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2016 Words
“Mia madre è morta quando ero piccola e io so badare a me stessa.” Sperò che l’inquisizione spagnola fosse terminata, invece si sbagliava. Colpito dalla prontezza con cui gli rispondeva, Daniel le snocciolò una serie di domande in apparenza sciocche, senza mai sfiorare l’argomento Zack. L’ultima, però, la irritò non poco. “Quei capelli sono tinti?” chiese, allungando una mano e accarezzandole la nuca, nascosta dalla fitta chioma. Turbata da quel gesto così inopportuno, lo redarguì con uno schiaffetto sul dorso della mano. Aveva sbagliato a lasciarli sciolti, ma l’aveva fatto per compiacere Zack, non per stuzzicare la fantasia del suo gemello irritante. “No, e ti sarei davvero grata se smettessi di toccarli.” Sempre più divertito dalle sue reazioni, Daniel le sorrise. L’effetto su di lei fu devastante. A parte esserne abbagliata, Sarah si ritrovò a sorridergli di rimando come una scema, incapace di controllare le reazioni più semplici del suo stesso corpo. “Menti. Quei riflessi rossastri non possono essere naturali.” “Cosa?” rispose, tornando velocemente in sé. “Lo sono eccome! Per tua informazione, questo colore è una caratteristica distintiva della mia famiglia. Ce l’avevano sia mia madre sia mia nonna.” Un tratto peculiare che in molti le invidiavano ma che, agli occhi di suo padre, l’aveva resa indesiderabile. Suscitavano in lui troppi ricordi spiacevoli e comportamenti poco affettuosi. “Mmh… Quindi hai origini irlandesi, dico bene?” “Dal lato materno.” “E da tuo padre cos’hai ereditato?” “Spero niente” si fece sfuggire. L’ammissione le fece guadagnare un’occhiata più curiosa. Daniel parve soddisfatto dell’interrogatorio ma continuò a sorridere fastidiosamente tra sé, toccandosi di tanto in tanto il labbro inferiore. Labbro che lei avrebbe voluto… Cosa? Toccare? Tirare con i denti? Leccare? Che ti prende? Sai chi è lui? Datti una svegliata! Si rimproverò, sforzandosi di reprimere quell’attrazione che, come un virus, ormai circolava libera nel suo corpo. Zack sarebbe stato deluso dal suo comportamento. L’avrebbe messa in guardia da quel fratello interessato solo al lusso e agli eccessi, al petrolio e al potere. Forse per quel motivo non aveva mai parlato di lui. Si voltò dall’altro lato, guardando fuori dal finestrino e tentando di ignorare la presenza ingombrante di Daniel, anche se non era facile. L’aria tra loro era intrisa di elettricità e si stava addensando quasi fosse in attesa di trovare un punto di uscita. Fuori, invece, aveva ricominciato a piovere. Era una di quelle rare giornate fredde, nelle quali Sarah era solita scaldare del the per berlo in salotto, leggendo un buon libro. Strofinò le caviglie una sull’altra, desiderando di potersi sfilare almeno le scarpe, che la stavano uccidendo. Attratto dal movimento, Daniel allungò una mano verso la sua coscia e d'istinto lei si addossò alla portiera. La sua risata spontanea e dirompente le fece comprendere di aver male interpretato le sue intenzioni. E di aver collezionato l’ennesima figuraccia. “Volevo solo prendere il portafoglio che ho lasciato nel cruscotto, non infilare la mano tra le tue cosce” le disse, senza staccarle gli occhi di dosso. Rossa in volto, Sarah trovò il portafoglio e glielo sbatté sulle gambe. “Eccolo. Adesso pensa a guidare, se non ti dispiace. Di incidenti d’auto ne ho avuti abbastanza, questa settimana.” Incrociò le braccia al petto ma, subito dopo, si ritrovò a visualizzare con una certa accuratezza l’immagine da lui appena evocata e viso e gola le si tinsero di un diffuso rossore. Il tarlo del desiderio aveva preso vita, strisciando lento verso il basso, là dove una nuova tensione si stava accumulando. Accidenti a lui! Cosa pensava di fare? Sarah aveva cose ben più serie alle quali rivolgere la propria attenzione. Tanto per cominciare, doveva cercarsi una casa, e in fretta. Fare la guida per turisti non pagava quanto avrebbe desiderato. Se voleva trovare un nuovo lavoro più remunerativo prima della stagione estiva, non le restava che cambiare città. Il che