«Risalite la corrente! C'è un abbeveratoio, a sinistra!» gridò, e uno alla volta riuscirono a passare tutti.
Per un momento Fabrizio era rimasto vicino ai generali, da solo. Il rumore delle cannonate gli sembrava sempre più forte. Riuscì a stento a capire, quando il generale che era riuscito a bagnare così bene gli urlò nelle orecchie:
«Dove l'hai preso, questo cavallo?»
Fabrizio era tanto emozionato che gli rispose in italiano:
«L'ho comprato poco fa.»
«Che cosa hai detto?» gli gridò il generale.
Ma il frastuono era tale che Fabrizio non poté rispondergli. Bisogna ammettere che il nostro eroe non era molto eroico, in quel momento. Ma la paura veniva in seconda linea: era sconvolto da tutto quel rumore, gli facevano male le orecchie. La scorta si lanciò al galoppo. Attraversarono un gran campo coltivato. Era pieno di morti.
«Giubbe rosse! Giubbe rosse!» gridavano gli ussari della scorta, e sembravano molto soddisfatti. Fabrizio non capiva. Poi si rese conto che tutti quei morti erano vestiti di rosso. Si sentì rabbrividire dall'orrore. Molti di quei soldati erano ancora vivi, invocavano aiuto, ma nessuno si fermava per aiutarli. Fabrizio, con molta umanità, faceva di tutto perché il suo cavallo non calpestasse qualcuna di quelle giubbe rosse. Gli altri si erano fermati, e lui, non molto ligio al suo dovere di soldato, continuava a galoppare, gli occhi fissi su un ferito.
«E fermati, novellino!» gli gridò il sergente. Fabrizio si accorse di essere a una ventina di passi, sulla sinistra, davanti ai generali, proprio nella direzione in cui quelli stavano guardando con i cannocchiali. Mentre tornava indietro per andare a mettersi in coda alla scorta, che si teneva a qualche passo di distanza, vide che il più grosso dei generali stava parlando a un altro generale in tono autoritario, quasi di rimprovero, e imprecava. Fabrizio non riuscì a resistere alla curiosità, e malgrado il consiglio di non parlare che gli aveva dato la moglie del guardiano della prigione cercò di mettere insieme una bella frasettina in francese e chiese al suo vicino:
«Chi è quel generale che sgrida l'altro?»
«Ma è il maresciallo, perdio!»
«Quale maresciallo?»
«Il maresciallo Ney, idiota! Ma come! Di che reggimento sei?»
Nonostante tutta la sua suscettibilità, in quel momento Fabrizio non se lo sognò nemmeno, di offendersi. Come un bambino, perduto in ammirazione, guardava il principe della Moscova, il valoroso tra i valorosi.
Ripresero a galoppare, di colpo. Qualche istante dopo, guardando avanti, Fabrizio vide, a una ventina di passi, che la terra di un campo sembrava in subbuglio. I solchi erano pieni di acqua, e dai mucchi di terra umida che si alzavano tra un solco e l'altro volavano in aria piccoli frammenti, neri. Era molto strano, e Fabrizio, passando, si voltò a guardare, poi ricominciò a pensare al maresciallo e alle sue glorie. Sentì gridare, alle spalle, un grido secco. Due ussari stavano cadendo da cavallo, colpiti, già lontano. La cosa più orribile era un cavallo, si contorceva tra i solchi, coperto di sangue, le zampe impigliate negli intestini. Voleva andar dietro agli altri cavalli. Il sangue colava nel fango.
«Ah, ci sono, finalmente, in una battaglia!» pensò Fabrizio.
«Ho visto una battaglia!» si ripeteva, tutto soddisfatto. «Adesso sì che sono un vero soldato.» Stavano galoppando a briglia sciolta, e Fabrizio si rese conto che erano le palle di cannone a far volare pezzi di terra da tutte le parti. Aveva un bel guardare dalla parte da cui venivano le cannonate: vedeva soltanto, lontanissimo, il fumo bianco delle batterie, e tra il brontolio monotono e ininterrotto degli spari gli sembrava di sentire scariche di fucileria, molto più vicine. Non ci capiva assolutamente niente.
