Capitolo 4: Cadono le maschere
Il giorno dopo, Léa si sveglia con i postumi di una sbornia senza aver bevuto. Le parole della notte le girano ancora in testa. «Immagino i tuoi fianchi.» «Le tue costole.» Si alza, beve un grande bicchiere d’acqua, si guarda nello specchio del bagno. Il suo viso è pallido. La cicatrice sul mento le sembra all'improvviso enorme.
Ha voglia di scrivergli. Troppa voglia.
Si costringe ad aspettare mezzogiorno.
A mezzogiorno in punto, manda: «Hai dormito bene?»
La risposta è quasi immediata: «Non molto. Ero occupato a pensare a te.»
«Bugiardo.»
«Mai. Tu, hai dormito bene?»
«Come un sasso.»
È falso. Ha sognato di lui. Un sogno confuso in cui lui aveva una voce grave e le mani trasparenti.
La conversazione parte come al solito, leggera, maliziosa. Ma Léa sente un peso nel petto. Qualcosa che dà fastidio. Dall'inizio, mente. Diciotto anni. Ha detto diciotto anni. Lui ne ha ventitré. È plausibile. Ma se un giorno si incontrassero? Lui vedrebbe bene che non è maggiorenne.
Decide di dirgli la verità. Non subito. Con calma.
Scrive: «R, devo confessarti una cosa.»
«Ti ascolto.»
«Prometti di non arrabbiarti?»
«Non mi arrabbio mai.»
Lei esita, scrive, cancella, riscrive. Ha le dita sudate.
«Ho mentito sulla mia età.»
Il silenzio dura un'eternità. Poi: «Quanti anni hai?»
«Diciassette.»
Nuovo silenzio. Léa si morde il labbro fino a farsi male. Si aspetta un insulto, un blocco, un «sei una ragazzina malata».
Invece lui scrive: «Perché hai mentito?»
«Perché volevo che mi prendessi sul serio.»
«Ti avrei preso sul serio anche a diciassette anni.»
«Sei sicuro?»
«Sono sicuro che sei più matura della maggior parte delle ragazze di vent'anni che conosco.»
Lei tira un sospiro. Il peso diminuisce un po'. Ma lui aggiunge: «Non cambia nulla tra di noi. Solo che d'ora in poi so che a volte menti.»
«Menti anche tu?»
Nuovo silenzio. Più lungo.
«Sì.»
Léa si raddrizza sul letto. Non ci credeva davvero. Lo pensava sincero. Ed ecco che invece confessa.
«Su cosa?» chiede lei.
«R non è la mia iniziale. È un falso nome.»
«Me l'ero immaginato.»
«E ho mentito sulla mia età.»
Il suo cuore si ferma.
«Quanti anni hai, allora?»
«Ventisei.»
Tre anni in più di quanto aveva detto. Otto anni in più di lei. Léa fa il conto. Ventisei e diciassette. La differenza le sembra all'improvviso enorme. Si sente piccola. Ingenua.
«Perché hai mentito?» scrive.
«Per la stessa ragione tua. Volevo che mi prendessi sul serio. E avevo paura che ventisei anni ti spaventasse.»
«Mi spaventa.»
«Ma sei ancora qui.»
Lei non risponde subito. Guarda lo schermo. Lo sconosciuto ha ventisei anni. È quasi un uomo. Un vero uomo. Non ha mai attirato un uomo di ventisei anni. Si chiede cosa voglia da lei.
Osa: «Sei sposato?»
«No.»
«Fidanzato?»
«Neppure. Sono libero. Troppo libero, a volte. E tu?»
«Single. I ragazzi della mia età mi annoiano.»
«Ti piacciono di più i vecchi?»
Lei sorride comunque. «Non sei vecchio.»
«Ventisei anni per una ragazza di diciassette può far paura.»
«Non ho paura di niente.»
«Non è vero. Hai paura del reale. Ieri hai rifiutato la mia chiamata.»
Lei si morde il labbro. Ha ragione. Ha paura di sentire la sua voce. Perché una voce è concreta. Non si cancella con un clic.
Cambia discorso: «Sei davvero uno studente?»
«Sì. Sono al master. Preparo un concorso per diventare professore.»
«Insegnerai a gente della mia età.»
«Probabilmente.»
«Non ti dà fastidio?»
«Perché dovrebbe darmi fastidio?»
Non lo sa bene. L'idea che lui stia davanti a una classe, ragazze, ragazzi, che le guardi, che le ascolti. Un pizzico di gelosia assurda.
Lei scrive: «Parlerai con loro come parli con me?»
«Ai miei studenti? Mai. Quello che ti dico è privato. Sei tu. Non loro.»
Le piace questa risposta. La rilegge tre volte.
Poi si butta: «Dimmi il tuo vero nome.»
«Troppo presto.»
«Io ti ho detto il mio.»
«Léa, è il tuo vero nome?»
Silenzio. È il suo vero nome. Su quello non ha mentito. Ma lui ha dato solo esche. R. Niente.
«Sì, Léa è il mio vero nome. E tu ti nascondi dietro una lettera.»
«Non mi nascondo. Mi proteggo. E proteggo anche te.»
«Da cosa?»
«Da te stessa. Se sapessi il mio vero nome, mi googleresti, troveresti foto, mi immagineresti troppo precisamente. E finiresti per avere paura. O per innamorarti. Entrambe sono pericolose.»
Lei resta senza parole. Ha indovinato tutto. Avrebbe googolato. Avrebbe cercato il suo volto. Lo avrebbe scovato. E avrebbe avuto paura. O peggio: sarebbe diventata dipendente dalla sua immagine.
«Hai ragione,» scrive infine.
«Lo so.»
«Potresti essere un pervertito.»
«Potrei. Ma non lo sono.»
«Come posso esserne sicura?»
«Non puoi esserne sicura. È il gioco.»
Il gioco. Lui lo chiama gioco. Per lei è già più di un gioco.
La giornata passa. Parlano del più e del meno. Ma le bugie hanno lasciato una crepa. Léa si sente più vulnerabile. Lui ha ventisei anni. Lei diciassette. Non avrebbero mai dovuto parlarsi.
Eppure, alle sette di sera, quando torna sua madre, Léa ripone il telefono, fa finta di studiare. La sua mente è altrove. Alle ventidue, rimanda un messaggio.
«Ci sei?»
«Sempre.»
«R.»
«Sì?»
«Ti penti di avermi risposto, il primo giorno?»
La sua risposta è lenta. Ci pensa.
«No. E tu?»
«Neanch'io.»
«Allora non facciamoci più domande. Accettiamo soltanto di essere due bugiardi che si scrivono.»
Lei sorride nel buio.
«Affare fatto.»
Lui aggiunge: «Ti chiamerò una sera. Mi prometti che risponderai?»
«Ti prometto che ci proverò.»
«È meglio di niente.»
Lei spegne il telefono. Nella sua testa ripete: ventisei anni, R, falso nome, vero mistero. Non sa nulla di lui. Eppure ha l'impressione di sapere tutto.
Prima di addormentarsi, riaccende lo schermo e manda un ultimo messaggio.
«Non ho paura di te.»
Lui risponde un minuto dopo: «Dovresti.»
E lei spegne per davvero, col cuore che batte forte.