carico supplementare con le sue invettive e rimostranze contro il traffico ferroviario mal gestito, e le pecche del governo, e la corruzione degli impiegati, e l’insufficienza dei traffici commerciali.
- Avresti potuto essere di servizio tu stesso oggi, in stazione. Chissà che ci saremmo risparmiati un’ora d’attesa. – concluse Petro, accoccolato su una delle panchine alla luce di un immenso lampione sotterraneo. Assieme a loro, almeno un terzo della popolazione della loro città attendeva sotto i pergolati che proteggevano dal gocciolio delle stalattiti, oppure fuori dalla sala d’attesa, nel grande atrio antistante l’edificio. Molti continuavano a fare la spola tra le piattaforme dei binari e i tunnel pedonali.
- Peccato solo che tu mi abbia chiesto di aiutarti col trasporto dei carichi. – rispose pacato Nestor, scrutando le linee ferrate che sparivano in lontananza.
- Ci sarebbe mancato altro! Ce lo vedi zio Iro a spartire tutta la roba? Come minimo avrebbe finto di imbrogliarsi, e ci avrebbe rifilato solo liofilizzati e vitamine.
- Vedrai che oggi riusciremo a beccarci un po’ di farina.
- Già è molto se ce ne avanzerà un pacco per la mamma.
- Non essere pessimista…
Alla fine da lontano apparvero le luci della locomotiva di testa: un fischio acuto e lontano, e finalmente il teso borbottio della folla in attesa si mutò in un coro di esclamazioni di sollievo.
- Sta’ pronto. Io faccio largo, tu ti infili fino al portellone più vicino. – bofonchiò Petro, già rosso in viso per la tensione.
- Cerca almeno di non ferire nessuno, come l’ultima volta.
- L’ultima volta sei stato troppo lento, e ci mancava poco che ti passassero coi piedi sulle orecchie.
Il treno rallentò rasente la piattaforma, si fermò silenzioso come una lunga, sinuosa serpe di metallo. Nestor sorrise: c’era un’altra ragione per cui aveva scambiato con un collega il suo torno di addetto agli scambi ferroviari. Non si sarebbe perso il momento della distribuzione delle scorte alimentari per nulla al mondo. Hades Nest non era una cittadina in cui succedevano molte cose eccitanti, e bisognava godersi il poco che c’era a disposizione. Guidato da suo fratello, che aveva preso a cuore la questione come se si trattasse di un vero e proprio assalto, cercò di intrufolarsi nell’assembramento dei suoi concittadini spiaccicati contro il vagone più vicino. Il treno era lunghissimo, e avrebbe dovuto contenere merci destinate a sfamare l’intera cittadina sotterranea per almeno un mese. La triste verità era che da un anno a quella parte tutti erano stati costretti a razionare persino alimenti di prima necessità come focacce e patate. Di vene d’acqua purissima, fortunatamente, era pieno il loro stesso sottosuolo.
- Ehi! Da questa parte! Un buono per cinque chili! Patate! Sì? Mi sente, lei lassù? Patate, sì! Pa-ta-te!
Petro si sbracciava e urlava gettando manate a destra e a manca per attirare l’attenzione dell’addetto che finalmente si era deciso a far scorrere il portellone. Dietro la ringhiera che lo proteggeva dagli assalti della folla, l’uomo allungava appena la mano per afferrare i buoni e scambiarli con i sacchi di merce.
- Spiacente. Questo è il vagone verdura e agrumi. Per le patate deve procedere di tre a destra. – rispose neutro a Petro, passando subito ad un’altra richiesta.
Per nulla scoraggiato, Petro trascinò il fratello fin sotto la ringhiera:
- Hai niente per i limoni, le arance, qualche mazzo di broccoli? – chiese a Nestor con gli occhi spiritati.
- Fammi controllare… ecco. Quindici chili di arance.
Mostrò vittorioso il buono al fratello, che lo brandì come se ne andasse della vita.
- Quindici chili di arance! Ecco qua, mi faccia la cortesia.
L’addetto sospirò appena e accettò il buono. Lo esaminò, poi scrollò le spalle come deluso:
- Mi spiace, per ordini dell’amministrazione non possiamo eccedere i dieci chili pro capite.
- Come sarebbe? Il buono è da quindici! – si preparò alla battaglia Petro.
Intorno, il frastuono e il malcontento crescevano di pari passo.
- Torno a dirle che mi dispiace, ma posso passarle solo dieci chili per stavolta. Naturalmente ha diritto anche a un buono da cinque di resto.
- I buoni non si mangiano. Siamo otto famiglie nel nostro quartiere. Otto, capisce? Quanto vuole che durino dieci chili di arance?
