CAPITOLO 1: ASCENSORE 1
LEON
Il clicco sordo del meccanismo che si ferma è il primo suono. Poi il silenzio. Un silenzio denso, soffocante, che si abbatte tutto in una volta in quella scatola di metallo sospesa. La luce tremola, impallidisce, e si stabilizza in un bagliore giallastro e malato. Sollevo la testa dal pavimento su cui fissavo le mie mani. Le mie mani, appunto. Le cicatrici ancora rosate, tese sulle nocche, mi ricordano a ogni movimento che il mio corpo non è più del tutto mio. Un incidente, dicono. Un secondo di distrazione. Ora c'è un prima e un dopo, tracciato a vivo sulla mia pelle.
Non sono solo.
L'odore arriva per primo. Un misto di fiore reciso, dolciastro, e di qualcosa di più acido, adrenalina forse. Giro lentamente la testa. Lei è nell'angolo opposto, appoggiata allo specchio, come per fondervisi. Una donna. Abito nero, spalle nude. Ha le mani schiacciate contro la parete dietro di sé, le dita divaricate. E la sua bocca. Ha le labbra rosse. Di un rosso violento, imperfetto, come se si fosse appena passata un dito sopra per cancellarne una parte. La traccia carminia supera il contorno, le dà un'aria allo stesso tempo devastata e fiera.
I nostri sguardi si incrociano nel riflesso dello specchio. Lei abbassa subito gli occhi, ma io l'ho vista. Un bagliore scuro, rapido. Panico? Rabbia? Non lo so.
Lascio scappare una bestemmia che soffoco in gola. «Cazzo.»
Cerco il pulsante d'allarme, lo premo. Un suono debole, ridicolo, risuona da qualche parte, lontano. Nessuno risponde. L'aria diventa immediatamente più calda, più pesante. Mi tolgo la giacca, e lo sfregamento della lana del mio maglione contro la camicia produce una scarica crepitante di elettricità statica. Il suono è anormalmente forte nel silenzio.
La vedo sussultare.
Il suo sguardo si posa sulle mie mani, sulle cicatrici che non cerco più di nascondere. Poi risale, si sofferma sulla mia bocca, sul mio collo. Sento il mio polso battere alla base della gola, e ho l'impressione che lei lo veda battere. Che il suo sguardo segua quel ritmo accelerato.
Il suo stesso polso, ora lo vedo. Una vena batte sulla tempia, dolcemente, poi più veloce. Un'altra, delicata, pulsa sul lato del suo polso, dove la pelle è così sottile che si intravedono le ossa. Incrocia e scrocincia le caviglie. Il movimento fa fremere l'orlo del suo vestito sulle ginocchia.
Lo spazio, che già non era grande, sembra contrarsi a ogni secondo. Non posso più respirare senza che l'aria che espiro sembri urtare contro di lei. Lei riempie tutto. Il suo profumo, il fruscio leggero del suo respiro, il calore che emana da lei.
È fisico. Una trazione violenta, magnetica, al centro del mio corpo. Un'attrazione che non ha niente a che vedere con la bellezza, o quasi. È un riconoscimento. Un'alchimia pericolosa e immediata. La scrutino, avido. La curva del suo collo, la clavicola sporgente, l'ombra tra i suoi seni. Penso alla pressione delle mie dita su quella pelle. Penso al segno che i miei denti potrebbero lasciarvi.
Vedo i suoi occhi scurirsi. Fissa anche lei la mia bocca. Le sue labbra socchiuse lasciano uscire un soffio corto. Ha capito. Prova la stessa cosa. Quella tensione insostenibile, quel filo teso fino a rompersi tra di noi.
La luce lampeggia una volta, due volte, e si spegne. Siamo precipitati in un nero assoluto, pesante.
La bestemmia che lei lascia sfuggire allora è solo un soffio rauco. «Mio Dio.»
Nel buio, tutti gli altri sensi si esacerbano. Sento il fruscio del suo vestito. Sento il suo profumo avvicinarsi, avvolgermi. Il calore del suo corpo a meno di un metro. Il mio cuore martella contro le costole. Sono in piedi, non ricordo di essermi alzato.
Quando la luce di emergenza si accende, debole e rossastra, lei è lì. Proprio davanti a me. Il suo alito caldo colpisce la mia tempia. Il suo sguardo è un abisso in cui mi perdo già.
Non penso più. Non esisto più. C'è solo questa attrazione, questa necessità pura e animale. La prova che sono vivo, che questa carne segnata può ancora provare qualcosa di così violento, di così vero.
Mi getto su di lei.