Adesso i generali e la scorta erano scesi in un sentiero coperto di acqua, più basso rispetto al livello dei campi. Il maresciallo si fermò, guardò ancora con il cannocchiale. Fabrizio riuscì a guardarlo bene, stavolta. Aveva una grossa testa, e i capelli biondissimi, e le guance molto colorite. «Non ne abbiamo, in Italia, di facce come questa,» pensò Fabrizio. «Pallido come sono, con i miei capelli castani, non riuscirò mai a essere così.» Si sentiva molto abbattuto. Era come se pensasse: «Non sarò mai un eroe.» Guardò gli ussari che aveva vicino: tranne uno, avevano tutti dei folti baffi biondi. Ma anche gli ussari guardavano lui. Fabrizio si sentì arrossire, sotto quelle occhiate, per darsi un contegno voltò la testa dalla parte del nemico. C'erano file lunghissime di uomini rossi, era strano come sembravano piccoli. Erano reggimenti, divisioni: eppure quelle file non erano più alte di una siepe. Un gruppo di cavalleggeri rossi stava venendo verso il sentiero dove il maresciallo e la sua scorta avanzavano al passo, sguazzando nel fango. Davanti non si vedeva niente, c'era troppo fumo. Solo, ogni tanto, si vedevano uscire da quel fumo degli uomini a cavallo, lanciati al galoppo.
Improvvisamente, Fabrizio vide venire dalla parte del nemico quattro uomini, al galoppo. «Ci attaccano!» pensò. Ma due di quegli uomini stavano già parlando con il maresciallo. Poi uno dei generali partì al galoppo, seguito da due ussari e da quei quattro uomini. Il gruppo si mosse, passò un piccolo canale. Fabrizio si trovò vicino al sergente, lo guardò, vide che aveva un'aria da bonaccione. «Bisogna che gli parli,» pensò. «Forse così la smetteranno di guardarmi.» Ci pensò un bel po', poi gli disse:
«Signore, è la prima volta che vedo una battaglia. Ma è veramente una battaglia, questa?»
«Direi. Ma tu, chi sei?»
«Sono il fratello della moglie di un capitano.»
«E come si chiama, questo capitano?»
Era una domanda terribilmente imbarazzante, per il nostro eroe. Non l'aveva prevista. Per fortuna, in quel momento tutto il gruppo si rimise a galoppare. «Che nome posso dire?» pensava Fabrizio. Alla fine gli venne in mente il nome del suo albergatore di Parigi. Guidò il suo cavallo vicino a quello del sergente e urlò più forte che poteva:
«Il capitano Meunier!» Ma con tutto quel fracasso il sergente non riuscì a capire bene, e rispose: «Ah, il capitano Teulier. È morto.» «Benissimo,» pensò Fabrizio. «Il capitano Teulier. Qui bisogna fare la faccia triste.» «Dio mio!» gridò, con un'aria molto addolorata.
Erano usciti dal sentiero, stavano attraversando un prato, ventre a terra. Erano di nuovo sotto il fuoco dei cannoni. Il maresciallo galoppava verso una divisione di cavalleria. Intorno era pieno di morti e di feriti, ma a Fabrizio non faceva più tanta impressione. Aveva altre cose cui pensare.
Alla prima sosta, guardandosi intorno, Fabrizio vide una carretta. Il suo affetto per il rispettabile corpo delle vivandiere era troppo forte. E partì al galoppo.
«Sta' qui, perdio!» gli gridò dietro il sergente.
«Che cosa può farmi?» pensò Fabrizio, e continuò a galoppare verso la carretta. Quando aveva spronato il cavallo, Fabrizio sperava che fosse la vivandiera che aveva conosciuto quella mattina. Tutte le carrette si assomigliavano: ma la vivandiera era un'altra, e aveva un'aria piuttosto antipatica. Avvicinandosi, sentì che diceva: «Pensare che era così un bell'uomo!» Fabrizio guardò. Era un brutto spettacolo: stavano tagliando una gamba, alla coscia, a un corazziere, un bel giovane alto. Fabrizio chiuse gli occhi, poi mandò giù uno dopo l'altro quattro bicchieri d'acquavite.
«Oh, ragazzino, ci dai dentro!» disse la vivandiera.
L'acquavite aveva fatto venire un'idea a Fabrizio. «Bisogna che mi faccia prendere in simpatia dagli ussari della scorta,» pensò.
«Datemi la bottiglia,» disse alla vivandiera.
«Lo sai che oggi come oggi ti costerà dieci franchi?»
Fabrizio tornò al galoppo verso la scorta.
«Ah, ci hai portato da bere!» gridò il sergente. «È per questo che hai disertato! Da' qua!»
La bottiglia passò di mano in mano. L'ultimo, dopo aver bevuto, la buttò via. «Grazie, camerata!» gridò a Fabrizio. Adesso tutti lo guardavano con benevolenza. Fu come se gli avessero levato un peso dal cuore: era uno di quei cuori di fabbricazione troppo raffinata, il suo, che hanno bisogno dell'amicizia della gente. Finalmente non lo guardavano più con quell'aria sospettosa! C'era qualcosa che li univa, adesso! Fabrizio fece un bel respiro profondo, poi disse al sergente, in tono disinvolto:
«Dato che il capitano Teulier è morto, dove potrei trovarla, mia sorella?» Gli sembrava di essere un piccolo Machiavelli, a dire Teulier invece di Meunier.
