Capitolo III-1

2194 Words
Capitolo III Poco dopo, Fabrizio incontrò un gruppo di vivandiere. L'infinita gratitudine che sentiva per la moglie del guardiano della prigione lo indusse a parlare a quelle donne. Chiese a una di loro dove fosse il suo reggimento, il 4° ussari. «Faresti meglio a non aver tanta fretta, soldatino,» disse quella, commossa dal pallore e dai begli occhi di Fabrizio. «Non hai ancora il polso abbastanza fermo per le sciabolate che si daranno oggi. Se almeno avessi un fucile, non dico, qualche colpo potresti tirarlo anche tu, né più né meno degli altri.» Fabrizio ci rimase male. Ma per quanto cercasse di farlo correre, il suo cavallo non riusciva a superare la carretta della vivandiera. Ogni tanto il rumore delle cannonate sembrava più vicino e non si sentivano più le parole - perché Fabrizio era talmente fuori di sé dall'entusiasmo e dalla gioia che aveva ripreso la conversazione. Era felice a sentir parlare la vivandiera, gli sembrava che lo aiutasse a rendersi conto della propria gioia. Quella donna gli pareva tanto buona che finì per dirle tutto, tranne il suo vero nome e la storia della prigione. La vivandiera era molto stupita, non capiva una parola di quel che le raccontava quel bel soldato giovane. «Ci sono!» gridò infine con aria di trionfo, «sei un giovane borghese innamorato della moglie di qualche capitano del 4° ussari. Lei ti ha regalato quella divisa, e adesso stai correndole dietro. Come è vero Dio, tu non l'hai mai fatto, il soldato. Ma sei un bravo ragazzo, e siccome il tuo reggimento è in linea vuoi andarci anche tu, per non far la figura del vigliacco.» Fabrizio ammise tutto: era il solo modo per avere qualche buon consiglio. «Non ci capisco niente, nel modo di fare dei francesi,» pensò, «e se non trovo qualcuno che mi consigli finirò ancora in prigione, e mi ruberanno il cavallo.» «Per prima cosa, giovanotto,» gli disse la vivandiera con un tono sempre più amichevole, «tu ventun anni non li hai ancora compiuti, di' la verità. È già tanto se ne hai diciassette.» Era vero, e Fabrizio lo ammise di buon grado. «Allora non sei neanche di leva. È solo per i begli occhi della signora che stai andando a farti rompere le ossa! Per la malora, certo che ha buon gusto, quella là! Te n'è rimasto ancora qualcuno, dei gialloni che ti ha dato? Allora bisogna che in primis tu ti compri un altro cavallo. Guarda, il tuo, come drizza le orecchie, quando si sente sparare un po' più vicino. È un cavallo di contadini, ti farà ammazzare appena arrivi in linea. Lo vedi quel fumo bianco, là in fondo, sopra la siepe? Colpi di fucile, caro mio! Ne avrai, di fifa, sta' sicuro, quando sentirai fischiare le pallottole. Faresti meglio a mandar giù un boccone, finché sei in tempo.» Fabrizio seguì il consiglio, e diede alla vivandiera un napoleone, pregandola di tenere quel che le spettava. «Ma è da piangere, con questo qui!» gridò la vivandiera. «Che bamboccio! Non sa neanche spendere i soldi che ha in tasca! Sai cosa meriteresti? Che io prendessi il tuo napoleone e facessi trottare Cocotte. Sta' certo che la tua bestiaccia non ce la farebbe, a venirmi dietro. Che cosa faresti, sciocchino, se io tagliassi la corda? Devi imparare una cosa: quando scoppiano i petardi non tirar mai fuori i quattrini. To', questi sono diciotto franchi e cinquanta centesimi. La colazione costa trenta soldi. Vedrai, tra un po' di cavalli ne avremo fin che vuoi. Per uno piccolo da' dieci franchi, e in tutti i casi non pagarlo mai più di venti, anche se fosse la bestia più bella