L’addetto gli porgeva già il buono, impassibile:
- Siamo occupati, adesso, signore. Contatti l’amministrazione di Arborea, reparto distribuzione per ogni eventuale reclamo.
- Non me ne andrò di qui senza…
- Ci dia quelle arance, la prego. E non dimentichi il buono di ritorno. – lo coprì Nestor, per metà schiacciato tra due energumeni con un frusciante fascio di buoni per mano. Presto fatto. Il sacco con le arance fu calato, poi fu il turno delle altre richieste.
- Non abbiamo ancora finito. E la verdura?
- Avete ciarlato già troppo. Qui abbiamo bisogno tutti. – si udì a stento la voce di una vecchia nascosta in mezzo alla calca, tanto che Nestor dovette puntare i piedi per evitare di finirle addosso.
Aveva ragione. Il pericolo dell’esaurimento scorte era sempre dietro l’angolo, e la maggior parte di quei Comuni, Nestor lo sapeva bene, se la passava peggio di loro Dimitriou. La maggior parte erano minatori impiegati nelle numerosissime cave di basalto dei dintorni, oppure nei giacimenti di gas, negli impianti di filtraggio degli idrocarburi. Parecchi sarebbero arrivati alla fine del mese senza neanche un pezzo di pane da dare ai più piccoli.
- Senti, tu resta qui. Io vedo se posso arrivare al prossimo scompartimento ortaggi. Tieni stretti quei buoni! Sentirai papà se ne perdiamo solo uno!
Petro sparì dietro un muro umano, per riaffiorare al limite del capannello vicino, di nuovo sbracciandosi e imprecando che gli facessero spazio. A Nestor non restò altro da fare che aspettare il suo turno. Riuscì ad accaparrarsi un carico di mandarini, una manciata di prezzemolo, cinque chili di limoni, qualche mazzo d’insalata. Il peso divenne troppo per seguire Petro, e dovette tornare indietro a posare i sacchi nel loro carro. A parte il rischio d’esaurimento scorte, non c’era alcuna fretta: sarebbero rimasti in Stazione come ogni altro primo del mese, probabilmente fino alla mezzanotte. Da gialle e rosse le luci intorno sarebbero diventate verdi e blu come in tutta Hades Nest, segno che era arrivata l’ora di tornarsene a casa a riposare, con quel che era stato possibile accaparrarsi.
Alla fine, comunque, con sommo scandalo di Petro, furono costretti anche loro a scambiare quasi tutti i buoni-carne con una decina di confezioni di liofilizzato che, a detta degli addetti mortificati quanto loro, “cambiavano solo la consistenza del prodotto, non l’apporto energetico”.
- Consistenza del cavolo! Se la ficcassero in bocca loro, la consistenza. Dimmelo tu come mi giustifico con Efimia, adesso. L’ultima volta che mi sono presentato a casa con questa porcheria, ci mancava poco che mi mandasse a letto nella Bocca del Diavolo! – si sfogava Petro mentre caricavano gli ultimi scatoloni a bordo del carro. Dietro di loro, zio Iro non se la passava meglio. Lo videro imprecare dietro una montagna di barilotti di vitamine, che piombarono nel suo carro come una cascata di sonagli.
- C’è a chi è andata peggio. – lo indicò Nestor senza farsi sentire.
- Non ha mica bambini a cui badare, lui.
- Andiamo, per questo mese della carne possiamo fare a meno. Ci spartiremo quella fresca nei weekend.
- Potrebbe andare meglio, Nestor. Potrebbe andare meglio.
Erano stanchi entrambi, ma quelle ultime parole di Petro diedero da pensare al fratello minore. Era da parecchie settimane che lo sentiva lamentarsi de sistema vigente, della politica di Hades Nest, dei presunti scandali nell’organico esecutivo di Arborea. All’inizio non ci aveva dato troppo peso, ma di recente aveva sorpreso il fratello che ne discuteva sul luogo di lavoro, assieme ad altri colleghi ferrovieri che lo stesso Nestor conosceva ormai da anni come vere e proprie “teste calde”.
Il carro cominciò a scorrere per i binari più esterni, quelli ben più modesti riservati al traffico residenziale. Imboccarono prima il grande tunnel centrale, poi dietro centinaia di altri carri riuscirono a passare al primo scambio su una tratta meno intasata. Di galleria in galleria, arrivarono finalmente a quella parallela alle rocce del quartiere che abitavano da una vita. Il nome Dimitriou campeggiava a grandi lettere scolpite sopra l’arco d’ingresso; l’intera famiglia allargata accolse i due fratelli con grida di festa, come ad ogni ritorno dalla Stazione a inizio mese.
