Capitolo 1: Le Ceneri del Passato
Ariana
Il rumore è un'entità vivente. Una bestia mugghiante fatta di centinaia di voci, di click di macchine fotografiche, dello scoppiettio dei flash bianchi che squarciano la notte newyorkese. Sul tappeto rosso dei Fashion Awards, sorrido. Un sorriso di marmo, perfetto, cesellato da anni di pratica. La mia armatura. Sotto i drappi di seta rosso sangue del mio vestito, il cuore batte una cadenza di guerra.
Cinque anni. Cinque anni che vivo alla luce cruda dei riflettori, e ogni istante passato sotto il loro fuoco è una sfida lanciata all'ombra di un uomo. Nikos Laskaris. Un nome che non pronuncio più nemmeno nella mia testa, per paura che ne fuoriesca come un demone.
Una voce mi trafigge la nebbia:
—Ariana! Qui!
Giro la testa, il sorriso sempre immobile. Il mio sguardo azzurro-acciaio spazia sulla folla compatta oltre le barriere. Non cerco fan. Cerco occhi che non sorridono. Sagome troppo immobili. La minaccia.
— Ariana, sei magnifica!
Non mi chiamo Ariana. Il pensiero guizza, un lampo di panico familiare. Mi chiamavo Cassia. E ho rubato un leone nella sua tana.
Il ricordo mi investe, brutale. Non un ricordo sfocato, una sensazione fisica. L'odore di sale e tabacco biondo nella villa sulle alture di Monaco. L'umidità della notte sulla mia pelle. Il freddo metallico dei lingotti che infilo nel doppiofondo del mio borsone sportivo. La voce rauca di Nikos al telefono, nella stanza accanto, che promette morte a un rivale. Cammino in punta di piedi, ogni fibra del mio essere che urla terrore, sapendo che un solo pavimento che scricchiolasse firmerebbe la mia condanna a morte.
Ho rubato più che denaro. Ho rubato il suo orgoglio. E un uomo come Nikos Laskaris, erede di un impero costruito sul contrabbando e sulla violenza, non può lasciare un tale affronto impunito.
La serata prosegue in una nebbia dorata. Le congratulazioni, i baci ovattati nei salotti privati, lo champagne che ha il sapore della cenere. Poi è il ritorno al mio loft a Tribeca, un santuario di vetro e acciaio che ho pagato in contanti. I soldi di Nikos. Sempre lui. Ha finanziato i miei primi booker, i miei servizi fotografici, la mia ascesa folgorante. Il mio veleno e il mio antidoto, insieme.
Chiudo la porta alle mie spalle, la schiena contro il battente, e chiudo gli occhi. Il silenzio mi ferisce le orecchie. È allora che il mio telefono personale, un modello basico e anonimo, vibra.
Nessun numero visualizzato.
Il mio sangue si ghiaccia. Solo tre persone hanno questo numero. La mia avvocatessa, il mio agente… e un contatto a Monaco, un fantasma del passato che mi ha fornito i codici della cassaforte.
Apro il messaggio.
Non è un testo. È una foto.
Una foto di me, scattata stasera stessa sul tappeto rosso. Sfocata, presa attraverso la folla. E, sovrapposta in trasparenza alla mia immagine, un piccolo disegno a tratto nero. Una foglia di alloro secca, identica alla spilla che Nikos mi aveva regalato un tempo, e che ho lasciato nella cassaforte, sul cuscino, partendo. Una firma. Una beffa.
Sotto la foto, una sola parola, in greco:
« Χαϊδευτικά. »
Tenerezze.
Il telefono mi sfugge dalle dita e rimbalza sul parquet scuro. Il terrore, che ho così ben contenuto per cinque anni, si riversa nelle mie vene come acido. Corro alla finestra, scostando la pesante tenda di lino con mano tremante.
In basso, nella strada deserta, un'auto nera è parcheggiata, motore spento. Nessuna targa visibile. Non vedo nessuno all'interno, ma lo so. Sono lì. Mi hanno trovata.
Nikos non mi manda una minaccia. Mi manda un promemoria. Un ricordo della nostra intimità perduta, tinto della promessa di una vendetta ben più intima, ben più crudele, di un proiettile in testa.
Indietreggio nell'oscurità dell'appartamento, il respiro corto. La donna più fotografata al mondo si sente improvvisamente di una vulnerabilità assoluta. La fortezza di vetro non è che un'illusione. La gloria, una trappola.
Il debito di sangue è stato appena presentato. E Nikos Laskaris non è un creditore che accetta di aspettare.
Il gioco del gatto e del topo è appena cominciato. E io, la regina sul suo piedistallo, non sono che il topo.