del mondo.» Fabrizio aveva finito la colazione, e la vivandiera continuava a fargli la predica. Ma a un certo punto si interruppe. Una donna venne fuori dai campi e attraversò la strada. «Ehi,» gridò, «ehi, Margot! Guarda che il tuo 6° è sulla destra!» «Devo andare, ragazzo,» disse la vivandiera al nostro eroe. «Ma mi fai compassione. Mi sei simpatico, accidenti! Non sai niente di niente, stai andando a farti accoppare, come è vero Dio! Perché non vieni con me, al 6°?» «Lo capisco benissimo, che non so niente,» disse Fabrizio, «ma voglio combattere. Ho deciso, andrò là, dove c'è quel fumo bianco.» «Non vedi come muove le orecchie, il tuo cavallo? Non ne ha molta, di forza, ma appena arrivi là ti prende la mano. Si metterà a galoppare, e Dio sa dove ti porterà. Dammi retta, i primi soldati che trovi prendi un fucile e delle giberne, stagli vicino e fa' tutto quello che fanno loro. Ma scommetto che non sai neanche come si fa a preparare una cartuccia.» Fabrizio aveva un'aria molto offesa, ma dovette confessare alla sua nuova amica che era vero. «Poverino! L'ho detto, si farà ammazzare, com'è vero Dio, e in quattro e quattr'otto! No, devi venire con me, non c'è altro da fare,» disse la vivandiera in tono di comando. «Ma io voglio combattere.» «Riuscirai a combattere lo stesso, sta' tranquillo. Il 6° mobile è un reggimento famoso, e oggi ce ne sarà per tutti.» «Sarà ancora lontano, il vostro reggimento?» «Ci saremo tra un quarto d'ora al massimo.» «Con l'aiuto di questa brava donna,» pensò Fabrizio, «anche se sono così inesperto non mi prenderanno ancora per una spia, e riuscirò a combattere.» Il rumore delle cannonate, adesso, era più forte, un colpo dopo l'altro. «È come un rosario,» pensò Fabrizio. «Senti? questi sono colpi di fucile,» disse la vivandiera, e diede un colpo di frusta al suo cavallino, tutto eccitato dalla sparatoria. La vivandiera voltò a destra, prese una strada in mezzo ai campi. C'era molto fango, e la carretta stava per impantanarsi, e Fabrizio fece forza sulla ruota. Il suo cavallo cadde due volte. Di lì a poco il fango diminuì e la strada non fu più che un sentiero in mezzo all'erba. Dopo appena cinquecento passi il cavallo di Fabrizio si irrigidì, di colpo. C'era un morto, attraverso il sentiero. Cavallo e cavaliere ne erano terrorizzati. La faccia di Fabrizio, già pallidissima per natura, aveva preso un colorito verdastro. La vivandiera guardò il morto e disse, come parlando fra sé: «Non è della nostra divisione.» Poi alzò gli occhi su Fabrizio e scoppiò a ridere. «Ah, ah, ragazzo!» gridò. «Ma queste sono rose e fiori!» Fabrizio era rigido, agghiacciato. La cosa che lo colpiva di più erano i piedi del morto, senza scarpe, sporchi. Gli avevano lasciato addosso soltanto un paio di pantaloni in cattivo stato, pieni di sangue. «Vieni qui,» gli disse la vivandiera, «smonta. Bisogna che ti ci abitui.» Poi disse: «Guarda, l'hanno preso in testa.» La pallottola era entrata vicino al naso e era uscita da una tempia. Era sfigurato, orribile. Aveva un occhio spalancato. «E allora, ragazzo, smonta,» disse la vivandiera, «prova a prendergli una mano, vedi un po' se te la stringe.» Fabrizio si sentiva svenire, ma si buttò subito giù dal cavallo, e prese una mano del morto e la strinse, scuotendola. Poi restò lì, svuotato. Sentiva che non avrebbe avuto la forza di rimontare a cavallo. La cosa che gli faceva più spavento era quell'occhio aperto. «Mi prenderà per un vigliacco,» pensò, disperato. Ma capiva che non poteva muoversi: sarebbe caduto. Fu