h.08:17 Maria Concetta Pennisi si sforzò di bere il leggero tè della colazione. C’erano anche le fette biscottate e una vaschetta monodose di marmellata alle albicocche ma il suo stomaco opponeva una caparbia resistenza al cibo. Aveva passato la notte sprofondata in un sonno buio e profondo, senza sogni e senza sollievo. L’avevano spenta e ora si era riaccesa ritrovando lo stesso vuoto, la medesima mancanza. Provava un intorpidimento diffuso. Ogni movenza, ogni pensiero. Tutto quel che viveva, sembrava estraneo; soltanto il pensiero di Ciro morto era presente, saldo e pulsante come la presenza di un arto che in realtà era stato amputato. Poi c’erano le parole. Rimbombavano nella memoria come i colpi di un martello sulla testa di un chiodo: “L’assassino di tuo figlio è in quest’ospedale.

