h.04:15 Paolo Marchese indossò tuta, guanti, stivali della dotazione personale; sfilò la maschera antigas dalla custodia di gomma e soppesò il casco protettivo. Sospirò e scese dal Doblò. Era stanco e nervoso. Nell’aria, oltre alla puzza ossessiva di bruciato, c’era quella tensione dolente che smorzava ogni vivacità negli uomini. Sembrava che la morte si fosse diffusa come pulviscolo tetro e impalpabile assieme ai miasmi dell’incendio. Le luci dell’impianto allestito dai Vigili del Fuoco raggelavano i muri del capannone e su di esso le figure aliene degli operatori della Polizia mortuaria si stagliavano contro, comparse d’incubo sul luogo di un disastro. Il commissario Falco, piantato a non pochi passi da lui, tossicchiò discreto; Paolo si girò e si avvicinò in un fruscio di torrido te