terribile. Stava per sentirsi male. La donna se n'era accorta. Saltò giù in fretta dalla carretta e senza dir niente gli porse un bicchiere d'acquavite. Fabrizio lo tracannò d'un sorso, poi riuscì a rimontare a cavallo e riprese la strada, senza aprir bocca. Ogni tanto la donna lo guardava con la coda dell'occhio. «Avrai tempo domani, per combattere, ragazzo,» gli disse dopo un po'. «Sta' con me, per oggi. Devi pure impararlo, il mestiere del soldato, lo capisci anche tu» «No. Voglio combattere subito,» gridò Fabrizio, e la donna si tranquillizzò a vedere la sua faccia scura. Il rumore delle cannonate era sempre più forte, sembrava che si avvicinasse. Adesso era come un basso continuo, non c'era intervallo tra un colpo e l'altro, e su quell'accompagnamento di basso continuo, simile al rumore di un torrente lontano, si distingueva benissimo il fuoco della fucileria. La strada si addentrava in un piccolo bosco. Tre o quattro soldati francesi vennero verso di loro, di corsa. La vivandiera saltò in fretta giù dalla carretta e corse a nascondersi a una ventina di passi dal sentiero, in una buca rimasta dove avevano sradicato un grosso albero. «Voglio proprio vedere se sono un vigliacco!» pensò Fabrizio. Si fermò vicino alla carretta, sguainò la sciabola. I soldati non lo guardarono neanche, corsero via lungo il bosco, a sinistra della strada. «Sono dei nostri,» disse la donna, con calma, mentre tornava, sbuffando, verso la carretta. «Se il tuo cavallo fosse capace di correre ti direi di andare dove finisce il bosco e di guardare se c'è qualcuno, sulla pianura.» Fabrizio non se lo fece dire due volte, strappò un ramo di pioppo, ne staccò le foglie e si mise a frustare il cavallo con tutta la sua forza. Dopo qualche metro al galoppo, il cavallo riprese a trotterellare come al solito. Intanto la carretta veniva avanti a gran carriera. «Fermati,» gridava la donna a Fabrizio, «fermati, ti dico!» Furono subito fuori dal bosco, dove incominciava la pianura. Il rumore era spaventoso - cannonate e fucileria da tutte le parti, a destra, a sinistra, alle spalle. Il bosco era su un rilievo alto otto o dieci piedi sulla pianura, e così Fabrizio e la donna riuscirono a vedere abbastanza bene un angolo della battaglia. Ma nel prato confinante con il bosco non c'era nessuno. A un migliaio di passi, il prato finiva contro una lunga fila di salici molto folti, e sopra i salici posava una nuvola di fumo biancastro che ogni tanto si alzava verso il cielo, vorticando. «Se almeno sapessi dov'è il reggimento!» diceva la donna, indecisa. «Non c'è da fidarsi, a attraversare il prato. Tu, a proposito,» disse poi a Fabrizio, «se ti viene contro un soldato nemico, infilzalo, non stare a perder tempo a tirargli fendenti.» In quel momento i quattro soldati di prima vennero fuori dal bosco, sulla sinistra del sentiero. Uno era a cavallo. «Ecco quello che ci vuole per te,» disse la donna a Fabrizio. Poi gridò al soldato a cavallo: «Ehi, tu! Vieni a bere un sorso d'acquavite!» I soldati si avvicinarono. «Dov'è il 6° mobile?» chiese la donna. «Là in fondo, a cinque minuti da qui, dopo quel canale sotto i salici. Hanno ammazzato il colonnello Macon che è poco.» «Senti un po', tu, lo vendi, per cinque franchi, il tuo cavallo?» «Cinque franchi! Vuoi scherzare, mammina. Cinque franchi per un cavallo da ufficiale che posso venderlo quando voglio per cinque napoleoni!» «Dammi un napoleone,» disse la donna a Fabrizio. Poi andò vicino al soldato a cavallo: «Sbrigati, smonta,» gli disse. «To' il tuo napoleone.» Il