Prologo: Il Canto delle Dune
La sabbia ricordava la cenere.
Carlo abbassò lo sguardo verso la manciata di granelli che lasciava scivolare tra le dita, osservando come la luce del tramonto li tingesse di un arancione sanguigno. Non era la sabbia dorata delle cartoline turistiche, ma una polvere fine e implacabile che penetrava ovunque: nelle tende, nelle casse degli strumenti, persino sotto le unghie nonostante i guanti. Un residuo di mondi antichi, polverizzati dal tempo.
"Non andare oltre le dune a est dopo il tramonto," aveva detto il capo della spedizione, un uomo dagli occhi stanchi e dalle labbra screpolate. "La gente del posto racconta storie."
Carlo aveva annuito, annotando mentalmente le coordinate. Era un geologo, un uomo di scienza. Le superstizioni non facevano parte del suo vocabolario, se non come curiosità antropologiche. Eppure, quella notte, mentre il freddo del deserto penetrava attraverso le pareti sottili della sua tenda, ascoltò.
All'inizio pensò fosse il vento. Un suono ondulato, che saliva e scendeva come le creste delle dune stesse. Ma il vento non aveva una melodia. Non intrecciava note in qualcosa che assomigliava a una voce umana, o forse a qualcosa che aveva cercato di imitare una voce umana per così tanto tempo da aver dimenticato cosa significasse essere qualcos'altro.
Si alzò, il sacco a pelo caduto ai suoi piedi. La luna piena versava una luce argentea sulla distesa di sabbia, trasformandola in un oceano pietrificato. Il canto si fece più chiaro. Non veniva da nessuna direzione particolare, sembrava nascere dalla terra stessa, vibrare attraverso la sabbia fino alle ossa dei suoi piedi nudi.
Era triste. Terribilmente, profondamente triste. Ma sotto quella tristezza c'era una corrente di richiamo, un'attrattiva che tirava come la marea. Carlo fece un passo fuori dalla tenda. L'aria era gelida, un contrasto violento con il forno del giorno.
"Geologo," sussurrò una voce alle sue spalle.
Carlo si voltò di scatto. Era Aisha, la donna del villaggio più vicino che portava loro acqua e cibo. I suoi occhi nerissimi erano spalancati, non dal sonno, ma da una paura antica.
"Non ascoltare," disse, la sua voce roca. "È la voce delle dune affamate. Cerca qualcuno che si perda."
"Il vento e la sabbia che si muovono," replicò Carlo, cercando una razionalità che in quel momento sentiva sottile come carta. "Fenomeni acustici. Ho letto di qualcosa di simile..."
Aisha scosse la testa, i suoi monili d'argento tintinnando come campanelli d'allarme. "Non è il vento. È Lui. Colui che aspetta. Colui che desidera." Fece una pausa, gli occhi che scrutavano l'orizzonte buio come se potessero vedere l'origine del canto. "Attrae con la bellezza. Con la solitudine. Con la promessa di non essere più solo. È la più vecchia trappola del deserto."
Il canto cambiò tono. La tristezza si attenuò, sostituita da una calda, vibrante invocazione. Sembrava dire il suo nome, anche se nessuna voce umana poteva averlo mai pronunciato in quel modo. Carlo sentì un calore improvviso nel petto, un'eco di desiderio per qualcosa che non sapeva di volere.
"Torna dentro," implorò Aisha. "Al mattino, sarà sparito. Sempre così. Finché non trova... quello che cerca."
Carlo rientrò, più per quietare la donna che per vera convinzione. Ma quella notte non dormì. Steso al buio, ascoltò il canto che fluttuava attraverso le ore, a volte flebile come un respiro, a volte forte e chiaro come una mano che batteva contro la tela della tenda.
All'alba, quando il primo raggio di sole squarciò l'orizzonte tingendo il cielo di viola e arancio, il canto svanì. Non si spense gradualmente, ma si interruppe, come se una porta si fosse chiusa.
Carlo uscì, i piedi affondando nella sabbia fredda. Il deserto era immobile, silenzioso, innocente. Guardò verso est, oltre le dune che si innalzavano come onde giganti. La sua mappa, accurata e scientifica, mostrava solo un vuoto in quella direzione. Niente oasi, niente formazioni rilevanti.
Ma i suoi strumenti, posati accanto alla tenda, raccontavano un'altra storia. Il sismografo portatile, acceso per monitorare micro-tremori, aveva registrato qualcosa nelle prime ore del mattino. Non un terremoto. Era uno schema ritmico, pulsante, che assomigliava più a un battito cardiaco che a un evento geologico.
E sul bracciale del suo orologio, trovò un singolo granello di sabbia che non era come gli altri. Era più scuro, quasi violaceo, e luccicava con una luce interna, opalescente. Lo tenne nel palmo della mano. Era caldo, come se trattenesse il calore del giorno precedente, o un calore tutto suo.
Quel giorno, durante l'esplorazione di routine, i suoi occhi continuarono a spostarsi verso est. La razionalità gli diceva di studiare le formazioni di arenaria a nord, come pianificato. Ma quel canto... e quel granello di sabbia che ora teneva in una provetta, che sembrava guardarlo dallo zaino...
"Storie," mormorò a sé stesso, riempiendo il taccuino con osservazioni sulla stratigrafia.
Ma quando il sole cominciò a calare, di nuovo quella sensazione. Un'aspettativa. Una sorta di riconoscimento.
E quella notte, il canto tornò.
Questa volta, era più vicino. E nelle sue note sinuose, Carlo poté quasi distinguere una parola, ripetuta come un ritornello, un nome antico che risuonava in qualche angolo dimenticato della sua anima:
Luciano.
Il deserto non era vuoto. Ascoltava. E ora, conosceva il suo nome.