2. Per favore, non mordermi sul collo

1925 Words
2. Per favore, non mordermi sul collo Viale Romagna, subito dopo L’uomo celato dentro il mostro sta chino, i denti aguzzi, il mento tinto di porpora, sul corpo dell’anziana vedova in Fiore. La prima Alfa Giulia della Polizia li trova così, il vampiro accanto a due donne stese sull’asfalto, una giovane e una no, e gli agenti fanno fatica a comprendere cosa sia successo, cosa sia quella forma nascosta da un mantello nero all’esterno e rosso all’interno. Venditti inchioda, e il commissario Malaspina quasi batte la fronte contro il parabrezza. Impreca tra sé, il commissario, è un anno che mal sopporta la guida del romano, e non è l’unica cosa che non ne digerisce. Aprono la portiera contemporaneamente, appoggiano un piede a terra all’unisono, sarebbero perfettamente accordati se non fossero così diversi. Venditti ha parcheggiato in modo da illuminare la scena del delitto coi fari dell’auto. Lo spolverino del commissario Malaspina sventola un po’, mentre s’accende una sigaretta, avvicinandosi a quel qualcosa che lo attende tra le auto in sosta. Venditti, attraverso i suoi Ray-Ban a goccia dalle lenti affumicate, l’unico ricordo di quando faceva il ladruncolo di borgata, un paio d’anni fa, una vita fa, si sofferma a guardare un istante il proprio superiore: un uomo onesto, introverso forse, la cui carriera è infarcita di successi latori di contrappassi gravosi. Venditti l’aveva visto quel poliziotto misericordioso e giusto, consumato da un perenne esame di coscienza, con una moglie che è ‘na fijola da panico ma figli non gliene ha dati, mai, l’ha visto col caso del Colosso di Corso Lodi, e ha capito l’uomo. Malaspina avrebbe dovuto chiamarsi Malasorte. O forse no. Forse avrebbe dovuto chiamarsi Malaboccalavoiusa’purepeffartenarisata? La notte è ormai calata su questa città che non è una metropoli ma ne ha tutti i vizi e tutte le virtù. Non basterebbe un medico a curare questa vecchia signora stanca, avvolta dalle nebbie, ferita dai delitti. Una città nera. Buia. Una città da incubo. Giungono altre tre Giulia, rovesciando in questo elegante controviale le divise che dovrebbero custodire le strade di sant’Ambrogio. Malaspina è ad un passo dal mantello scuro. Venditti gli sta alle spalle. L’essere si solleva. Il viso è pallido come latte cagliato, il trucco sfatto come quello d’una prostituta alla fine d’un brutto servizio. Per essere un vampiro ne ha proprio l’aspetto mostruoso, è che i film sono stati forse un po’ troppo clementi con la figura dei succhiasangue, in questioni non tanto d’eleganza, quanto d’aspetto. Questo conte Dracula ha una panza gonfia, esagerata, che deve essere rimasta stretta in un corpetto, è stempiato. L’essere biascica un ciao. Malaspina ha un brivido. Dracula altri non è che Dino Lazzati, detto Fernet per l’amore incondizionato che ha per l’omonimo amaro digestivo, giornalista di cronaca per il quotidiano “La Notte”. Si conoscono da anni, da quando Lazzati era magro, aveva i capelli e non un inguardabile codino, ed era un confidente del commissario. Vampiro: essere leggendario, di origine est europea, immortale, si nutre di sangue umano. Malaspina alcune situazioni le digerisce solo pensandole come definizioni di cruciverba, un’abitudine che gli è venuta per la radicata passione della moglie per “La Settimana Enigmistica”. Mentre lo fa, arriva un’altra volante. Ne