Don Clemente-1

2000 Words
Don Clemente La luce veniva meno, nello studio di Giovanni Selva, sul tavolino ingombro di libri e di carte. Giovanni si alzò, aperse la finestra di ponente. L’orizzonte ardeva, dietro il prossimo Subiaco, sulla obliqua fuga dei monti Sabini che da Rocca di Canterano e Rocca di Mezzo vanno verso Rocca San Stefano. Subiaco, l’aguzza catasta di case e casupole grigie che si appunta nella Rocca del Cardinale, si era velata di ombra; non si moveva fronda degli ulivi affollati a tergo della villetta rossa dalle persiane verdi, ritta in testa dello scoglio tondo cui la pubblica via cinge al piede; non si moveva fronda della gran quercia pendente al suo fianco, sopra il piccolo oratorio antico di S. Maria della Febbre. L’aria, odorata d’erbe selvagge e di pioggia recente, spirava fresca da Monte Calvo. Erano le sette e un quarto. Nella conca bella che l'Aniene riga le campane suonarono; prima la grossa di Sant'Andrea, poi le querule di Santa Maria della Valle e in alto, a destra, dalla chiesetta bianca presso la grande macchia, quelle dei Cappuccini, poi altre ancora, lontane. Una femminile voce sommessa, soave, una voce di venticinque anni, disse dall'uscio socchiuso alle spalle di Giovanni, quasi timidamente, in francese: «Posso venire?» Giovanni si volse a mezzo, sorridendo, stese un braccio, raccolse e strinse a sé la giovine signora senza rispondere. Ella sentì che non doveva parlare, che suo marito seguiva con l’anima la luce moribonda e il canto mistico delle campane. Gli piegò il capo sull’omero e solo dopo un minuto di silenzio religioso, gli disse piano: «Diciamo la nostra preghiera?» Una stretta del caro braccio le rispose. Né le labbra di lei né quelle di lui si apersero. Soltanto gli occhi dell’una e dell’altro ingrandirono aspirando all’Infinito, si colorarono di riverenza e di tristezza, dei pensieri che non si dicono, dell’incerto futuro, delle porte oscure che mettono a Dio. Le campane tacquero e la signora Selva pose negli occhi del marito gli azzurri suoi, avidi, gli porse la bocca. La testa canuta dell’uomo e la bionda della donna si congiunsero in un lungo bacio che avrebbe fatto stupire il mondo. Maria d’Arxel si era innamorata a ventun’anni di Giovanni Selva per averne letto un libro di filosofia religiosa, tradotto in francese. Scrisse all’ignoto autore parole tanto calde di ammirazione che Selva le rispose accennando ai suoi cinquantasei anni e ai suoi capelli bianchi La signorina replicò che sapeva, che non offriva né chiedeva amore, che avrebbe soltanto desiderato qualche rigo di tanto in tanto. Le sue lettere lucevano d’ingegno infuocato. Giunsero a Selva mentr’egli si dibatteva in una oscura crisi, in una lotta amarissima che non accade raccontare qui. Pensò che questa Maria d’Arxel poteva essere una stella di salute. Le scrisse ancora. «Sai che anniversario è oggi » disse Maria. «Ti ricordi?» Giovanni ricordava; era l’anniversario del loro primo incontro. Le due anime si erano rivelate l’una all’altra, nella corrispondenza, sino al fondo, con indicibili ardori di sincerità; e le persone non si erano vedute che nei ritratti. Sin dalla quarta o dalla quinta lettera scambiata, Giovanni aveva chiesto alla signorina sconosciuta il suo; attesa, temuta domanda. La signorina consentì a patto di riavere tosto la fotografia, e spasimò fino a che non le giunse di ritorno con parole dolcissime dell’amico rapito dalla giovanilità intellettuale, appassionata, del viso di lei, dalla dolcezza degli occhi grandi, dalla eleganza del busto. Poi, quando si erano accordati d’incontrarsi, venendo lui dal lago di Como e lei da Bruxelles, a Hergyswyl, presso Lucerna, erano state febbri di terrori per l’uno e per l’altra. Ella pensava: «Il ritratto piacque, ma le movenze della persona vera, una linea, un colore delle vesti, il modo dell’incontro, le parole prime, il tono della voce possono forse distrugger d’un colpo il suo amore.» Egli pensava: «Conosce il mio viso guasto dagli anni, i miei capelli bianchi, li ama nei ritratti ma ogni giorno più mi sciupa, forse al vedermi questo incredibile amore cadrà di un colpo.» Egli era giunto a Hergyswyl qualche ora prima di lei col piroscafo; ella, partita il mattino da Basilea, vi era arrivata nel pomeriggio con la Brünigbahn. «Sai» soggiunse Maria «quando non ti vidi alla stazione il mio primo sentimento fu di piacere; tremavo tanto! Il secondo no, il secondo fu di terrore.» Giovanni sorrise. «Questo non me lo hai mai raccontato» diss’egli. La giovine moglie lo guardò, sorrise alla