Don Clemente-2

2005 Words
Di questo non c’era dubbio. Lo avvertirebbe lei, Maria. Poiché non lo credeva l’amante della Dessalle, le sarebbe più facile di parlargliene con semplicità. Che cosa terribile, però, se fosse veramente lui, Maironi, e nessuno l’avvertisse e si trovassero improvvisamente a fronte del monastero, egli e questa donna! Era certo, Giovanni, che il frate venisse alla riunione? Sì, n’era certissimo. Don Clemente ne aveva ottenuto il permesso dal Padre Abate, stando lui, Giovanni, al monastero; e gliel’aveva detto subito. Verrebbe e condurrebbe seco quel garzone ortolano di cui gli aveva parlato, per farglielo conoscere. Così un’altra volta l’ortolano verrebbe solo e gl’insegnerebbe a rincalzar le patate nel campicello dietro la villa che Giovanni aveva pure preso in affitto per lavorarlo con le proprie mani. Questa del lavoro manuale era una piccola mania di Giovanni, venutagli tardi, che dispiaceva un poco a Maria, parendole cosa non più conveniente alle sue abitudini, alla sua età. La rispettava, però, e tacque. In quel momento la ragazza di Affile che li serviva entrò ad avvertire che quei signori stavano salendo la scala, e che la cena sarebbe pronta subito. Tre persone salivano infatti per la scaletta a chiocciola del villino. Giovanni scese loro incontro. Il primo era il suo giovane amico di Leynì, che si scusò, salutandolo, di precedere i compagni, due ecclesiastici. «Sono il cerimoniere» diss’egli. E li presentò lì sulla scala: «Il signor abate Marinier, di Ginevra. Don Paolo Farè, di Varese, che Lei conosce già di nome.» Selva rimase un po’ perplesso ma poi si affrettò a far salire i suoi visitatori, li avviò alla terrazza dov’erano già disposte delle sedie. «E Dane?» diss’egli, inquieto a di Leynì, pigliando a braccetto.«E il professor Minucci? E il padre Salvati?» «Sono qui» rispose il giovine sorridendo. «Sono all’Aniene. Le racconterò, è tutta una storia, verranno subito» Intanto l’abate Marinier esclamava uscendo sulla terrazza: «Oh, c’est admirable!» E don Paolo Farè, da buon comasco, mormorava:«sì, bello, bello,» col tôno discreto di chi pensa:«Ma se vedeste il mio paese!». Sopraggiunse Maria, si rinnovarono le presentazioni e di Leynì raccontò la sua storia, mentre Marinier girava i piccoli occhi scintillanti per il paesaggio, dalla piramide di Subiaco, quinta fosca del chiaro sfondo di ponente, ai prossimi carpineti selvaggi del Francolano che serra, scuro e grande, il levante. Don Farè divorava con gli occhi Selva, l’autore di scritti critici sul Vecchio e Nuovo Testamento, e particolarmente di un libro sulle basi della futura teologia cattolica, che avevano innalzata e trasfigurata la sua fede. La storia del barone di Leynì era che alla stazione di Mandela tirava un gran vento, che il professore Dane temeva forte di esservisi buscata un’infreddatura, che sospettando di non trovare cognac in casa di un odiatore dell’alcool come il signor Selva, ed essendo anche l’ora in cui soleva pigliare ogni giorno due uova, s’era fermato all’Albergo dell’Aniene per avere le uova e il cognac; che sulla terrazza della trattoria, verso il fiume, c’era troppa aria e negli stanzini attigui troppa poca; che si era fatto servire il suo pasto in una camera dell’albergo e aveva rimandato le uova due volte; che loro erano partiti a piedi lasciando il professore Minucci e il padre Salvati a tenergli compagnia. Poiché il delicato, freddoloso professore Dane non c’era, Giovanni propose il cenare sulla terrazza. Ne smise però subito l’idea vedendo che garbava poco all’abate di Ginevra. L’elegante, mondano Marinier, amico di Dane, aveva la stessa cura del proprio individuo, con maggiore dissimulazione e senza scuse di salute. Non aveva cenato all’Aniene con l’amico suo perché la cucina dell’Aniene gli era parsa, in una sua prima visita a Subiaco, troppo semplice, e sperava dalla signora Selva una cena francese. Di Leynì sapeva bene quanto la speranza fosse fallace; maliziosamente, non lo aveva istruito. Nel salottino da pranzo appena ci capivano i cinque commensali. Guai se fossero venuti anche gli altri due! Per verità né l’abate Marinier, né don Farè erano attesi. Altri, invece, mancava. Mancavano un frate e un prete, uomini conosciuti, che avrebbero dovuto venire dall’alta Italia. Si erano scusati l’uno e l’altro, per lettera, con vivo rincrescimento di Selva e di Farè pure, e del di Leynì. Marinier si scusò, invece, di essere venuto. Era stato Dane, il colpevole. E per don Paolo Farè il colpevole era stato di