Un viandante, che avevano incontrato all’entrata della stretta via tenebrosa, tornò indietro e ripassando accanto alle signore, le guardò fisso. Jeanne pretese di aver paura di quell’uomo, si fermò, chiamò Carlino, propose di ritornare a casa. La sua voce era veramente alterata ma Carlino non poteva credere che avesse paura. Paura di che? Non vedeva là davanti, a pochi passi, i lumi della Grande Place? Egli conosceva, del resto, quell’uomo e lo avrebbe posto nel suo romanzo. Era il fratello di Edith dal collo di cigno, ora spirito delle tenebre, condannato a vagare la notte per le vie di Bruges, in pena di avere tentata la seduzione di Santa Gunhild, sorella di re Harold. Ogni volta che Carlino si era avventurato la notte per i quartieri più deserti di Bruges, aveva veduto aggirarvisi come a caso quell’uomo sinistro.
«Bel modo» fece Noemi «di rassicurare la gente!»
Carlino si strinse nelle spalle e dichiarò che l’incontro era stato fortunato perché gli aveva fatto venire in mente il nome di Gunhild per la sua eroina, Noemi essendo un nome da suocera.
Nell’ombra nera delle Halles enormi, torreggianti da manca sulla via, l’uomo sinistro ritornato sui suoi passi sfiorò quasi il fianco di Jeanne che stavolta rabbrividì davvero. In quel mentre le innumerevoli campane suonarono fra le nubi sopra il suo capo.
Ella strinse convulsivamente, senza parlare, il braccio di Noemi. Attraversarono la piazza in silenzio. Carlino le mise per una via a sinistra, pure deserta ma tutta chiara della luna imminente ai dentati culmini bruni delle case. Jeanne mormorò alla sua compagna:
«Affrettiamo, ritorniamo a casa presto».
Ma Carlino, udendo un suono di musica da ballo venire dall’Hôtel de Flandre, ordinò loro di fermarsi e diede di piglio al taccuino. Noemi stava dicendo qualche cosa sull’Hôtel de Flandre dove aveva alloggiato anni prima, quando Jeanne le domandò di scatto:
«È Maria che ti scrive una storia tanto lunga?»
Noemi rispose, non sorpresa ma piuttosto trepidante:
«Sì, Maria.»
«Non capisco,» replicò Jeanne «perché si sia presa tutta questa briga.»
Noemi non rispose. Carlino diede l’ordine di rimettersi in cammino. S’incamminarono e Noemi non parlava.
«Eh?» riprese Jeanne. «Perché si sarà presa tutta questa briga?»
Noemi non parlò. Jeanne le scosse il braccio che teneva ancora.
«Non rispondi? Cosa pensi?»
Benché ambedue, ora, tacessero, non udirono Carlino che gridava di piegare a sinistra. Egli sopraggiunse arrabbiato, le spinse, tempestando, per le spalle, alla volta di un’altra via, ed esse ubbidirono senz’accorgersi mai di quelle voci né di quel modo.
«Non rispondi?» ripeté Jeanne fra risentita e attonita.
Noemi le strinse il braccio alla sua volta.
«Aspettiamo di essere a casa» diss’ella.
Carlino gridò:
«Fermatevi sotto gli alberi!»
Ma Jeanne si fermò subito, nell’affacciarsi a un improvviso largo, a piccoli alberi, a un gran fianco di cattedrale vetusta, battuto dalla luna. Si fermò e allungando il braccio che teneva sotto quello di Noemi, le afferrò la mano, le disse vibrando affannosamente:
«Noemi, dimmelo subito; hai raccontato qualche cosa a tua sorella?»
Carlino gridò che potevano fermarsi anche lì, ma che simulassero un discorso interessante.
Noemi rispose all’amica un sì così debole, così timido, che Jeanne capì tutto. Maria Selva credeva che il suo frate, questo don Clemente, fosse Piero Maironi.
«Oh, Signore!» esclamò stringendo forte forte la mano di Noemi. «Ma lo dice, lo dice, anche?»
«Cosa?»
«Eh, cosa!»
Santo cielo, che ci voleva per farla parlar chiaro, questa creatura? Jeanne si sciolse da lei che subito, spaventata, le si riappiccicò al braccio.
«Brave!» gridò Carlino. «Ma non troppo!»
«Perdonami!» supplicò Noemi. «È un dubbio, dopo tutto, è una congettura. Sì, lo dice.»
«No!» fece Jeanne, risoluta, scotendo via il dubbio e la congettura. «Non è lui, non è possibile. Non è mai stato musicista!»
«No, no, non sarà lui, non sarà lui» si affrettò a dire a Noemi, sotto voce, perché veniva Carlino. Questi sopraggiunse, lodò, espresse il desiderio che si inoltrassero lentamente fra gli alberi.