sua volta. «Anche tu, forse, non mi hai detto proprio tutto tutto di quei momenti.» Giovanni le prese il collo fra le mani, le mormorò all’orecchio: «Vero.» Ella trasalì, rise di aver trasalito; e Giovanni rise con lei. «Cosa, cosa?» diss’ella, rossa in viso, malcontenta e tuttavia ridente. Suo marito le sussurrò ancora, in tono di grande mistero: «Che avevi il cappello in disordine.» «No, non è vero! Non è vero!» Scintillante di riso e fremente insieme all’idea di un gran pericolo corso senza saperlo, ella protestò che non era possibile, che si era tanto guardata, prima di arrivare a Hergyswyl, nello specchietto del suo nécessaire. E riandarono insieme scherzando, baciando ella spesso il petto di lui ed egli i capelli di lei, ogni momento di quell’ora passata da due anni. Giovanni non l’aveva attesa alla stazione dov’era una folla di villeggianti, ma pochi passi lontano, sulla via dell’albergo. L’aveva veduta venire, alta, snella, con una piccola fronda in seno di olea fragrans, il segno convenuto; le era andato incontro a capo scoperto, si erano stretta la mano forte forte, senza parlare. Egli aveva fatto cenno al portiere, che seguiva con la valigia della viaggiatrice, di precederli. Poi si erano incamminati adagio, stretti alla gola da una emozione senza nome. Ell’aveva sussurrato per la prima, con la sua voce dolce e fine di dama: «Mon ami.» Allora egli aveva parlato sommessamente, con parole rotte, della sua ebbrezza, del suo amore, del suo rapimento, e non si era poi accorto di avere oltrepassato l’albergo e per ben due volte né l’una né l’altro avevano udito il portiere chiamarli alle spalle: «Monsieur! Madame! C’est ici! C’est ici!» Poi la viaggiatrice era salita nella sua camera, sorridente, ma pallida di stanchezza e di mal di capo. Giovanni aveva ripreso a passeggiare fra gli orti e i frutteti piani di Hergyswyl, a caso, respirando da uomo spossato per l’eccesso del sentire, benedicendo ogni sasso e ogni foglia del verde angolo di terra straniera, il lago che gli dorme in seno, la folla, in faccia, delle grandi religiose montagne, benedicendo Iddio che gli aveva donato, alla sua età, un tale amore. Ed era ritornato presto, troppo presto, all’albergo. I due soli ospiti del piccolo albergo in quel giorno di maggio, un vecchio professore tedesco e sua figlia, erano saliti al Pilato. Nel salottino di lettura non c’era nessuno. In quel salottino Maria e Giovanni avevano passato due ore felici, tenendosi per mano, parlando a bassa voce, palpitando spesso di paura che qualcuno entrasse. «Ti ricordi» disse Maria «che nel salottino, di fianco al canapè dove eravamo seduti, ci stava un caminetto?» «Sì, cara.» «E che faceva freddo benché fosse maggio, tanto che un cameriere è venuto ad accendere il fuoco?» «Sì, e mi ricordo che allora ti ho fatto piangere.» «Potresti ripeterla oggi, quella cosa?» «Oh no!» Così dicendo, Giovanni baciò riverente la bianca fronte della donna sua come una cosa santa. Quando a Hergyswyl il cameriere era venuto ad accendere il fuoco nel salottino, Giovanni aveva lasciato la mano diletta e, indugiandosi colui, aveva detto: «il vecchio ceppo brucerà bene sino alla fine, ma chi sa quanto possa durare la vampa giovine?» Maria non aveva risposto, lo aveva guardato con occhi dilatati, offuscati nel freddo tocco dell’ingiusto sospetto, come vetri di una serra infocata nel tocco del gelo esterno. No, Giovanni non aveva mai più pensata una cosa simile. Si dicevano spesso, egli e Maria, che non v’era forse sulla terra un’altra unione come la loro, altrettanto piena e penetrata di pace per la sicurezza solennemente grave e dolce che, comunque Iddio avesse a disporre le esistenze loro dopo la morte, certo l’uno e l’altro spirito sarebbero stati congiunti nell’amore della Divina Volontà. Però non lasciavano di confidare al Signore il sospiro dell’anima. La preghiera che avevano dianzi pregata insieme contemplandola nel proprio interno, era stata composta da Giovanni e diceva così: «Padre, sia di noi come pregò Gesù l’ultima sera; una vita con Esso in Voi, per l’eternità.» Eran due e uno anche in presente, nel senso più stretto ed esatto della parola, perché pure nella loro unità spirituale si vedeva la dualità; come a una corrente cerulea talvolta si confonde una corrente verde e nel primo lor fluire commisto balenano qua e là rotte ondate color di bosco, rotte ondate color di cielo. Giovanni era un mistico che di ogni amore umano si faceva in cuore un’armonia col divino. Sua moglie, venuta per lui dal protestantesimo a un cattolicismo