CAPITOLO 2

982 Words
Capitolo 2: Il primo gioco Il giorno dopo, Léa si sveglia con un’idea fissa. Il telefono è sul comodino. Lo afferra ancora prima di aprire gli occhi. Niente. Nessun messaggio. Si sente stupida. Sperare che uno sconosciuto scriva? Appoggia il telefono, si alza, beve un bicchiere d’acqua. La casa è silenziosa. Sua madre è già uscita per andare al lavoro. Si siede in cucina, una ciotola di cereali davanti. Apre la conversazione. L’ultima frase di ieri le torna in mente: Mi costerai notti insonni. Non ha dormito male, anzi. Ha sognato una voce profonda, senza volto. Un sogno vago, dolce, proibito. Scrive, cancella, riscrive. « Sei sveglio? » La risposta arriva in meno di un minuto. « Da un’ora. Sono mattiniero. E tu, hai dormito bene? » « Come un bambino », mente. « E tu, anonimo, cosa fai stamattina? » « Preparo le lezioni. Tu stai ancora a non fare niente? » Sorride. La provoca. Le piace. « Non fare niente è il mio lavoro estivo. » « Quanto ti pagano? » « In sorrisi. È uno stipendio misero. » « Allora te ne mando uno. » Aspetta. Niente. Scrive: « Hai dimenticato il sorriso. » « :) L’hai visto? » « A malapena. Puoi fare di meglio? » « Un giorno, forse. Dal vivo. » La frase cade come una promessa. Léa appoggia il telefono. Il cuore accelera. Dal vivo. Fino a quel momento era tutto virtuale, sicuro. L’idea di incontrarlo la spaventa e la attira allo stesso tempo. Cambia argomento. « Che lezioni prepari? » « Letteratura. Aiuterò degli studenti ad analizzare testi. Affascinante, vero? » « Ti stai prendendo gioco di me? » « Un po’. Ma mi piace. Le parole, i doppi sensi, quello che si può nascondere dietro una frase. » Léa capisce che non parla solo delle lezioni. Decide di provocarlo. « Per esempio? » « Per esempio, quando scrivi “non faccio niente”, so che ti annoi ma non vuoi dirlo. » « Psicologo, anche. » « No. Solo osservatore. » Finisce i cereali. La mattina scorre. Rimane a tavola, telefono in mano, come attratta. La conversazione continua, tranquilla, quasi normale. Parlano del caldo, della musica, delle serie che guardano. Niente di troppo intimo. Ma ogni sua risposta la sorprende. Ha sempre qualcosa di più intelligente, più divertente, più dolce. A un certo punto scrive: « Hai comunque un nome. Non posso chiamarti anonimo per tutta la vita. » « Per tutta la vita? Pensi che dureremo a lungo? » Si morde il labbro. Ha esagerato. « È un modo di dire. » « Certo. Chiamami R. » « R come cosa? » « R come niente. Come un segreto. » « R come Raphaël? Romeo? Rodolfo? » « Vuoi anche età, altezza, peso? » « Perché no », osa. « 1,82. Capelli castani, occhi chiari. E tu? » Esita. Descriversi è già mostrarsi. Ma vuole che lui la immagini. « 1,65. Capelli lunghi, castani anche io. Occhi nocciola. E una cicatrice sul mento. » « Una cicatrice? » « Caduta dalla bici a otto anni. » « Mi piacciono le ragazze che hanno vissuto. » Ride da sola in cucina. « Sei strano, R. » « Grazie. È il complimento più bello che ho ricevuto questa settimana. » La mattina passa. A volte si fermano, poi uno dei due riprende. È una danza leggera. Léa non ha mai vissuto qualcosa del genere. Si sente capita senza dire troppo. Verso mezzogiorno, sua madre torna. — Sei ancora al telefono? — Sto parlando, risponde Léa, nascondendolo. — Con chi? — Un’amica. Odìa mentire, ma non può dire la verità. Troppo complicato. Il telefono vibra in tasca. Resiste. Poi vibra ancora. E ancora. Appena può, controlla. Tre messaggi. « Mi hai abbandonato. » « Scherzo. » « In realtà mi piace parlare con te. È strano quanto sembriamo già conoscerci. » Rilegge. Sembra già conoscerci. È falso. Non sanno nulla l’uno dell’altra. Eppure lei ha la sensazione che lui la veda davvero. « Scusa, è tornata mia madre. Non ti ho dimenticato. » « Tua madre? Vivi ancora con lei? » Sente il rischio. « Sì. Gli studi costano. E tu vivi da solo? » « In condivisione. Ma mi chiudo nella mia stanza, con i libri… e il telefono. » « E me. » « Tu sei nel mio telefono. Meglio di un libro. » Invia uno smiley. Poi, impulso improvviso. « Ti ricordi delle notti insonni? » « Sì. » « A cosa penseresti, esattamente? » Silenzio. Poi: « A cosa pensi tu quando sei sola la sera. » Non se lo aspettava. È più intimo. Va in camera, chiude la porta. « Non penso a niente di speciale. » « Menti. » « Come fai a saperlo? » « Hai smesso di scrivere per un minuto. Stavi pensando. » La mette a nudo senza vederla. È destabilizzante. « Pensavo alla tua voce. Non l’ho mai sentita, ma la immagino. Profonda. Lenta. » « Ti piace? » « Sì. » « Allora un giorno ti chiamerò. » « Voglio. » Troppo veloce. Il telefono squilla. Numero privato. Rifiuta. « Non ora. Non ancora. » « Hai paura. » « No. » « Sì. Anche io. Per questo mi piacciono gli schermi. » Ha ragione. « Raccontami il tuo peggior segreto. » « Troppo presto. E tu? » « Quando lo dirai tu. » « Affare fatto. » Silenzio. « Devo andare. » « Ok. » « Ma torno stasera. » « Ci sarò. » Si sdraia. Il caldo è sempre lì. Ma dentro qualcosa è cambiato. Il telefono vibra. « Ah, e una cosa: non chiamarmi anonimo. Chiamami R. Ti dirò il mio vero nome quando avrai guadagnato la mia fiducia. » « E come la guadagno? » « Restando. Senza sparire. Come me. » Léa rilegge quella frase ancora e ancora.
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