CAPITOLO 1
Capitolo 1: Un numero a caso
Léa si annoia.
È una noia pesante, appiccicosa, quella dei tardi pomeriggi d’agosto quando il caldo immobilizza tutto. Nella sua stanza, il ventilatore gira a vuoto senza rinfrescare nulla. Sdraiata sul letto, fissa il soffitto bianco. Il telefono è appoggiato sul petto, inattivo da un’ora. Nessun messaggio. Nessuna notifica. Niente.
Le sue amiche sono partite in vacanza. Sua madre lavora fino a tardi. L’estate sembra un deserto senza fine.
Léa prende il telefono con un gesto di stizza. Apre l’app dei messaggi, scorre le conversazioni. Tre gruppi silenziosi, una chat con sua madre sulla spesa, uno scambio morto con un ragazzo del liceo che non risponde più. Niente di interessante.
Ha diciassette anni e sente il bisogno di qualcosa. Non sa esattamente cosa. Forse pericolo. Forse solo un brivido.
Le dita scorrono sullo schermo. Apre il tastierino numerico e compone un numero a caso. Non un numero completo, solo una sequenza inventata sul momento. 06 23 47 81 55. Non pensa. Scrive e invia un messaggio vuoto come la sua giornata.
« Ciao, che fai? »
Un secondo dopo se ne pente. È ridicolo. Sta per spegnere lo schermo quando appare un punto esclamativo verde. Messaggio inviato. Poi un altro segno. Un piccolo « letto » in basso. Il cuore le salta un battito.
Qualcuno ha ricevuto il suo messaggio.
Passano cinque secondi. Dieci. Léa si morde il labbro. Immagina un padre di famiglia furioso, una vecchia signora indignata, uno sconosciuto che la insulterà. Vorrebbe cancellare tutto, sparire, ma il telefono vibra.
Un messaggio.
« Niente di che. E tu? »
Léa sospira. Uno sconosciuto che non fa nulla. Niente di straordinario. Eppure sente una piccola punta di divertimento. Risponde: « Uguale. L’estate mi uccide. »
La risposta arriva subito. « L’estate non uccide nessuno, sei tu che non sai usarla. »
Ride. Una vera risata, breve, quasi sorpresa. Questo tipo ha carattere. Non le sono mai piaciuti i ragazzi troppo gentili o troppo timidi. Lui non lo è.
Scrive: « Come ti chiami? »
« Anonimo. »
« Non è un nome. »
« Non mi piace dire il mio nome al primo messaggio. »
« E allora perché rispondi? »
« Perché mi annoio anch’io. E perché il tuo numero non è tra i miei contatti. Mi piace l’ignoto. »
Léa rilegge la frase tre volte. Mi piace l’ignoto. C’è qualcosa in quel modo di dirlo, una lieve provocazione, una promessa vaga. Sente il battito accelerare senza motivo.
Decide di stare al gioco. « Allora, anonimo, quanti anni hai? »
« Vecchio. Troppo vecchio per te. »
« Non è una risposta. »
« Diciamo che ho superato l’età dei messaggi stupidi. E tu, quanti anni hai? »
« Diciotto », mente Léa senza esitare. Ne ha solo diciassette, ma diciotto suona più legale, più credibile. Vuole che la prenda sul serio.
« Certo. Diciotto anni e scrive a numeri a caso. Molto maturo. »
Fa una smorfia. La prende in giro, ma senza cattiveria. È quasi piacevole. Riprende: « E tu, menti anche tu? »
Silenzio. Poi: « Ventitré anni. Studente, o quasi. Sto per fare un master. »
Léa si siede sul letto. Ventitré anni. Cinque più di lei. Non troppo. Non inquietante. Non un vecchio sospetto, non un liceale immaturo. Uno studente. Si chiede com’è. Biondo? Moro? Con gli occhiali? Un sorriso facile?
Non osa chiedere una foto. Sarebbe troppo diretto. Continua diversamente: « Che fai nella vita, quasi studente di master? »
« Presto insegnerò. O meglio, seguirò degli studenti, li aiuterò con le lezioni. Una specie di tutor. »
Léa alza un sopracciglio. Un futuro professore. Non ha mai immaginato di flirtare con uno. Eppure, l’idea dell’autorità, del proibito, le attraversa la mente per un istante. La scaccia.
« Ti piace l’idea di avere potere sugli altri? » scrive, un po’ per provocarlo.
« No. Mi piace rendere semplici le cose complicate. E sì, a volte un po’ di potere. Ma è la verità. E la tua? »
Léa riflette. Non ha mai avuto potere. È una ragazza normale, voti normali, vita normale. Nessuno la guarda due volte. Allora scrive: « Mi piace l’idea di far tremare le persone senza che sappiano perché. »
Silenzio. Un lungo silenzio. Léa pensa di aver esagerato. Ma lui torna: « Interessante. Quindi sei una ragazza pericolosa? »
« Forse. Vuoi scoprirlo? »
La frase le è uscita da sola. Léa la rilegge e sente le guance scaldarsi. È un flirt. Un vero flirt. Con uno sconosciuto. Non le è mai successo. I ragazzi del liceo sono bambini. Lui, dietro lo schermo, è diverso.
Risponde: « Mi piace il pericolo. Ma a distanza. Per ora. »
Per ora. Léa si ferma su quelle parole. Aprono una porta. Può entrarci o chiuderla. L’estate, la noia, il caldo che le si incolla addosso… decide di restare.
Scrive: « Allora resta a distanza. Ma non fermarti. »
La conversazione cambia lentamente tono. Parla dell’estate, del mare, delle dita che scorrono sulla tastiera. Lei ride, si sente leggera. Non ha mai parlato così con nessuno. Le parole scorrono, diventano più dolci, più lente.
A un certo punto lui chiede: « Sei sola? »
« Sì. »
« Anch’io. Ti piace? »
« A volte. E a te? »
« Mi piace parlare con te. Anche se non so che aspetto hai. »
Léa esita. Dovrebbe mandare una foto? Il suo viso? I suoi occhi? Apre la galleria. C’è un selfie della settimana prima, capelli sciolti, luce dorata del tramonto. Si guarda. Si trova carina, ma non troppo.
Non manda nulla. Non ancora.
Scrive: « Perché vorresti sapere come sono fatta? »
« Perché il mistero è eccitante, ma alla lunga fa impazzire. »
Le piace la parola impazzire. Le piace che la dica.
« Allora impazzisci, anonimo. »
Non risponde subito. Léa aspetta, il telefono stretto tra le mani. La luce del giorno cala. La stanza si tinge d’arancione. Non accende la luce.
Il messaggio arriva, breve, intenso: « Mi costerai notti insonni. »
Sorride, con il cuore stretto. È esattamente ciò che voleva. Un brivido nella noia. Una scintilla senza volto. Non sa nulla di lui, né il nome, né l’età reale, né il volto. E non vuole saperlo. Non ancora.
Scrive semplicemente: « Perfetto. »
Poi spegne il telefono, lo posa sul petto e chiude gli occhi.
Il ventilatore gira ancora. Il caldo è sempre lì. Ma la noia è scomparsa.