comportava tutta una serie di complicazioni e di spese per le quali non era pronta. Non aveva idea di come fare a sbarcare il lunario. La mancanza di una laurea rendeva la sua situazione più difficile e con rimpianto si ritrovò a pensare a quei dépliant informativi sulle università locali che Zack le aveva procurato, nella speranza di convincerla a riprendere gli studi. La sua miseria era in netto contrasto con ciò che i suoi occhi osservavano con distacco. Dopo aver superato una zona periferica di Dallas, infatti, la Maserati imboccò un viale che si snodava attraverso uno dei quartieri più chic, con ville mozzafiato, parchi curatissimi, piscine grandi quanto un intero quartiere. Seppure a miglia di distanza, lei e Zack erano cresciuti in quello stesso mondo patinato e lo avevano detestato con ogni cellula del loro corpo. Non appena ne avevano avuto la possibilità, erano fuggiti e avevano optato per una vita più semplice. Quella fuga verso la libertà era ciò che li aveva accomunati, almeno in principio. In seguito, era nata tra loro un’amicizia unica, fonte di stabilità e di gioia per entrambi. Peccato che il destino l’avesse troncata così presto. “Siamo arrivati” annunciò Daniel, frenando con gentilezza davanti a un massiccio cancello grigio. Il custode armato nella guardiola gli rivolse un cenno di riconoscimento e li fece passare. Il lungo viale alberato conduceva a una magione gigantesca, che si estendeva su uno dei terreni più grandi della zona e che era dotata di un campo da golf privato, di più piscine, di gazebo così ampi da sembrare altri edifici e di chissà cos’altro. Pur essendone impressionata, Sarah detestò quel luogo a prima vista. La sontuosità, il lusso, la ricercatezza esibita in quel modo tanto ostentato non la incantavano più, specialmente da quando, una volta cresciuta, aveva compreso che spesso in posti come quelli si celavano segreti e mostri. Mostri in abiti costosi e tacchi a spillo, pronti a strapparti il cuore, non appena lo avessero avuto a portata di mano. Un valletto premuroso l’aiutò a scendere dall’auto e le offrì un ombrello. Daniel gli lasciò le chiavi e vi si infilò sotto, prendendone possesso. “Stringiti a me, dobbiamo andare di là.” Con estrema riluttanza, gli prese il braccio, ma Daniel posò la mano sulla sua, sfiorandola come se volesse avvertirla di stare in guardia. L’unico da cui doveva farlo, però, era proprio lui. Sarah lo guardò negli occhi e per un attimo, mentre le loro dita si toccavano, le parve che il tempo si fosse fermato. Avvertì il respiro farsi corto, un fremito agitarle l’anima e così, spaventata, ritrasse la mano. Le sue attenzioni così insolite la confondevano. Non riusciva a pensare con lucidità ma, per quanto le costasse ammetterlo, quell’uomo le piaceva. Era magnetico e in quel momento c’era ben poco che lei potesse fare per arginare il fascino con cui l’aveva investita. Svoltato un angolo, intravide l’avvocato Clancy che, ancora una volta, la stava aspettando. I suoi occhi si spostarono da lei a Daniel, incuriositi. Quindi li salutò e li invitò a entrare, frettoloso com’era stato al funerale. Felice di potersi finalmente staccare da Daniel, Sarah stava per ringraziarlo del passaggio e congedarlo quando, dal salotto dove erano diretti, emerse una donna. Vestita di nero, raffinata e composta, aveva una chignon biondo assai sofisticato. Alcuni ciuffi erano stati lasciati liberi intorno al viso, ovale e grazioso, adornato da due occhi di un blu strepitoso e da grandi orecchini di zaffiro. La madre di Daniel. E di Zack. “Dan, caro, come mai ci hai messo tanto? Stavamo per darti per disperso e rimandare l’incontro! Hai spento il telefono? Perché ho provato e riprovato a chiamarti, ma tu non hai mai risposto!” lo redarguì, agitata. “Calmati, Cora. Ero proprio dietro di voi” rispose con un tono conciliante, vagamente seccato. Quindi spinse Sarah verso di lei. “La signorina è Sarah McDonnell. Non so perché Hugh l’abbia invitata a presentarsi a casa nostra proprio oggi, ma credo che lo scopriremo presto.” Casa nostra, aveva detto. Ma certo, avrebbe dovuto