assetato di ragione, gli si era infusa quanto aveva potuto nell’anima mistica; ma in lei l’amore di Giovanni soverchiava ogni altro sentimento. Ella era ricca, egli agiato; vivevano tuttavia quasi poveramente, per aver modo di liberalità larghe, l’inverno in Roma, dall’aprile al novembre in Subiaco, nella modesta villetta di cui avevano appigionato il secondo piano. Non spendevano abbondantemente che in libri e nella corrispondenza. Giovanni preparava un’opera sulle ragioni della morale cristiana. Sua moglie leggeva per lui, scriveva sunti, pigliava note. «Mi piacerebbe tanto andare a Hergyswyl, l’anno venturo» diss’ella. «Vorrei che tu vi scrivessi l’ultimo capitolo del libro, il capitolo della Purità!» Giunse le mani, così dicendo, felice nella visione del paesello appiattato fra i meli in fondo al piccolo golfo, del lago sereno, delle grandi montagne religiose, di giorni tranquilli dati al lavoro e alla contemplazione in pace. Conosceva tutto il disegno dell’opera di suo marito e la tesi di ogni capitolo con i suoi principali argomenti. Il capitolo della Purità le piaceva più di tutti, per la forte trama razionale. Suo marito intendeva porvi e sciogliervi questo problema: «Perché il Cristianesimo esalta come un elemento di perfezione umana la rinuncia che contraddice alle leggi della Natura, che travaglia l’uomo di lotte fierissime senza giovare a nessuno, che a possibili vite umane chiude la via dell’esistere?» La risposta doveva discendere dallo studio del fenomeno morale nelle sue origini storiche e nel suo sviluppo, cui erano dedicati i primi capitoli dell’opera. Selva vi dimostrava con l’esempio de’ bruti che si sacrificano per la prole o per i compagni del branco e sono talvolta capaci di unioni strettamente monogamiche, come nella natura animale inferiore lo stimolo morale si palesi e si venga sviluppando in antagonismo con gli stimoli dell’istinto corporeo. Egli vi sosteneva l’ipotesi che si elaborasse così progressivamente nelle specie inferiori la coscienza umana. Si proponeva ora di rifarsi da queste conclusioni e determinare il principio generale che la rinuncia al piacere corporeo per una soddisfazione di ordine superiore significa sforzo della specie verso una superiore forma di esistenza. Avrebbe quindi esaminato il fatto straordinario di quegl’individui umani che agli stimoli del piacere corporeo, grandemente ringagliarditi per la complicità dell’intelligenza e della immaginazione col senso, contrappongono energie di rinuncia più forti ancora, senz’altro obbietto che di onorare la Divinità. Avrebbe dimostrato che parecchie religioni ne forniscono esempi, che la rinuncia vi è glorificata, che resta però sempre un atto libero dell’individuo. Avrebbe riconosciuto che sarebbe atto biasimevole e stolto se non rispondesse a un misterioso impulso della stessa natura, dell’elemento detto spirituale che persiste nell’antico antagonismo con gli stimoli dell’istinto corporeo per effetto di una legge cosmica. Inconscii collaboratori di Colui che governa l’Universo, gli eroi della rinuncia suprema si credono di onorarlo col semplice sacrificio, mentre incarnano in fatto, giusta il Divino Disegno, la energia progressiva della specie, preparano al proprio elemento spirituale il potere di crearsi una forma corporea superiore, più simile ad esso; onde la purità loro è perfezione umana, è altezza in cui la natura nostra culmina e tocca i nebulosi principii d’una ignota natura sovrumana. «Se io penso alla Purità incarnata» disse Giovanni «mi vedo davanti don Clemente. Ti ho detto che viene alla riunione di stasera? Scenderà subito dopo cena.» Maria trasalì. «Oh! » diss’ella, «e io che dimenticavo! Mi ha scritto Noemi. Partiva da Milano ieri, con i Dessalle. Si fermano a Roma forse un paio di giorni e poi vengono.» «Te ne sei ricordata perché ho nominato don Clemente» disse Giovanni sorridendo. «Sì» rispose sua moglie «ma però, sai che non credo.» L’alta fronte, gli occhi azzurri di don Clemente tanto sereni e puri, come avrebbero conosciuta la passione? Anche nella voce soffice, sommessa, quasi timida del giovane benedettino era, secondo Maria, un troppo delicato pudore, un candore troppo virgineo. «Non credi» replicò Giovanni «e forse avrai ragione, forse non sarà Maironi. Però stasera converrà pure fargli sapere, in qualche modo, che questa signora Jeanne Dessalle sta per venire a Subiaco e che visiterà, naturalmente, i Conventi. È anche il Padre foresterario, lui; dovrebbe accompagnarla.»
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