Leynì. Selva protestò. Amici di amici, come non sarebbero graditi? E tanto di Leynì quanto Dane sapevano di potere accompagnare persone di loro fiducia, persone che dividessero le loro idee. Maria non parlava; Marinier le piaceva poco. Anche le pareva che Dane e di Leynì avrebbero fatto bene a non portare altri senza avvertire. Parlò Marinier, dopo aver esplorato con gli occhi, aggrottando lievemente le sopracciglia, una zuppa di fave. «Io non so» diss’egli «se recheremo noia alla signora Selva discorrendo un poco adesso di quello che sarà poi il discorso della riunione.» Maria lo rassicurò. Ella non avrebbe partecipato alla riunione ma pigliava moltissimo interesse allo scopo. «Bene» proseguì Marinier «allora sarà molto utile per me che io conosca esattamente questo scopo, perché Dane me ne ha parlato non con tanta precisione, e io non posso esser sicuro di dividere le vostre idee in tutto.» Don Paolo non seppe trattenere un gesto d’impazienza. Anche Selva parve un po’ seccato, perché davvero un consenso in certe idee fondamentali era necessario. Senza di esso la riunione poteva riescire peggio che inutile, pericolosa. «Ecco» diss’egli «siamo parecchi cattolici, in Italia e fuori d’Italia, ecclesiastici e laici, che desideriamo una riforma della Chiesa. La desideriamo senza ribellioni, operata dall’autorità legittima. Desideriamo riforme dell’insegnamento religioso, riforme del culto, riforme della disciplina del clero, riforme anche nel supremo governo della Chiesa. Per questo abbiamo bisogno di creare un’opinione che induca l’autorità legittima ad agire di conformità sia pure fra venti, trenta, cinquant’anni. Ora noi che pensiamo così siamo affatto disgregati. Non sappiamo l’uno dell’altro, eccetto i pochi che pubblicano articoli o libri. Molto probabilmente vi è nel mondo cattolico una grandissima quantità di persone religiose e colte che pensano come noi. Io ho pensato che sarebbe utilissimo, per la p********a dalle nostre idee, almeno di conoscerci. Stasera ci si riunisce in pochi per una prima intesa.» Mentre Giovanni parlava, gli altri tenevano gli occhi sull’abate ginevrino. L’abate guardava nel suo piatto. Seguì un breve silenzio. Giovanni lo ruppe il primo. «Il professore Dane» diss’egli «non Le aveva detto questo?» «Sì sì» rispose l’abate, levando finalmente gli occhi dal piatto «qualche cosa di simile.» Il tono fu d’uno che approvasse poco. Ma perché, allora, era venuto? Don Paolo faceva smorfie di malcontento, gli altri tacevano. Vi fu un momento d’imbarazzo. Marinier disse: «Ne parleremo stasera.» «Sì» ripeté Selva, tranquillo. «Ne riparleremo stasera.» Pensava che avrebbe trovato nell’abate un avversario e che Dane aveva commesso un errore di giudizio e di tatto invitandolo alla riunione. Si confortò in pari tempo con la tacita riflessione che l’udirsi rappresentare tutte le obbiezioni possibili sarebbe utile; e che un amico del professore Dane sarebbe almeno onesto, non propalerebbe nomi e discorsi ancora da tacersi. Invece il giovine di Leynì si crucciava di questo pericolo, sapendo quante e quanto diverse amicizie tenesse l’abate Marinier in Roma, dove dimorava da cinque anni per certi suoi studi storici; e si crucciava di non avere saputo della sua venuta in tempo di scriverne ai Selva, per suggerir loro che intraprendessero la sua conquista incominciando dal palato. La mensa di casa Selva, sempre nitidissima e fiorita, era, quanto ai cibi, molto parsimoniosa, molto semplice. I Selva non bevevano vino mai. Il vino chiaretto, acerbetto di Subiaco non poteva che inasprire un uomo avvezzo ai vini di Francia. La ragazza di Affile aveva già servito il caffè quando arrivarono, a un punto, don Clemente a piedi da Santa Scolastica, Dane, il padre Salvati, e il professore Minucci in un legno a due cavalli da Subiaco. Ma don Clemente, ch’era seguito dal suo ortolano, vista la carrozza movere verso il cancello del villino e non dubitando che portasse gente a casa Selva, affrettò il passo perché Giovanni e l’ortolano potessero vedersi, parlarsi un minuto, prima della riunione. I Selva e i loro tre commensali si erano levati da cena e Maria, uscendo, a braccio del cavalleresco abate Marinier, sulla terrazza, vide, benché annotasse già, il benedettino sul ripido sentiero che sale dal cancello aperto sulla via pubblica. Lo salutò dall’alto e lo pregò di aspettare, a piè della scala, che gli facessero lume. Scese ella stessa col lume la scala a chiocciola, accennò a don Clemente di volergli parlare e diede un’occhiata