soldato scese da cavallo, e Fabrizio saltò in sella, tutto contento. La donna stava cercando di levare il piccolo portamantelli legato alla sella del ronzino di Fabrizio. «E allora, me la date o no una mano?» disse ai soldati. «È così che si lasciano lavorare le signore?» Ma appena gli misero addosso il portamantelli il cavallo si impennò, e Fabrizio, che pure era un ottimo cavaliere, dovette mettercela tutta per poterlo trattenere. «Buon segno!» disse la donna. «Non gli piace il solletico, a questo signorino!» «Un cavallo da generale!» gridava il soldato che lo aveva venduto. «Un cavallo che pagarlo dieci napoleoni è niente!» «Questi sono venti franchi. Prendili,» disse Fabrizio, che non stava più nella pelle a' sentirsi tra le gambe un cavallo così vivace. In quel momento una palla di cannone cadde di traverso in mezzo ai salici. I rami spezzati scattarono in aria da una parte e dall'altra, come tagliati netto da una falce. Fabrizio si fermò a guardare, era uno strano spettacolo. «Oh, sono vicini,» disse il soldato, mettendosi i soldi in tasca. Saranno state le due. Fabrizio era ancora tutto preso da quel che aveva visto, quando un gruppo di generali, scortati da una ventina di ussari, attraversarono obliquamente il prato, al galoppo. Il cavallo di Fabrizio incominciò a nitrire, si impennò due o tre volte di seguito, poi diede grandi colpi con la testa, tirando le briglie. «E va bene!» pensò Fabrizio. Lasciato a se stesso, il cavallo corse in avanti, ventre a terra, e andò a raggiungere la scorta che seguiva i generali. Fabrizio contò quattro cappelli gallonati. Dopo un quarto d'ora, ascoltando quello che diceva un ussaro che gli cavalcava vicino, Fabrizio si rese conto che uno di quei generali era il famoso maresciallo Ney. La sua felicità era al colmo, però non riusciva a capire quale dei quattro generali fosse il maresciallo. Avrebbe dato qualsiasi cosa, per saperlo, ma si ricordò che non doveva parlare. Il gruppo si fermò davanti a un largo fossato che la pioggia del giorno prima aveva riempito d'acqua. Era fiancheggiato da un filare di alberi molto alti e confinava sulla sinistra con il prato all'inizio del quale Fabrizio aveva comprato il cavallo. Quasi tutti gli ussari erano smontati. La sponda del fossato era ripida, molto scivolosa, e il livello dell'acqua era tre o quattro piedi sotto quello del prato. Fabrizio era troppo felice, pensava più al maresciallo Ney, e alla gloria, che al suo cavallo. E il suo cavallo, eccitatissimo, fece un salto e piombò nel fossato. L'acqua, schizzando in alto, bagnò da capo a piedi uno dei generali. Quello gridò: «Bestia fottuta!» Fabrizio si sentì profondamente offeso. «Forse dovrei rispondergli...» pensò. Intanto, per far vedere che non era poi così impacciato, cercò di spingere il cavallo su per la Sponda opposta, ma era ripida, alta cinque o sei piedi. Bisognava rinunciarci, e allora Fabrizio risalì la corrente, con l'acqua quasi alla testa del cavallo, fino a una specie di abbeveratoio. Lì, era meno ripido, e il cavallo poté uscire sull'altra sponda. Era stato il primo della scorta, a passare, e incominciò a trottare orgogliosamente lungo il fossato. Intanto, gli ussari stavano dimenandosi nell'acqua. Erano in difficoltà, perché in molti punti l'acqua era profonda cinque piedi. Due o tre cavalli si spaventarono e incominciarono a nuotare, in uno sciacquio spaventoso. Poi un sergente si accorse della manovra di quel novellino che aveva un'aria così poco militaresca.
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