«Bisogna che aspetti stasera,» rispose il sergente.
La scorta si mosse verso un gruppo di divisioni di fanteria. Fabrizio si sentiva completamente ubriaco. Aveva bevuto troppo, oscillava un po' sulla sella. Per fortuna gli venne in mente quel che diceva il cocchiere di sua madre: «Quando si è alzato il gomito bisogna guardare fisso in mezzo alle orecchie del cavallo e fare quello che fanno gli altri.» Il maresciallo si fermò molte volte, e a lungo, per dar l'ordine di caricare a certi squadroni di cavalleria. Ma per un'ora o due il nostro eroe non riuscì a capire che cosa stesse succedendo. Si sentiva stanco morto, quando il cavallo andava al galoppo ricadeva sulla sella come un pezzo di piombo.
Di colpo sentì che il sergente gridava:
«Sacramento, ma non vedete l'Imperatore?» Gli ussari urlarono a squarciagola: «Viva l'Imperatore!» Fabrizio guardò freneticamente, gli occhi spalancati. Ma vide soltanto un gruppo di generali che passavano in fretta, seguiti da una scorta. Non riuscì a vedere le facce, tra l'ondeggiare delle lunghe criniere sugli elmi dei dragoni. «Per colpa di quella maledetta acquavite non sono riuscito a vedere l'Imperatore sul campo di battaglia!» pensò. Si sentiva completamente lucido, dopo questa considerazione.
Presero per un altro sentiero pieno d'acqua. I cavalli si misero a bere.
«Era l'Imperatore, quello che è passato?» chiese Fabrizio all'ussaro che gli stava vicino.
«Certo. Era quello che non aveva ricami sulla giubba. Come hai fatto a non vederlo?» gli rispose l'altro, molto gentile. Fabrizio aveva una gran voglia di correre dietro alla scorta dell'Imperatore. «Sarebbe splendido fare davvero la guerra con lui!» pensò. Era pur venuto in Francia per questo. «Sono padrone di farlo quando voglio. In fondo se sono qui è soltanto perché il mio cavallo si è buttato dietro a questi generali.»
Ma decise di restare: i suoi nuovi compagni, gli ussari, lo guardavano con simpatia, adesso. Incominciava a sentirsi amico intimo di tutti i soldati con cui stava cavalcando da qualche ora. Era la nobile amicizia che univa gli eroi del Tasso e dell'Ariosto, quella! Se si fosse unito alla scorta dell'Imperatore avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. E forse lo avrebbero guardato male, perché quelli erano dragoni, e lui era in divisa da ussaro, come tutti i soldati al seguito del maresciallo. Il modo come adesso lo guardavano lo riempiva di gioia. Avrebbe, fatto qualsiasi cosa, per i suoi compagni. Era al settimo cielo. Era tutto diverso, ora che aveva trovato degli amici. Moriva dalla voglia di parlargli. «Ma sono ancora un po' ubriaco,» pensò. «Bisogna che mi ricordi di quello che diceva la guardiana della prigione.» Poi, uscendo dal sentiero, si accorse che la scorta non seguiva più il maresciallo Ney. Davanti, adesso, c'era un generale alto, magro, con una faccia asciutta e uno sguardo tremendo.
Quel generale era il conte di A., il tenente Roberto del 15 maggio 1796. Che gioia avrebbe provato, a vedere Fabrizio del Dongo! Era già da molto che Fabrizio non vedeva quegli spruzzi di terra, neri, dove cadevano le cannonate. E arrivarono alle spalle di un reggimento di corazzieri. Si sentiva distintamente il rumore delle schegge sulle corazze. Fabrizio vide molti soldati che cadevano, colpiti.
Il sole era già molto basso, stava tramontando. La scorta lasciò un sentiero e salì per un breve pendio, verso un campo coltivato. Fabrizio sentì un rumore strano, basso, vicinissimo. Si voltò. Quattro uomini erano caduti, con i cavalli. Anche il generale era caduto, ma stava alzandosi. Era coperto di sangue. Fabrizio guardava gli ussari rimasti a terra. Tre si muovevano ancora, convulsamente. L'altro gridava: «Tiratemi un colpo.» Il sergente e altri ussari erano smontati per aiutare il generale. Il generale si appoggiava al braccio del suo aiutante di campo, si sforzava di fare qualche passo. Cercava di allontanarsi dal suo cavallo, che si dibatteva per terra scalciando furiosamente.
Il sergente venne verso Fabrizio. Il nostro eroe sentì che qualcuno, molto vicino, alle sue spalle, stava dicendo: «È il solo cavallo che sia ancora capace di galoppare.» Si sentì prendere per i piedi, e poi per le ascelle. Lo tirarono su, lo fecero passare al di sopra della groppa del cavallo, poi lo lasciarono andare e si trovò seduto per terra.