Sotto gli alberi Jeanne si dolse, quasi sdegnosamente, che l’amica avesse aspettato quel momento a farle un discorso simile, che non avesse parlato prima, in casa. E tornò a protestare che questo benedettino non poteva essere Maironi, che Maironi non era mai stato musicista. Noemi si giustificò. Aveva avuto in animo di parlare al ritorno dall’Ospitale di S. Giovanni, dalla visita ai Memling, ma Jeanne era già tanto triste! Però ne avrebbe parlato se non fosse venuto Carlino. E ora, a passeggio, interrogata, non aveva saputo schermirsi. Se, quando erano ferme presso l’Hôtel de Flandre, Jeanne non avesse ricondotto il discorso a quel tema, sarebbe stata cosa finita; e lei, Noemi, non ne avrebbe riparlato che a casa.
«E tua sorella crede proprio…?» disse Jeanne.
Ecco, Maria dubitava. Pareva che il persuaso fosse Giovanni. Giovanni era certo; almeno Maria scriveva così. A questa risposta di Noemi Jeanne scattò. Come poteva esser certo, suo cognato? Che ne sapeva? Maironi non era capace di metter giù un accordo, sul piano. Ecco la bella certezza! Noemi osservò sommessamente che in tre anni poteva avere imparato, che i frati hanno interesse a educare i musicisti per l’organo.
«Allora lo credi anche tu?» esclamò Jeanne. Noemi balbettò un non so così incerto che Jeanne, agitatissima, dichiarò di voler partire subito per Subiaco, di voler sapere. C’era già l’intelligenza con Maria Selva di condurle sua sorella. Adesso penserebbe lei a persuadere Carlino di partire immediatamente. Noemi si mostrò spaventata. Suo cognato non avrebbe voluto che la Dessalle venisse più a Subiaco, tanto per la pace di lei quanto per la pace di don Clemente. Noemi aveva la missione di farle comprendere la convenienza di una tale rinuncia. Selva era guarito e offriva di venir lui a prendere la cognata; anche nel Belgio, se fosse necessario. Ella si trovò a combattere, intanto, l’idea di partire subito. Non fece che irritare Jeanne, la quale protestò e riprotestò che i Selva s’ingannavano; né seppe dare altra ragione del suo violento resistere. Carlino, udito un aspro «basta!» di sua sorella, accorse. Litigavano, il prete e la signorina? Adesso che dovevano cominciare le tenerezze mistiche?
«Ci lasci in pace» rispose Noemi. « A quest’ora il Suo prete di novant’anni sarebbe morto dieci volte di stanchezza. Non ci dia più ordini. Guiderò io, che conosco Bruges meglio di Lei. E Lei stia cento passi indietro.»
Carlino non seppe replicare che «oh oh! – oh oh! – oh oh!» e la D’Arxel si portò via Jeanne avviandosi lungo la cancellata del piccolo cimitero di Saint-Sauveur. Le parve giunto il momento di metter fuori l’ultima rivelazione.
«Credo che Giovanni abbia ragione, sai» diss’ella. «Questo don Clemente è di Brescia.»
Allora Jeanne, presa da un impeto di dolore, cinse con un braccio il collo dell’amica, ruppe in singhiozzi. Noemi, atterrita, la supplicò di chetarsi.
«Per amor di Dio, Jeanne!»
Questa le domandò, fra un singhiozzo soffocato e l’altro, se Carlino sapesse. Oh no, ma che direbbe adesso?
«Qui non può vedere» singhiozzò Jeanne.
Erano nell’ombra della chiesa. Noemi ammirò che Jeanne, in preda a quell’emozione, se ne fosse accorta.
«Per carità, non sappia niente! Per carità!»
Noemi promise di non parlare. Jeanne si venne a poco a poco chetando e fu la prima a muoversi. Ah esser sola, esser sola nella sua camera! La vista della torre di Notre Dame saettante il cielo con la guglia affilata le fece male come la vista di un nemico vincitore e implacabile. Lo comprendeva bene adesso, si era illusa per tre anni di non avere più speranza. Come soffriva e si dibatteva la sua speranza creduta morta, come si ostinava a tempestarle nel cuore: no, no, non si è fatto frate, non è lui! Ella strinse con uno spasimo di desiderio il braccio di Noemi. Lo voce consolatrice si affievolì, venne meno. Probabilmente era lui, probabilmente tutto era proprio finito per sempre. Il silenzio della notte, la tristezza della luna, la tristezza delle vie morte, un’aria gelida che si era levata, consentivano con i pensieri amari.