scivola fuori un armadio. L’ispettore Guerra Lampo è alto uno e ottantacinque, ha la mascella quadrata, gli occhi azzurri, i capelli biondo cenere. Piace alle donne quanto le pistole piacciono a lui, ma è disinvolto con le donne quanto queste con i topolini nelle cantine. Lo chiamano Guerra Lampo, un nomignolo che gli hanno affibbiato in questura e nei commissariati dettato dal suo nome, Guerrino, perché è uno di quelli che i rischi li affrontano con impeto. Lampo invece è proprio il suo cognome. Grida: “Tutti a terra, è un dannato vampiro! Servono dei proiettili d’argento!”. Tutti gli agenti in divisa non realizzano bene che abbia gridato l’ispettore, gli è bastato il tutti a terra per spiaggiarsi sull’asfalto. Malaspina si volta a guardare quel ragazzone con la rivoltella puntata al vampiro, sospira. Qua ci vuole Venditti. “Ispetto’, questo s’è succhiato er sangue de du’ vacche, anvedi che panza che c’ha! Nò nò, co’ ‘na dieta liquida nun te viene ‘na panza così, questo magna e beve e se ne fotte!” Malaspina sogghigna, di nascosto. Sbuffa il fumo della sigaretta: “Questo succhia solo Fernet Branca. Altro che vampiro...” Dino Lazzati, detto Fernet, si risente. Innanzitutto, sarebbe un eccellente vampiro. I vampiri sono individui di gusto. C’è un collega, un giornalista milanese che s’occupa di cinema, che ha scritto un bel saggio sull’esistenza dei vampiri. Ha scritto cose meravigliose, in realtà. Comunque. “Comunque, i proiettili d’argento non servono. Ci vuole un paletto di frassino, ispettore...”, trancia. Guerra Lampo lo punta ancora, una goccia di sudore gli corre lungo la tempia. “Rinfodera il revolver, sceriffo...” gli ordina Malaspina, poi guarda a terra. “Fernet hai telefonato tu?” Lazzati annuisce, sconsolato. “Mi hanno detto che ha chiamato uno con una voce strana.” Lazzati annuisce di nuovo. “Ma i cadaveri sono uno o due?” “Uno” dice il cronista. “E la vecchia chi è?” “E che ne fo? È avvivato pvima quella pulce di cane e fubito dietvo lei, e quando mi ha vifto è fvenuta.” “Qui c’è un morto, e noi facciamo il circo... Fernet, che cazzo ci fai conciato così?” “Mala, non fo, cioè, fono andato a una festa, in mascheva, è mavtedì graffo, lo fai?” “Qua de grasso ce sta’ solo lei!” “Venditti, per favore, non ti ci mettere pure tu... vai da Sassi a capire che è successo...” “Vabbè, vabbè, ho capito, nun ce sta mica da vergognarse, comunque, se a uno je piace de travestirse...” “Allora, dicevi?” “Fono ftato ad una festa in mafchera. Pev Cavnevale.” “Ma si può sapere come parli? E levati quei cazzo di denti finti!” “Non poffo.” “Levateli ho detto!” “Fono incollati.” “Cosa?” “Ho meffo il Poligrif, quello pev le dentieve, cofì mi ftavano su.” “Tu non sei normale, lo sai vero?” “Fì, lo fo, me lo dici sempve.” “Di quale festa parlavi?” “A cafa di amici di amici.” “Chi?” “Non lo fo. Mi ftavano puve antipatici. Ma evano amici di Doviana...” “Doriana?” “Fì, Doviana. Fai quella vagazza, te ne ho pavlato, è una giovnalifta giovaniffima, ma fa pauva, eh!” “La tua ragazza?” “Magavi! È tvoppo giovane!” “Va bene, va bene, e questo spiega il costume da vampiro. Ma che ci fai, qua?” “Beh, la fefta eva qua dietvo, ftavo tovnando a pvendere la macchina e ho vifto la vagazza pev tevva. Quando ho capito che eva movta è avvivata la vecchia ed è fvenuta, allova sono andato a quella cabina là e ho chiamato il centotvedici.” Malaspina se potesse lo prenderebbe