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Intensissimo

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Blurb

Due sconosciuti in un ascensore guasto, tra un piano e l'altro di un anonimo albergo. Lui, le mani ancora segnate da un recente incidente. Lei, le labbra tinte del rossetto che ha appena cancellato nervosamente.Nessun nome. Nessuna storia.Solo lo spazio angusto che si restringe a ogni respiro. L'elettricità statica che fa crepitare la lana. Uno sguardo agganciato a un polso, una vena che pulsa sotto la pelle sottile. Il calore diventa palpabile, soffocante.La prima parola è una bestemmia soffocata. Il primo contatto non è una mano, ma un alito contro una tempia. L'abbraccio che segue è una questione di sopravvivenza, un tentativo disperato di dimostrare che sono ancora vivi di fronte alla morsa di ferro che li imprigiona. È brutale, urgente, senza fronzoli. Il cuoio della sua cintura lascia un segno sul suo fianco. La fibbia del suo collier le graffia la nuca.Nell'oscurità intermittente delle luci di emergenza, si divorano. Ogni bacio è una domanda senza risposta, ogni morso una punteggiatura. Si strappano l'un l'altra gemiti che non si conoscevano, paure che non confessavano. Sono allo stesso tempo la cura e il veleno, l'ossigeno e la privazione.Quando le luci si riaccendono e l'ascensore riparte con un rombo sordo, si separano come ci si scarnifica. Nessuna promessa. Solo l'odore dell'altro sulla pelle, indelebile.Lei scende al suo piano, lui scende al pianterreno. Le loro vite rispettive li aspettano, apparentemente immutate. Ma qualcosa ha ceduto. Qualcosa ha bruciato. E ognuno, nel proprio silenzio, porta ormai la memoria bruciante di quella caduta libera condivisa, di quell'istante perfettamente egoista e assoluto in cui sono stati solo carne, pulsione e verità cruda.

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CAPITOLO 1: ASCENSORE 1
LEON Il clicco sordo del meccanismo che si ferma è il primo suono. Poi il silenzio. Un silenzio denso, soffocante, che si abbatte tutto in una volta in quella scatola di metallo sospesa. La luce tremola, impallidisce, e si stabilizza in un bagliore giallastro e malato. Sollevo la testa dal pavimento su cui fissavo le mie mani. Le mie mani, appunto. Le cicatrici ancora rosate, tese sulle nocche, mi ricordano a ogni movimento che il mio corpo non è più del tutto mio. Un incidente, dicono. Un secondo di distrazione. Ora c'è un prima e un dopo, tracciato a vivo sulla mia pelle. Non sono solo. L'odore arriva per primo. Un misto di fiore reciso, dolciastro, e di qualcosa di più acido, adrenalina forse. Giro lentamente la testa. Lei è nell'angolo opposto, appoggiata allo specchio, come per fondervisi. Una donna. Abito nero, spalle nude. Ha le mani schiacciate contro la parete dietro di sé, le dita divaricate. E la sua bocca. Ha le labbra rosse. Di un rosso violento, imperfetto, come se si fosse appena passata un dito sopra per cancellarne una parte. La traccia carminia supera il contorno, le dà un'aria allo stesso tempo devastata e fiera. I nostri sguardi si incrociano nel riflesso dello specchio. Lei abbassa subito gli occhi, ma io l'ho vista. Un bagliore scuro, rapido. Panico? Rabbia? Non lo so. Lascio scappare una bestemmia che soffoco in gola. «Cazzo.» Cerco il pulsante d'allarme, lo premo. Un suono debole, ridicolo, risuona da qualche parte, lontano. Nessuno risponde. L'aria diventa immediatamente più calda, più pesante. Mi tolgo la giacca, e lo sfregamento della lana del mio maglione contro la camicia produce una scarica crepitante di elettricità statica. Il suono è anormalmente forte nel silenzio. La vedo sussultare. Il suo sguardo si posa sulle mie mani, sulle cicatrici che non cerco più di nascondere. Poi risale, si sofferma sulla mia bocca, sul mio collo. Sento il mio polso battere alla base della gola, e ho l'impressione che lei lo veda battere. Che il suo sguardo segua quel ritmo accelerato. Il suo stesso polso, ora lo vedo. Una vena batte sulla tempia, dolcemente, poi più veloce. Un'altra, delicata, pulsa sul lato del suo polso, dove la pelle è così sottile che si intravedono le ossa. Incrocia e scrocincia le caviglie. Il movimento fa fremere l'orlo del suo vestito sulle ginocchia. Lo spazio, che già non era grande, sembra contrarsi a ogni secondo. Non posso più respirare senza che l'aria che espiro sembri urtare contro di lei. Lei riempie tutto. Il suo profumo, il fruscio leggero del suo respiro, il calore che emana da lei. È fisico. Una trazione violenta, magnetica, al centro del mio corpo. Un'attrazione che non ha niente a che vedere con la bellezza, o quasi. È un riconoscimento. Un'alchimia pericolosa e immediata. La scrutino, avido. La curva del suo collo, la clavicola sporgente, l'ombra tra i suoi seni. Penso alla pressione delle mie dita su quella pelle. Penso al segno che i miei denti potrebbero lasciarvi. Vedo i suoi occhi scurirsi. Fissa anche lei la mia bocca. Le sue labbra socchiuse lasciano uscire un soffio corto. Ha capito. Prova la stessa cosa. Quella tensione insostenibile, quel filo teso fino a rompersi tra di noi. La luce lampeggia una volta, due volte, e si spegne. Siamo precipitati in un nero assoluto, pesante. La bestemmia che lei lascia sfuggire allora è solo un soffio rauco. «Mio Dio.» Nel buio, tutti gli altri sensi si esacerbano. Sento il fruscio del suo vestito. Sento il suo profumo avvicinarsi, avvolgermi. Il calore del suo corpo a meno di un metro. Il mio cuore martella contro le costole. Sono in piedi, non ricordo di essermi alzato. Quando la luce di emergenza si accende, debole e rossastra, lei è lì. Proprio davanti a me. Il suo alito caldo colpisce la mia tempia. Il suo sguardo è un abisso in cui mi perdo già. Non penso più. Non esisto più. C'è solo questa attrazione, questa necessità pura e animale. La prova che sono vivo, che questa carne segnata può ancora provare qualcosa di così violento, di così vero. Mi getto su di lei.

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