Oltrepassata di poco Notre Dame, ecco ancora scivolare lungo il muro, dalla parte ombrosa della via, l’uomo sinistro. Noemi affrettò il passo, desiderosa ella pure di arrivare a casa. Quando Carlino si avvide che le signore andavano diritte alla villetta invece di pigliare il ponte che conduce all’altra sponda del Lac d’amour, protestò. Come? E l’ultima scena? Avevano dimenticato? Noemi voleva ribellarsi, ma Jeanne, trepidante che Carlino venisse a scoprire qualche cosa, la pregò di cedere.
«Sul ponte» gridò Carlino «fermatevi due minuti!»
Si appoggiarono alla sbarra, guardando l’ovale specchio dell’acqua immobile. La luna si era nascosta dietro le nuvole.
«Questa illunità è divina per me» disse Carlino «Ma ora io darei metà della mia gloria futura perché nelle nuvole si aprisse una piccola finestra con una piccola stella nel mezzo, che si potesse veder nell’acqua. Voi non sapete immaginare come mi verrà quest’ultimo capitolo. Sentite. Sul quai du Rosaire voi guardavate i cigni.»
«Ma non c’erano» interruppe Noemi.
«Non importa» riprese Carlino «voi guardavate i cigni illuminati dalla luna.»
«Ma la luna non batteva sull’acqua» fece ancora Noemi.
«Ma che importa?» replicò Carlino, seccato. E siccome Noemi osservò che allora era inutile di trascinarle attorno per Bruges a quell’ora, egli paragonò poeticamente il suo studio preparatorio, le sue note quasi fotografiche, all’aglio che in cucina serve ma in tavola non si porta. E continuò a dire dei cigni e della luna.
«Voi avete allora paragonato il candor vivente e il candor morto. Il vecchio prete viene fuori con questa squisita cosa che forse il candore vivo della giovinetta s’irradia ai suoi pensieri scolorati come i suoi capelli da un principio di morte e ch’egli si sente ora nell’anima un’alba di candore tepido. Mormora poi fra sé involontariamente: «Abisag». Allora la fanciulla dice: «Chi è Abisag?» perché è ignorante come voi due che non conoscete chi è Abisag, il mio primo amore. Il prete non risponde, si avvia con la ragazza per la rue des Laines. Ella domanda ancora chi sia Abisag e il vecchio tace. Ecco quell’ombra torva, nera, che va, che viene, che si dilegua al suono delle ventiquattro campane.
«Non è esatto» mormorò Noemi. Carlino fu per dirle: stupida!
«Il prete» proseguì «paragona quell’ombra nera a uno spirito maligno che va e viene intorno agli spiriti candidi, voi non capite il legame ma il legame c’è, avido di cacciarvisi a star dentro, lui con altri peggiori di lui. Poi, qui il legame non l’ho ancora trovato ma lo troverò, si viene a parlar dell’amore. Voi avete traversato la Grande Place. Questa sera non c’era la musica, ma di solito c’è, e suppongo che allora vi si faccia molto all’amore cogli occhi come in tutto il mondo. Il vecchio torrione e il vecchio prete mostrano certa indulgenza; invece la giovinetta trova stupide queste forme dell’amore, le sdegna. È l’amore della terra, dice il prete. Ed ecco l’Hôtel de Flandre, la musica del ballo di nozze.
«Come?» esclamò Noemi «Era un ballo di nozze?»
Carlino strinse, scrollò i pugni, soffiando dall’impazienza; e proseguì, dopo un sospiro:
«La giovinetta domanda: vi è un amore del cielo? Allora io vi ho detto di fermarvi sotto gli alberi di Saint-Sauveur e voi vi siete invece fermate all’entrata della piazza. Fa niente, si vedeva la cattedrale, basta. Il prete risponde: sì, vi è un amore del cielo. La maestà della cattedrale antica, della notte, del silenzio, lo esalta. Egli parla. Io non posso dirvi adesso la sua tirata, l’ho in mente assai confusa, ma insomma il succo è questo che anche l’amore del cielo nasce sulla terra e che non vi matura mai. Il vecchio si lascerà andare quasi a delle confessioni. Confesserà col petto ansante, colla parola accesa, di aver sentito, non particolari inclinazioni a persone, né inclinazioni da doversene vergognare, ma un’aspirazione intellettuale e morale a congiungersi con una femminilità incorporea che fosse complemento dell’essere suo incorporeo, restandone però insieme tanto divisa da poter intercedere amore fra l’una e l’altro.»
«Misericordia!» mormorò Noemi. Carlino si era tanto riscaldato che non la udì.