a calci sui denti fino a staccarglieli tutti, veri e finti, senza alcuna distinzione. La signora Armanda Floris in Fiore nel frattempo si riprende, viene aiutata ad alzarsi, a stare in piedi. Lothar, lo pseudo cane dalle sembianze di una pulce, finalmente la smette di squittire. Poi una voce, quella di Venditti: “Dotto’! Dotto’! Venite un po’ a vede’ che ha trovato Sassi!” Sassi lavora alla Scientifica. Crede solo in ciò che vede, ma stasera gli riesce difficile farlo. Stava analizzando superficialmente il cadavere della donna, tra i venti e i trent’anni, bianca, riverso a terra in una pozza di sangue tra due auto come un cappotto abbandonato, quando ha notato la ferita più anomala della sua carriera. Soprattutto dopo il teatrino che ha dissacrato la tragedia. Malaspina accorre. “Dimmi, Sassi...” “Commissario... la donna è morta dissanguata.” “L’hanno accoltellata?” Sassi tace. Indica con due dita la ferita. Due fori, sul collo, in corrispondenza della giugulare. Distanti tra loro circa tre o quattro centimetri. Venditti strabuzza gli occhi. Malaspina smette di respirare e si volta a guardare Fernet che, intontito, non trova parole. Guerra Lampo sbraita: “Lui! È stato lui! Il vampiro! Abbattiamolo! Se gli tagliamo la testa e gli diamo fuoco dovremmo annientarlo! Presto!”. Allora Dino Lazzati detto Fernet si fa serio. Con due dita prova a disincastrare dalla bocca la protesi dentale con i canini acuminati fissata con il Poligrip, protesi che gli ha procurato un suo amico che fa il regista, uno un po’ equivoco, ma che sa come gira il mondo, e te lo racconta. Quest’amico gira film dell’orrore e gli ha prestato, lui, il morso del vampiro. Fernet afferra bene la dentiera e riesce finalmente ad estrarla, ancora piena di saliva, e la lancia contro il muso di Guerra Lampo: “Sono finti, cretino. A te i vampiri hanno succhiato il cervello!” Malaspina sbotta: “Insomma! Abbiate la compiacenza di portare rispetto almeno per questa povera donna morta! Guerrino: tu interroga l’altra testimone! Venditti, tienilo d’occhio, prima che le spari perché indossa la dentiera anche lei. Tu, Fernet, tu invece…! Zitto! Tu stai zitto!” Guerrino Lampo s’avvicina all’anziana vedova Floris in Fiore, assistita da un giovane infermiere sopraggiunto nel frattempo con i colleghi della Croce Rossa e un’autolettiga, timidamente: “Signora...” “Mi dica, giovanotto.” “Lei ha visto il vampiro mentre... mentre...” “A coso, qua nun ce semo proprio, ma li mortacci tua, ma l’hai mai fatto n’interrogatorio? Seguime: signo’, che ce faceva pe’lla strada tutta sola alle nove de sera?” “Uè, che lingua parla questo signore qua?” “La lingua c’ha fatto grande l’Impero, signo’! Nun ce se metta, su, aspe’ che modifico l’idioma... che faceva per la strada di notte? Mi sembra anziana per certi affari...” “Portavo a spasso Lothar, il mio cagnone, per il suo solito giretto. Avevo anche fretta, che dovevo rientrare per vedere lo sceneggiato alla televisione, quando ho visto passare la 90...” “Anvedi, oh! Ha visto passa’ la corriera! Che stranezza! E allora, ha visto passare la 90, e?