significativa all’uomo che gli stava dietro le spalle. Don Clemente si voltò a costui, gli disse di stare ad attenderlo lì fuori sotto le rubinie; e saliti, al muto invito della signora, alcuni scalini, sostò ad ascoltarla. Ella gli parlò, frettolosa, dei suoi tre ospiti e particolarmente dell’abate Marinier. Disse che stava in pena per suo marito il quale aveva posto tanto amore e tanta fede nell’idea di questa associazione cattolica e ora si troverebbe a fronte di una inattesa opposizione. Desiderava che don Clemente lo sapesse, che fosse preparato. Glielo diceva lei perché suo marito non poteva in quel momento lasciare i suoi ospiti. E si congedava, nel tempo stesso, da don Clemente, non avendo intenzione, lei donna e tanto ignorante, di assistere alla seduta. Forse lo avrebbe riveduto fra pochi giorni, al monastero. Non era il Padre foresterario, egli? Ella verrebbe forse fra tre o quattro giorni a Santa scolastica con una sua sorella… A questo punto la signora Selva alzò involontariamente il lume per vedere meglio il suo interlocutore in viso, e subito se ne pentì come di un mancato rispetto a quell’anima certamente santa, certamente pari di virile e verginale bellezza all’alta, snella persona, al viso eretto abitualmente in atto quasi di franca modestia militare, tanto nobile nella fronte spaziosa, negli occhi cerulei chiari, spiranti a un punto dolcezza femminea e maschio fuoco. «Ci sarà pure» disse a bassa voce, vergognando di sé «un’amica intima di mia sorella, certa signora Dessalle.» Don Clemente voltò la testa di scatto, e Maria n’ebbe il contraccolpo, tremò. Era dunque lui! Egli le rivolse subito il viso da capo. Era un po’ acceso ma composto. «Scusi» diss’egli «questa signora, come si chiama?» «Chi? La Dessalle?» «Sì.» «Si chiama Jeanne.» «Che età può avere?» «Non lo so. Tra i trenta e i trentacinque anni direi.» Adesso Maria non comprendeva più. Il padre faceva queste domande con tanta indifferente calma! Ne arrischiò una essa pure. «Lei la conosce, padre?» Don Clemente non rispose. Sopraggiungeva in quel momento il povero gottoso Dane, che con grande stento si era trascinato su dal cancello a braccio del professore Minucci. Erano amici di casa l’uno e l’altro; la signora Selva fece loro un’accoglienza gentile ma lievemente distratta. La seduta si tenne nello studiolo di Giovanni. Era così piccolo che il bollente don Farè, non potendosi tenere aperte le finestre per un dovuto riguardo ai reumi di Dane, vi si sentiva soffocare e lo disse con la sua rudezza lombarda. Gli altri finsero di non udire, meno di Leynì, che gli accennò silenziosamente di non insistere, e Giovanni che aperse l’uscio del corridoio e l’altro vicino che dal corridoio mette sulla terrazza. Dane sentì subito un odore di bosco umido e bisognò chiudere. Sullo scrittoio ardeva una vecchia lampada a petrolio. Il professore Minucci soffriva di occhi e chiese timidamente un paralume, che fu cercato, trovato e posto. Don Paolo si fremette dentro: «questa è un’infermeria!» e anche il suo amico di Leynì, a cui pareva che tante piccole cure si dovessero in quel momento dimenticare, ebbe uno spiacevole senso di freddo. Lo ebbe lo stesso Giovanni ma riflesso; sentì l’impressione che del Dane e forse anche del Minucci doveano riportare coloro, fra i presenti, che non li conoscevano. Egli li conosceva. Il Dane, con tutti i suoi reumi e i nervi e i sessantadue anni, possedeva, oltre al sapere grande, una indomita vigoria di spirito, un coraggio morale a tutta prova. Andrea Minucci, malgrado il biondo pelo rabbuffato, gli occhiali, certa rigidezza di movimenti, che gli davano un aspetto di erudito tedesco, era una giovane anima delle più ardenti, provata dalla vita, non effervescente alla superficie come l’anima del prete lombardo, ma chiusa nel proprio fuoco, severa, probabilmente più forte. Giovanni prese la parola con animo franco. Ringraziò i presenti e scusò gli assenti, il frate e il prete, dolendosi però molto che mancassero. Disse che a ogni modo la loro adesione era sicura e insistette sul valore di quest’adesione. Soggiunse parlando più alto e più lento, tenendo gli occhi sull’abate Marinier, che per ora stimava prudente non divulgare niente né della riunione, né delle deliberazioni che vi si prendessero; e pregò tutti a considerarsi legati al silenzio da un impegno di onore. Quindi espose l’idea che aveva concepita, lo scopo della riunione, un po’ più diffusamente che non avesse fatto a cena.
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