h. 20:21
I Vigili urbani avevano deviato il traffico lungo corso Don Minzoni. I mezzi che arrivavano dalla stazione ferroviaria invertivano attorno alla grossa rotonda di fronte a Piazza Amendola, in prossimità di uno stabilimento alimentare; i provenienti da corso Torino prendevano quella dell’omonima piazza, così, in breve, il luogo dell’incidente era stato sgombrato. Gli automobilisti che avevano assistito al sinistro erano stati invitati a spostare i loro veicoli parcheggiandoli nello spiazzo adiacente alla sede dell’ASP e i camion dei Vigili del Fuoco avevano proseguito la loro corsa in direzione dell’incendio. Quasi in contemporanea, era arrivata l’ambulanza per soccorrere i coinvolti nell’incidente e minuti dopo una seconda, che oltrepassò i resti della moto e del grosso fuoristrada ammaccato e sbilenco. Inerme giaceva davanti a un ristorante cinese, dove una famiglia vociante commentava, incomprensibile, l’accaduto.
L’aria diventava man mano più fosca e scura, il fumo dell’incendio si spandeva sulla sera accentuandone le ombre plumbee e, per uno strano gioco percettivo, sembrava che i contorni dei palazzi e degli alberi lungo il viale del cimitero apparissero più netti, come contornati con una matita nera.
Il mezzo di soccorso di base entrò nello spiazzo che si apriva davanti a due enormi capannoni. Uno era completamente sfigurato da fumo nero e denso che fuoriusciva dai finestroni sfondati; era talmente spesso da lasciar soltanto intravedere lingue di fuoco rosso e cupo che guizzavano attraverso la coltre. Attorno alla struttura incendiata si erano piazzati i due camion dei Vigili del Fuoco e le squadre erano in opera, irrorando la costruzione di acqua e schiumogeni.
L’ambulanza si arrestò poco distante dai pompieri e i soccorritori saltarono giù con gli zaini al seguito.
L’aria era surriscaldata e puzzolente; tremolava oleosa davanti alle due strutture come un miraggio infernale. Il primo capannone sembrava quello dal quale era partito il tutto: eruttava fumo e fiamme come dalle fauci di un drago furente e il cielo sopra di loro si scuriva in una notte prematura e funerea.
Il capo servizio Rambaldi raggiunse i nuovi arrivati a passo di corsa, sgocciolava sudore sul volto annerito dalla fuliggine. L’incendio rombava e bisognava parlarsi a voce molto alta per sovrastare il frastuono gutturale che si propagava dal capanno. Piero si chinò verso Rambaldi e assieme, leggermente chini avanzarono verso uno dei mezzi parcheggiati. Giorgio e Vittorio, assestandosi meglio gli zaini in spalla, osservavano il progredire della situazione. Una puzza penetrante pizzicava le mucose, i vigili del fuoco avevano indossato i respiratori e loro non si sentivano esattamente al sicuro, in quel frangente.
Giorgio vide due automobili parcheggiate contro il muro di una casetta prefabbricata e diede di gomito a Vittorio.
«Qualche dipendente era ancora al lavoro, prima?»
«Se erano ancora dentro, ho paura che possiamo fare ben poco...» osservò Vittorio.
Piero li richiamò. Un pompiere era stato investito dall’esplosione di un’uscita di sicurezza. Lo scoppio aveva spalancato le ante, proiettando nell’aria aperta una fiammata di almeno tre metri; il vigile se l’era presa di spalle e presentava un’estesa ustione sul retro del corpo oltre a tagli e abrasioni portati da schegge di vetro e calcinacci. I colleghi l’avevano afferrato per la giacca e trascinato via di corsa, coricandolo poi prono su un telo protettivo, proprio vicino al prefabbricato degli uffici.
Lo raggiunsero lì. Non si era mosso da dove l’avevano lasciato i compagni e giaceva silenzioso, sopportando muto il bruciore. La divisa in NOMEX aveva limitato i danni; controllandolo comunque un buon 18% della superficie corporea appariva interessata da un’ustione di primo grado, con punti di secondo. Giorgio s’inginocchiò vicino, aprì lo zaino e frugò dentro per recuperare soluzione fisiologica da irrorare per pulirgli la schiena; Vittorio gli applicò al dito il saturimetro mentre Piero parlava concitato sia col capo servizio sia con la centrale 118 ad Alessandria.
Giorgio e Vittorio gli rimossero con delle pinzette sterili i pezzi di vetro conficcati nella carne, pulirono ancora le ferite con altra fisiologica e ricoprirono la schiena dell’infortunato con grosse pezze di garza sterile. Piero chiuse la comunicazione. «Va bene, lo portiamo subito in DEA. Vittorio, vai a prendere il telo, Giorgio, tu ed io andiamo a tirare giù la barella.»
Giorgio ripose il materiale nello zaino e si rialzò seguendo il team leader che correva verso l’MSB.
Altri veicoli giunsero nella sera tragica. Mentre Giorgio scaricava la barella, riconobbe i mezzi dell’ARPA Piemonte fermarsi poco distanti dall’ambulanza poi notò una Punto grigia che frenò brusca poco oltre il cancello.
Mentre caricavano il ferito, una donna scese dalla Punto e, senza neanche chiudere la portiera, corse verso l’incendio. Era bruna, scarmigliata e con un fisico magro e nervoso. Urlava una disperazione così grande da non riuscire a sfogarla solo con la gola e tossiva e sputava boccate acide d’affanno incontenibile. Vigili e soccorritori parevano non accorgersi di lei ma Giorgio non la perdeva d’occhio un istante anche dopo aver chiuso il portello dell’ambulanza.
«Una parente di uno dei poveracci che lavorava lì, mi sa.» sussurrò Vittorio.
Giorgio annuì salendo dall’accesso laterale dell’MSB. La donna si era arrestata come incredula di fronte alla barriera di calore che ondeggiava attorno al capannone rovente; aveva strattonato la leggera veste da casa che la copriva a malapena e si era lasciata cadere sul prato ingiallito, sul quale ricadevano fiocchi neri leggeri come piume di corvo.
Piero partì, osservando la donna nello specchietto retrovisore. «Ci richiameranno per un neurologico, vedrete,» annunciò, accendendo la sirena.