…” “E mi sono spaventata, perché la 90 aveva tutte le luci spente anche se ormai era buio, e non c’era nessuno alla guida! Andava da sola!” “Commissa’, qua nun ce sta niente da fa’, questa c’ha l’allucinazioni!” “Ma come si permette lei!” “Signo’, io lo so come finisce la storia sua: poi ha attraversato la strada, giusto?” “Giusto!” “E Fuffi qui ha annusato quarcosa, giusto?” “Esatto.” “E quel quarcosa era ’sta poveraccia morta, vero?” “Sì! E c’era quel... quel...” “E ce stava er conte Dracula che j’aveva succhiato er sangue!” “Sì! Sì! Quel mostro!” Guerra Lampo si rianima dall’ebetismo: “Commissario! La vedova ha confermato! Ha visto il vampiro che succhiava il collo alla vittima! Procuriamoci un crocifisso e annientiamolo!” Malaspina si deconcentra, e si stizzisce: “Allora! Allontanate subito l’ispettore Lampo dalla scena del delitto! Probabilmente è troppo eccitato per lavorare seriamente! Venditti! Vieni qua!” “Me dica, commissa’!” “Allora, che dice la vedova?” “La vedova in Naftalina dice c’ha visto gli autobus anna’ da soli e ’sto vampiro che se risucchiava quella povera fija...” “Gli autobus andar da soli?” “Sì, dice c’ha visto la 90 che se ne annava in giro senza cocchiere...” “Mah! Ci si mette anche lei, ora. Dobbiamo scoprire chi è la vittima...” “Guendalina Falci, 25 anni. Nubile. Bidella. Domicilio in via Moretto da Brescia numero 1.” “Come hai fatto?” “Ho guardato nelle tasche del giaccone, c’aveva er borsellino coi documenti. Nun è che dev’esse’ pe’ forza difficile, alle volte, sa’, e lei cor vampiro che ha trovato, dotto’?” Fernet s’incupisce. Malaspina gli appoggia una mano sulla spalla: “Sono sicuro che non è stato lui, anche se la coincidenza è davvero imbarazzante. Sai come rideranno di noi, i giornali, domattina?” “Ridono di noi lo stesso, dotto’, nun se crucci. Controlliamo se i denti del mostro, qua, corrispondono ai fori della ferita, che ne dice?” Malaspina annuisce. La distanza tra i canini della protesi è minore di quella tra i due fori sul collo della vittima, conclude Sassi. Inoltre la protesi non sembra recare tracce di liquido ematico. “Comunque, Fernet, non ti posso lasciare andare. Devi venire con noi.” “Va bene...” “Annamo in Questura, commissa’?” “No. Prima vorrei visitare l’abitazione della defunta, è qui a due passi...” “Aspettate!” dice Sassi, fra le mani stringe un’asse di legno che ha trovato appena sotto una delle due auto accanto al cadavere: è insanguinata e ad una estremità ha due chiodi che la passano da parte a parte. Ecco cos’ha provocato i fori sul collo. “L’arma del delitto” dice, si guarda intorno. Poco oltre c’è un’impalcatura che s’arrampica come un’edera sulla facciata di un palazzo. “Potrebbe provenire da lì”, aggiunge indicando con il mento. Le sirene illuminano d’una fredda luce intermittente le strade di questa città sporca di sangue. Malaspina, affiancato da un vampiro ciccione e un poliziotto di borgata con gli occhiali da sole inforcati di notte si sofferma a guardare quella povera ragazza ormai senza vita. Snella, giovane, doveva essere attraente, quando respirava ancora. È vestita dignitosamente, né di lusso, né con volgarità. Faceva la bidella. Malaspina tenta di scacciare quel sapore amaro accendendo una sigaretta. Sassi continua meticolosamente i rilievi, dopo aver infilato l’arma del delitto in una busta di plastica trasparente. Venditti e Fernet rimangono là, accanto a lui, mentre gli agenti in divisa fanno avanti e indietro, e gli infermieri caricano sull’autolettiga la vedova Armanda Floris in Fiore che continua a ripetere anche a loro la storia della 90 fantasma. Malaspina decide che è tempo di andare. Tempo di ricominciare.
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