- Papà? L’hai portato lo zucchero? Petro, il sale? Un po’ di spezie, che tutti i barattoli sono a secco? Da questa parte, non rovesciate il lardo! Le uova, Dio fa che non se ne sia rotta nessuna!
Al solito, i più furono delusi dall’esiguità degli alimenti primari. Dapprima Efimia sbraitò perché quell’imbranato di suo marito aveva scambiato con un vicino il buono per l’olio di frittura con un boccale d’aceto, poi si consolò con un carico supplementare di olive già condite. L’unica che non aveva mai nulla da dire era nonna Evanthia, la madre di Petro e Nestor, che si accontentava a ogni mancanza di alzare i palmi delle mani verso il soffitto della caverna e recitare come una preghiera: “Dio toglie solo per dare dieci volte tanto! Guardate come stanno peggio quelli che neppure li hanno, i buoni per far vita da signori come noi.”
- Ma quale vita da signori, nonna? – rispondevano all’unisono ogni volta i gemelli Vasilis e Mihalis, i figli minori di Petro ed Efimia.
Nestor distribuì gli ultimi pacchi a zii e parenti prossimi, senza mai sbagliarsi perché al solito era stato prudente e aveva segnato i nomi di ciascuno sulle etichette. Zio Iro, dietro di loro, cercava ogni tanto di fare lo smemorato per affibbiare quante più vitamine poteva a qualche cugino distratto.
Quando nel carro non furono rimaste che le provviste di casa sua, Nestor tirò un sospiro di sollievo. Fece cenno a sua moglie di venire avanti, e lei sorridendo spinse innanzi il carrello vuoto.
- Fatta buona caccia?
- Bah. Petro dice che sarebbe potuta andare meglio. Mi dispiace soltanto per la carne…
- Oh, la piccola ci rimarrà male.
- Non se ne trova quasi più in tutto il Decimo, ormai. Quella che ci è toccata l’abbiamo data ai miei perché la mettano in fresco. Vedrai che feste nei weekend…
Nestor sospirò quando la vide chinare il viso, scuro, sulle provviste, e iniziare a scaricare il carro.
- Dicono che il liofilizzato sia altrettanto buono.
- Oh, non ne dubito.
- Daphne? Non farti vedere così da Greta, per favore. Sai quanto è eccitata quando inizia a scartare i pacchi.
- Dico solo che lavori tanto, e come te anche gli altri… Potrebbero almeno rispettare le consegne, una volta tanto.
- Dicono che l’impero sia in crisi.
- Lo dicono da anni. E poi che l’unione sorella se la passa peggio, che anche i Perfetti sono ormai con l’acqua alla gola… Intanto però loro non hanno neppure bisogno di mangiare, o di pensare all’età che avanza.
Nestor rispettò il suo sfogo, mentre l’aiutava a spingere il carrello fino alla porta di casa. Daphne non era come suo fratello; a lei bastava poco per acquietarsi e dedicarsi alla ricerca di quel poco di positivo che poteva trarsi da ogni scontento. Avevano fatto tardi, le luci fuori erano già diventate d’un verde opalescente.
- Papà!
Greta gli corse incontro incespicando tra le ruote del carrello, appena Nestor ebbe disserrato il pesante portone d’ingresso. Scoppiò a ridere e si chinò ad abbracciarla.
- Fatina! Non sei ancora a letto? Lo sai che ore sono?
- Mi hai portato lo zucchero, papà?
- Ce n’è un sacchetto intero, ma bada che non è per stasera.
- Ho finito tutto il libro, mentre eri via.
Marito e moglie si scambiarono un’occhiata divertita. A cinque anni appena compiuti, Greta non sarebbe mai stata in grado di sillabare un libro intero in un pomeriggio. Per fortuna il volume che Nestor le aveva regalato il giorno prima conteneva molte bellissime figure a colori, e le didascalie erano abbastanza elementari. In più, possedeva il pregio di essere una delle poche copie cartacee ancora in commercio: abbastanza da esaudire i sogni d’intrattenimento di ogni bambino in età scolare. Trattava del meraviglioso mondo dei Perfetti, almeno quello che pareva un paradiso inviolabile ed eterno fino all’inizio dei moti rivoluzionari di dieci anni prima. Nestor l’aveva trovato qualche mese prima su una delle panchine in sala d’aspetto, e alla lunga gli era parso troppo ben fatto per abbandonarlo in qualche polveroso scomparto dell’ufficio oggetti smarriti.
- E qual è stata la pagina che ti ha colpito di più? – Nestor cercava di dar retta a sua figlia mentre aiutava Daphne a riporre le scorte d’uso più frequente nella credenza.