L'aiutante di campo teneva adesso il suo cavallo per la briglia. Il generale, aiutato dal sergente, montò in sella, e corse via al galoppo. I sei soldati superstiti lo seguirono subito. Fabrizio si alzò in piedi, furibondo, si mise a corrergli dietro gridando in italiano: «Ladri! Ladri!» Era divertente correre dietro a dei ladri su un campo di battaglia!
La scorta e il generale, conte di A., scomparvero dietro un filare di salici. Fabrizio corse fin lì, infuriato. Si trovò davanti a un canale molto profondo, lo attraversò. Arrivato sull'altra riva riuscì a vedere ancora il generale e la scorta, lontanissimi, in mezzo agli alberi. Si mise a imprecare. Poi - in francese, questa volta - gridò ancora: «Ladri! Ladri!» Era disperato, e non tanto per la perdita del cavallo, quanto per il tradimento. Si sedette sulla riva del canale. Era stanco, moriva di fame. Se il suo bel cavallo glielo avessero portato via i nemici non gliene sarebbe importato niente, ma vedersi tradito e derubato da quel sergente a cui voleva tanto bene, da quegli ussari che gli sembravano come tanti fratelli! Era questo che gli spezzava il cuore. Non riusciva a consolarsi. Appoggiò la schiena contro un salice, si mise a piangere. Stava disfacendo uno dopo l'altro tutti quei bei sogni di sublime amicizia cavalleresca come nella Gerusalemme Liberata. Sarebbe stato niente, morire con intorno amici eroici e affettuosi, nobili amici che ti stringono la mano al momento dell'ultimo respiro! Ma dove va a finire l'entusiasmo, se ci si trova in mezzo a una banda di mascalzoni?
Fabrizio stava esagerando, come capita a chi è in preda all'indignazione. Dopo un quarto d'ora di commozione incominciò a rendersi conto che le cannonate stavano arrivando fino ai salici all'ombra dei quali si erano svolte le sue meditazioni. Si alzò in piedi, cercò di orientarsi. C'era un gran prato, delimitato da un canale molto largo e dal filare di salici. Gli sembrò di capire dov'era. Davanti, a un quarto di lega, un reparto di fanteria stava passando il fossato e entrava nel prato. «A momenti mi addormentavo,» pensò. «L'importante è non farsi prender prigioniero.» Incominciò a camminare molto in fretta. Più avanti, si tranquillizzò, riconobbe le divise: i reparti dai quali aveva avuto paura di essere tagliato fuori erano francesi. Piegò a destra per raggiungerli.
Dopo il dolore morale, per il furto e il tradimento, ne sentiva un altro, adesso, e diventava sempre più forte: stava morendo di fame! Dopo aver camminato, o piuttosto dopo aver corso, per dieci minuti, ebbe la gran gioia di vedere che i reparti di fanteria, che marciavano molto in fretta, si erano fermati per prendere posizione. Qualche minuto più tardi aveva raggiunto i primi soldati.
«Camerati, potreste vendermi un pezzo di pane?»
«Avete sentito? Questo qui ci prende per dei fornai!»
A questa spietata battuta, e alle risate generali che l'avevano accolta, Fabrizio si sentì distrutto. Ah, la guerra non era quel nobile slancio comune di anime assetate di gloria, come si era immaginato leggendo i proclami di Napoleone! Si sedette, anzi, si lasciò cadere sull'erba. Era pallidissimo. Il soldato che aveva parlato, fermo a una decina di passi a pulire con il fazzoletto il percussore del fucile, si mosse, gli venne vicino e gli buttò un pezzo di pane. E vedendo che Fabrizio non lo raccoglieva, il soldato glielo mise in bocca. Fabrizio aprì gli occhi, masticò il pane. Non aveva la forza di parlare. Poi si guardò intorno, cercava il soldato, per pagarlo. Ma era solo. I soldati più vicini erano già a un centinaio di passi, in marcia. Si alzò in piedi, macchinalmente, incominciò a seguirli. Entrò in un bosco. Non riusciva più a tenersi in piedi. Si guardò intorno cercando un posto per buttarsi giù a riposare. E vide il cavallo, e poi la carretta, e poi la vivandiera che aveva conosciuto la mattina. Lei gli stava correndo incontro, lo guardava come se fosse spaventata dalla sua faccia.
«Cerca di camminare ancora un po', ragazzo,» gli disse. «Sei ferito? E il tuo bel cavallo?» e intanto lo portava verso la carretta. Lo aiutò a salire tenendolo per un braccio. Appena dentro, il nostro eroe, esausto, si addormentò.