dedurlo! Ecco cosa succedeva a non prestare attenzione al contesto! Contrariata da quella sgarbata introduzione, Sarah gli rivolse un’occhiataccia. La stessa che la madre stava rivolgendo a lei. La squadrò da capo a piedi, storcendo il naso man mano che valutava i suoi abiti e il suo aspetto generale. Notò anche le tracce di terreno sul sontuoso, brillante pavimento di marmo e non le gradì affatto. Si voltò appena e subito una cameriera rispose alla sua muta richiesta, accorrendo per pulire. Non era quello il modo in cui Sarah sperava di conoscerla e, a dirla tutta, se avesse potuto, avrebbe evitato persino di incrociarla, ma per Zack sarebbe andata anche all’inferno, sottoponendosi a umiliazioni peggiori. “Signora Trevino” esordì, facendosi coraggio, “Le porgo le mie più sincere condoglianze. Io sono… ero la coinquilina di Zack.” Offrì la propria mano, ma il gesto non fu contraccambiato. Anzi, la donna reagì dipingendosi sul viso un ghigno a metà tra la sorpresa e il disgusto. “Mi sembra di aver già sentito il suo nome, però sono sicura di non averla mai vista.” Traduzione: so chi sei e spero che tu vada via al più presto. “Dan” continuò, come se Sarah fosse stata solo una mosca già scacciata, “Felicia ti sta aspettando in salotto. Quella donna ha la pazienza di una santa, lasciatelo dire. Sei un uomo davvero molto fortunato!” Prese il figlio, stranamente contrariato, per una manica e lo trascinò nel suddetto salotto che, visto dall’esterno, aveva le dimensioni di un campo da tennis. La scortesia della donna l’aveva ferita e resa consapevole, una volta di più, di essere nel posto meno adatto a lei. Sarah era tentata di darsela a gambe, quando Daniel si fermò e la incitò a entrare. Gli sguardi attoniti dei presenti si posarono su di lei, sui suoi capelli crespi, sul viso che non aveva un filo di trucco ed era probabilmente rosso e gonfio. “Venga, si accomodi” le disse l’avvocato, indicando il divano sul quale era già seduto un uomo anziano. Lo sguardo affranto con cui questi fissava il prezioso tappeto sul pavimento e le guance umide di pianto la indussero a credere che dovesse essere un familiare. Quando però l’uomo sollevò la corta zazzera bianca e la salutò, capì chi fosse. Eduardo Trevino, uno degli uomini più potenti e ricchi d’America, aveva gli stessi occhi rassicuranti e dolci di Zack. Incapace di trattenersi, Sarah si lasciò sfuggire un singhiozzo e le lacrime cominciarono a rigarle copiose il viso. L’uomo, di colpo attento e dispiaciuto, la strinse in un abbraccio di consolazione. Restarono così, due estranei aggrappati l’uno al dolore dell’altra, fino a quando qualcuno non domandò chi fosse quella. Sarah non sapeva chi avesse parlato, ma quel tono così scostante la ferì. Voleva tornare a casa, sentirsi al sicuro e piangere fino ad addormentarsi, invece si ricompose e si scusò per la sua incontenibile commozione. Il padre di Zack continuò a cingerla con tenerezza, riprendendo però la sua posa precedente, con lo sguardo perso nel vuoto e il cuore stretto dalla sofferenza. “Bene, ora che ci siamo tutti, possiamo cominciare. Come qualcuno di voi saprà, la signorina è Sarah McDonnell. È stata la coinquilina di Zachary negli ultimi anni. Le ho chiesto di essere presente alla lettura del testamento perché vi è stata nominata.” Per Sarah non era una sorpresa. Il legale era andato a trovarla proprio per dirle che Zack l’aveva inserita nelle sue ultime volontà. Poiché l’amico aveva tagliato i ponti con la famiglia e aveva rinunciato al benessere, non si aspettava di ereditare granché. Magari uno dei suoi quadri oppure la vecchia collezione di cd. Quando, però, si guardò attorno, notò il sospetto farsi largo sulle espressioni delle persone intervenute. Oltre a Daniel e sua madre, erano presenti altri due uomini, entrambi sulla quarantina, e una donna che riconobbe subito come una delle giornaliste televisive più rinomate di Dallas, Felicia Hunter. La madre di Daniel, intanto, sembrava addirittura aver perso due, tre toni di colore della sua perfetta abbronzatura.
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