«Pare al vecchio» diss’egli «d’intravvedere in questa unione una trinità umana simile alla Trinità divina e trova quindi giusto, trova santo che l’uomo vi aspiri. Finalmente egli tace, tutto pieno, tutto fremente delle cose che ha dette; e s’incammina verso Notre Dame. La fanciulla gli prende il braccio. Ecco l’uomo sinistro, lo spirito tentatore. Lo avete ben veduto! Dite se tutto questo non è ben trovato, non è combinato bene! Il vecchio e la fanciulla lo sfuggono, ma, come il cielo, anche il loro cuore si oscura. Adesso mi occorrerebbe un finestrino nelle nuvole, una stellina nel mezzo. Il vecchio e la fanciulla guarderebbero silenziosi la stellina tremolare nel Lac d’amour e tanti movimenti segreti dei loro pensieri metterebbero capo a quest’idea: forse, oltre le nuvole della Terra, là, in quel mondo lontano!»
Jeanne non aveva mai detto parola né mostrato di fare attenzione al racconto di suo fratello. China sulla sbarra, guardava nell’acqua scura. A questo punto si rizzò impetuosamente.
«Ma tu non lo credi!» esclamò. «Tu lo sai che sono illusioni, sogni! Tu non vorresti mai che io credessi così! Saresti capace di cacciarmi!»
«No!» protestò Carlino.
«Sì! E per fare della bella letteratura ti metti a fomentare anche tu questi sogni che snervano già tanto la gente, che sviano già tanto dalla vita vera! Non mi piace niente! Un incredulo come te! Uno persuaso, come sono persuasa io, che noi siamo bolle di sapone, che si brilla un momento e poi si ritorna non nel niente ma nel Tutto!»
«Io?» rispose Carlino, intontito. «Io non sono persuaso di niente. Io dubito. È il mio sistema, lo sai bene. Se adesso uno mi dicesse che la religione vera è quella dei Cafri o quella dei Pelli Rosse, direi: forse! Non le conosco! Io vedo la falsità di quelle che conosco e per questo non vorrei certo che tu diventassi cattolica sul serio. Cacciarti di casa, poi…!»
«Intanto ci posso andare, prima di esserne cacciata?»
Così dicendo, Jeanne prese il braccio di Noemi. Carlino pregò che facessero il giro del Lac d’amour. Chi sa, forse intanto si aprirebbe il finestrino nel cielo. Ci teneva. Noemi espresse il dubbio, ricordando la conversazione di poche ore prima, che alla finestra ci venisse proprio la signorina Fomalhaut.
«Già» fece Carlino, pensieroso. «Non avevo più pensato a Fomalhaut. Se non sarà Fomalhaut adesso, sarà Fomalhaut allora.»
Ma Noemi non aveva finito con le sue difficoltà. Se alla finestra non ci venisse nessuna stella, né grande né piccola? A questo, Carlino trovò subito rimedio. La stella ci sarà. Potrà essere telescopica, perduta in una profondità immensa, ma ci sarà. La fanciulla non la vede; la vede il prete, con i suoi occhi di presbite decrepito. Dopo la vede anche la fanciulla, per fede.»
«E così quella povera fanciulla» disse Jeanne amaramente «sulla fede di un vecchio prete mezzo cieco vedrà delle stelle che non ci sono, perderà il suo buon senso, la sua giovinezza, la sua vita, tutto. La farai bene seppellire lì al Béguinage, dopo?»
E si avviò con Noemi senz’attendere la risposta.
Fatto il giro del Lac d’amour, le due signore si trattennero lungamente sull’altro ponte; ma nessun finestrino si aperse nel cielo. Il torrione lontano delle Halles, il campanile enorme di Notre Dame, una tozza torre imminente allo stagno, gli acuti comignoli del Béguinage si disegnavano, venerabile concilio di alti vecchioni, sulle nubi lattee. Carlino, non potendo far di meglio, incominciò un ragionamento ad alta voce sul posto più opportuno per la sua finestra.
«Che giorno è oggi?» chiese Jeanne all’amica, sotto voce.
«Sabato.»
«Domani parlo a Carlino, lunedì e martedì si regolano tante cose, mercoledì si fanno i bagagli e giovedì partiamo. Puoi scrivere a tua sorella che saremo a Subiaco l’altra settimana.»
«Non decidere così! Pensaci!»
«Ho deciso. Voglio sapere. Se è lui, non lo impedirò nel suo cammino. Ma voglio vederlo.»
«Ne riparleremo domani, Jeanne. Non decidere ancora.»
«Ho pensato e ho deciso.»
Mezzanotte suonò al torrione delle Halles; suonò nelle nuvole, a lungo, il solenne canto malinconico delle innumerevoli campane. Noemi, che prima voleva insistere, tacque, piena il cuore di sgomento; come se quelle malinconiche voci del cielo notturno parlassero a lei di un destino dell’amica sua, di un destino di amore e di dolore, che si dovesse compiere.